Si stanno completando a Castelmassa i lavori di recupero del Teatro Cotogni, costruzione storica dedicata al famosissimo baritono, alla cui memoria il paese altopolesano resta particolarmente legato, anche perché, proprio nel centro rivierasco, Cotogni visse per alcuni anni della sua infanzia.
Gigi Fossati (1900-1986) giornalista rodigino – ricordato nel n. 36 di questa rivista (pag. 78 e successive) ne ha parlato in un articolo apparso nella raccolta “Una regina a Rovigo”, curata dallo stesso autore. Uno scritto scorrevole e di immediata lettura che riproponiamo in queste pagine.
Nato nel 1831 a Roma, ma vissuto a lungo a Castelmassa, che al suo nome ha intitolato il proprio teatro, tanto che alcuni storici lo ritengono polesano, Antonio Cotogni apprese dal padre l’arte di modellare maioliche, nella quale, prima di darsi interamente al canto divenne provetto e ricercato. Un giorno fu sorpreso ad origliare alla porta di una scuola di canto, l’Ospizio di S. Michele, presieduto dal Cardinale Tosti. Il porporato, per premiare la volontà del piccolo Toto, ed anche forse perché non gli dispiaceva darsi l’aria di mecenate, gli permise di frequentare le lezioni nelle ore che gli lasciava libere il suo mestiere di «maiolicaro».
Il giovane baritono iniziava così la strada luminosa lungo la quale per oltre quarant’anni doveva mietere gran copia di allori e guadagnarsi il titolo di «sovrano dei baritoni».
Antonio Cotogni ebbe dalla natura un tesoro di voce che seppe con lo studio piegare alle modulazioni più belle, mentre apprese l’arte delle interpretazioni da Gustavo Modena.
Fu il Conte di Cavour a presentarlo al grande attore. Una sera del settembre 1857 il Modena interpretava meravigliosamente il Saul al Carignano di Torino. Cotogni era fra gli spettatori a fianco di Cavour e, nella commozione che quella arte eccelsa gli provocava, esclamò: «Di quell’arte avrei bisogno io per cantare!». Cavour, cortesissimo, non se lo fece dire due volte e lo presentò al Modena, il quale fu ben lieto di insegnargli ad interpretare umanamente i personaggi dei melodrammi.
Come tutte le vite degli artisti di teatro, pure quella di Antonio Cotogni è tutta infiorata di aneddoti, nei quali vediamo passare molti uomini chiarissimi del XIX secolo, tutti ammiratori del bel canto del baritono romano-polesano. Una sera a Nizza Giuseppe Garibaldi, dopo lo spettacolo, abbracciò il Cotogni tremando di commozione; nel ‘67, Giuseppe Verdi lo volle a Busseto per udirlo prima di affidargli la parte del «Marchese di Posa» nel Don Carlos. L’esame fu un successo di più. Cantò pure dinanzi a Rossini, il quale, sebbene vecchio e pieno d’acciacchi, non aveva perduto nulla del suo proverbiale buon umore. L’autore del Barbiere il giorno che ebbe la gioia di trovare nel Cotogni un baritono di suo gusto, per testimoniargli la propria compiacenza, improvvisò uno strambotto, poi gli raccomandò di fare il trillo nel duetto con «Rosina» e quindi gli decantò le qualità di un… mazzo d’asparagi che aveva veduto in piazza. E nella terza parte del discorso mise forse assai più calore che nelle altre.
Nel ‘76 il Cotogni era a Londra, dove il successo fu incontrastato, come d’altronde a Berlino, a Madrid e a Pietroburgo. Anzi i maggiori successi il Cotogni li riportò in Russia ove, al solo apparire di Toto sulle scene, gli spettatori venivano presi come dal delirio. E tanto dissero e tanto fecero che lo costrinsero ad accettare la direzione della scuola di canto nel Conservatorio di Pietroburgo.
Nel 1889 Antonio Cotogni abbandonò la scena e solo cantò ancora in qualche accademia o in qualche grande serata di beneficenza. Poi fu chiamato a Roma ad insegnare canto all’Accademia di Santa Cecilia.
Fu il baritono per eccellenza, possessore di una delle voci più belle che siano mai esistite, estesa con una distribuzione meravigliosa di toni dal “la” naturale basso al “si” naturale acuto. Ma ciò che meglio procurava i suoi trionfi fu la sua sottile arte interpretativa, insegnatagli, come si è detto, da Gustavo Modena. E Tommaso Salvini ne era innamorato ed ebbe a scrivergli: «Caro Toto, tu sei sempre stato il mio ideale fra i cantanti».
Entusiasmò ugualmente ogni pubblico al quale si presentò. Si ricorda che a Venezia gli spettatori della Fenice e del Malibran erano deliranti per lui. Lo amavano come un figliolo e lo veneravano come un sovrano. Una sera d’ultima rappresentazione, alla fine dello spettacolo, i veneziani erano dispiaciuti per la prossima partenza del loro idolo. Ed allora, facendo una variante ad una canzonetta popolare assai in voga, tutta la sala in piedi cominciò a cantare: «O Cotogni benedetto – No te vogio più lassar».
Si chiude con questa promessa, scaturita dal cuore del suo pubblico, l’articolo di Fossati. Ed è vero che la memoria del grande baritono non è tramontata, ma è altrettanto vero che gli ultimi giorni della sua vita dovettero essere amari e poco confortati dalla presenza dei tanti suoi estimatoti. Infatti Cotogni, grande gloria del teatro musicale italiano ed internazionale, che a 73 anni in un pubblico concerto, aveva esibito una vocalità ancora integra e salda, morì povero e dimenticato il 15 ottobre 1918. Una affrettata colletta tra i pochi amici ed ex allievi dell’artista permise di dare degna sepoltura ad Antonio Cotogni, dato che per lui, che aveva portato la gloria del canto italiano nel mondo, non si mossero né lo Stato Italiano, né il Comune di Roma, né L’Accademia di S. Cecilia, di cui egli era membro.
Ci si attende dunque che Castelmassa – a conclusione del recupero del teatro a lui dedicato – torni ad onorarne degnamente la memoria.
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Come citare questo articolo
Gigi Fossati. “Antonio Cotogni (1831-1918)”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/antonio-cotogni-1831-1918/