In occasione delle grandi solennità l’altare maggiore della cattedrale di Adria viene ricoperto con paliotti dorati (sec. XIX) che lo rendono più solenne. In quelle circostanze l’altare viene impreziosito con l’esposizione delle reliquie dei quattro Evangelisti.
Le reliquie dei quattro Evangelisti
Le reliquie sono racchiuse in apposita teca entro quattro appositi simulacri scolpiti in legno con dorature in superficie, raffiguranti Matteo, Marco, Luca e Giovanni muniti di aureola. Sempre nelle grandi solennità al centro dell’altare, davanti al Crocifisso, viene esposta l’urna contenente un frammento d’osso di San Bellino, patrono principale della Diocesi. Quest’ultima reliquia fu donata alla cattedrale dal Vescovo Camillo Benzon che, nel 1863, a 716 anni dalla morte del vescovo originario di Padova, eseguì l’invenzione del corpo del Santo, custodito nella basilica del Paese di San Bellino. Il Santo viene celebrato il 26 novembre.
Le reliquie dei Martiri
Oltre alle succitate reliquie, nella Cattedrale di Adria si conservano altri frammenti sacri. Due iscrizioni, sulla prima colonna di destra e sulla parte destra del presbiterio, attestano la presenza nell’altare maggiore delle reliquie di alcuni martiri cristiani. Le stesse fonti indicano che queste furono collocate per la prima volta dal vescovo Theodino nell’anno 877. Dopo otto secoli, nel 1644, furono riposte dal vescovo Savio, a seguito della ricostruzione della chiesa. Vennero quindi ricollocate il 7 maggio 1746 dal vescovo Giovanni Soffietti nel medesimo altare ricostruito in marmo (l’altare precedente era in legno). Infine, nel 1825, furono riposte definitivamente nel nuovo altare della cattedrale Maggiore, a cura del Capitolo.
A svelare il ritrovamento delle reliquie dei santi martiri nel 1746, fu proprio il vescovo Soffietti (1733-1747) in una lettera inviata all’archeologo Ottavio Bocchi per ottenere consiglio. Lo stesso Bocchi (v. “Documenti e memorie” – vol III) annota nel suo diario “Giorno sono (sic: probabilmente significa qualche giorno fa) il sig. Vicario d’Adria (Lorenzo Bocchi) mi diede notizia che nel disfarsi l’altare maggiore della mia cattedrale fu ritrovata una cassetta di marmo entro la quale erano le tre cassette… in una delle quali era un osso di stinco con una ampolla vuota a riserva di poco liquore condensato, altra con una parte d’osso di ginocchio, e la terza vuota con l’iscrizione sopra quella dello stinco, che anch’io dissi essere iscrizione di Theodoino (Theodino) vescovo d’Adria 877 e credei, come lo scrissi allo stesso sig. Vicario, esser reliquie di santi, e specialmente lo stinco, e l’ampolla e il vaso sanguinis di martire, perciò siccome il detto altar maggiore era stato consacrato da mons. Savio nel 1644 perché rifatto a quel tempo, e essendosi sino ad allora queste poste nel medesimo altare, credei ordinare che così fosse anche in presente eseguito…”.
Cronaca del ritrovamento
Nel 1825 la nuova fabbrica della cattedrale era ultimata fino alla crociera ed era pure completato il nuovo altare maggiore. Il Capitolo decise allora di chiedere al vescovo l’apertura al culto di questa prima parte della chiesa. Durante l’abbattimento del vecchio altare maggiore, cui assistettero tutti i membri del Capitolo accompagnati dal vicario generale mons. Giuseppe Braga, furono scoperte alcune preziose reliquie.
Gli Atti capitolari spiegano in maniera dettagliata il ritrovamento. Da sotto il pavimento fu estratta una cassettina in marmo d’Istria a forma semiquadrata, con due cornici scolpite sia nella parte superiore che in quella inferiore. Alta sette once e mezzo, larga dodici e lunga quattordici, era coperta da un mattone quadrato in cotto di colore rosso sopra il quale una iscrizione latina ripercorreva la storia delle reliquie dal momento della prima deposizione da parte di Theodino fino alla riposizione avvenuta nel 1747. A sua volta la cassetta in marmo conteneva:
-una cassettina in cotto di colore rosso priva di coperchio, lunga 4 once e mezzo, larga tre, alta due (m. 1,156×0,771×0,514). Conteneva un osso della lunghezza di tre once e mezzo (m. 0,899) con alcuni altri frammenti ed una piccola ampolla di vetro bianco, priva di coperchio, alta un’oncia e mezzo (m. 0,385) entro la quale erano visibili alcune macchie sanguigne;
-ancora una cassettina in marmo tenero detto di Costoza piuttosto rovinata con coperchio in parte rotto che riportava sul dorso una iscrizione probabilmente risalente al vescovo Theodino. Lunga quattro once, larga tre, alta due (m. 1,028×0,771×0,514) conteneva frammenti di ossa;
-per ultimo un piccolo cofano in piombo raccoglieva alcuni stracci inzuppati di sangue.
Raccolte e sigillate le reliquie furono consegnate al presidente del Capitolo mons. Bartolomeo Donà in attesa delle decisioni del vescovo. Francesco Antonio Bocchi ricorda che, subito dopo la scoperta, il nobile Lucantonio Groto, figlio di Alvise, fece dono al canonico Donà di una pietra in marmo greco, purtroppo dispersa, sulla quale erano incisi i nomi dei santi martiri Vittore, Vitale, Agricola, Nicola, Biagio, Sigismondo. Più precisamente il Bocchi, che ha copiato l’iscrizione, assicura che essa riporta esattamente la iscrizione latina “Hoc altare consecratum est ad honorem Martirum” e cita i nomi sopra richiamati. Il vescovo mons. Ravasi, sollecitato dal Capitolo, comunicò allora la data del 10 dicembre (1825) per la consacrazione della crociera e del giorno successivo per la consacrazione del nuovo altare maggiore “a termini di quanto prescritto dal Pontificale Romano”.
La visita del Presule fu annunciata con un avviso sacro affisso in tutte le chiese della diocesi nel cui testo, dopo un accenno alla posa della prima pietra da parte di mons. Speroni (27 ottobre 1776), erano ricordate le generose elargizioni dei fedeli che avevano consentito di costruire “per la maggior parte, la Fabbrica”. Un accenno all’avvenimento si può trovare nel numero di gennaio 1826 de “La Gazzetta Privilegiata” di Venezia. La cattedrale dunque, completata fino alla crociera, venne aperta al culto agl’inizi di quell’anno.
Breve ritratto dei Martiri
Ripercorrendo sia pure succintamente la vita dei SS. Martiri cui appartengono le reliquie deposte sotto l’altare maggiore della cattedrale adriese, si può constatare come tutti, ad eccezione di Sigismondo morto agl’inizi del VI secolo, appartengano ai primi secoli della Chiesa. Potrebbe essere una felice coincidenza di date, ma in realtà quei Santi Titolari vanno a convalidare la tesi di un cristianesimo adriese molto antico. Essi sono:
• Agricola e Vitale: Santi Martiri a Bologna nel IV secolo. (L’immagine di San Vitale è riprodotta in mosaico nell’abside della omonima chiesa a Ravenna);
• Biagio: Vescovo armeno, martirizzato nel 316. Secondo un’antica leggenda avrebbe miracolosamente salvato un bambino a cui si era conficcata una spina in gola. Invocato per questo contro il mal di gola. E’ uno dei quattordici Santi ausiliatori (devozione sorta in Germania attorno al sec. XIII e poi diffusa nell’Europa centromeridionale);
• Vittore: Martirizzato a Milano nel 304. Gli “atti dei Martiri” attestano che era un soldato mauritano di stanza a Milano martirizzato per la fede. Patrono dei prigionieri e degli esuli. A lui è dedicato il carcere di Milano.
Un altro Vittore ha incontrato il martirio a Marsiglia nel 290. Era un ufficiale romano di stanza a Marsiglia che si rifiutò di sacrificare agli dei e per questo venne decapitato e gettato in mare. Ma il suo corpo ritornò a riva e fu sepolto. Sul luogo della sua tomba, S. Cassiano eresse nel V secolo un monastero. In seguito, alcune sue reliquie furono trasferite a Parigi, nell’abbazia di Saint-Victor.
• Nicola di Mira: Vescovo di Mira in Licia nel IV secolo. Probabilmente partecipò al Concilio di Nicea (325). Morì attorno al 350. Le sue reliquie furono trafugate e trasportate a Bari ad opera di alcuni mercanti nel 1087. Eletto Patrono della città, gli fu dedicata una grande Basilica e per questo divenne Nicola di Bari.
• Sigismondo: Morto nel 523. Re dei Burgundi (516-523), figlio e successore di Gondebaldo o Gundobaldo, governava accanto al padre. Passò dall’arianesimo al cattolicesimo seguendo la predicazione di S. Avito di Vienna. Rimasto solo sul trono nel 516, da fervente cattolico patrocinò la convocazione del Concilio di Epaone contro gli ariani. Per fronteggiare la minaccia dei Franchi si alleò al re degli Ostrogoti Teodorico e ne sposò la figlia. Passato a seconde nozze, su istigazione della moglie fece uccidere il figlio di primo letto, Sigerico (522). Oppresso dai rimorsi si ritirò in penitenza nel monastero di Aganno (oggi Sain-Maurice) da lui stesso fondato. Quando Teodorico mosse con i Franchi contro il regno burgundo, fatto prigioniero da Clodomiro, Sigismondo fu gettato in un pozzo presso Orléans con la moglie e i figli. Nella devozione popolare l’atroce morte lo fece considerare un martire e il suo culto si diffuse in tutta la Gallia.
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “Le reliquie della cattedrale di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-reliquie-della-cattedrale-di-adria/