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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Sulle tracce di antiche abbazie

Una “camminata” nel cuore del Polesine alla ricerca di suggestive testimonianze di un illustre passato

di Sauro Passarella

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 12–17

“Sulle tracce di antiche abbazie” era l’accattivante premessa per un itinerario pedestre – con partenza presso il Po a Canalnovo di Villanova Marchesana – promosso dal Ctg con CeDi Turismo & Cultura. Un’iniziativa che ha destato l’attenzione dei non pochi appassionati degli aspetti storico-ambientali della nostra terra, per cui più di cinquanta ‘camminatori’ sono convenuti puntuali al punto di partenza.

Chiara la segnaletica stradale per il punto del nostro raduno a CANALNOVO: Chiesa di San Lorenzo ed Ex Corte dei Certosini, duecento metri lasciando la scorrevole via Eridania.

E proprio davanti alla Chiesa di San Lorenzo prende forma il gruppo. Va subito detto che un tempo chiesa e corte facevano parte dello stesso complesso dell’Antica Abbazia Benedettina eretta nel XII secolo. A Canalnovo i Monaci Benedettini erano giunti dalla vicina località di Gavello, costretti ad abbandonare la ben più antica e rinomata Abbazia gavellese circondata dalle acque alluvionali. Inondazione causata dalla famosa rotta di Ficarolo, in seguito alla quale il Po, uscito dal precedente alveo (che si dirigeva a sud verso Ravenna) diede lentamente vita al nuovo corso che vari secoli dopo verrà denominato Po di Venezia.

Sulla sinistra della moderna chiesa di S. Lorenzo si apre dunque la corte, ovvero i resti dell’antico complesso abbaziale di Canalnovo, la prima chicca dell’itinerario. Ci avviamo dunque verso la struttura, indicata dalla segnaletica come Corte Certosina, un bene storico noto ma difficilmente raggiungibile perché di proprietà privata. Non poca pertanto la soddisfazione per poter accedere agli antichi edifici, per la prima volta aperti al pubblico, grazie alla gentile disponibilità della famiglia Sartori proprietaria di quanto rimane dell’antico complesso monastico.

Va innanzitutto rilevato che dalla data della sua origine, a metà del XII secolo, l’abbazia ebbe per alcuni secoli una sua autonomia sotto il profilo religioso, amministrativo e di controllo del territorio. La fase di decadenza iniziò a partire dai primi decenni del XV secolo, quando – come ci informa Alberino Gabrielli nel suo “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria-Rovigo” – nell’anno 1425 l’autonomia dell’abbazia fu soppressa dal vescovo di Adria Giacomo degli Obizzi.

Ma il complesso continuò a vivere assegnato “in Commenda” cioè affidato, sotto il profilo amministrativo, a personaggi importanti o a cardinali di curia. La rendita dei beni era ragguardevole: raggiungeva annualmente la somma di 1200 ducati d’oro (sec. XV). Da allora il lento declino e l’uso sempre più improprio degli edifici via via abbandonati dai monaci. La soppressione definitiva venne decretata da Napoleone, per cui i beni furono messi all’asta e divisi fra vari proprietari.

Nonostante le numerose modifiche strutturali, attualmente il complesso abbaziale conserva ancora un suo fascino ed una certa suggestione religiosa specie nel cortiletto che un tempo fungeva da chiostro. Tra i nomi illustri degli abati succedutesi nei secoli, spicca su tutti quello del sommo poeta Francesco Petrarca.

In tempi più recenti, nei primi decenni del XIX secolo, l’abbazia fu testimone di avvenimenti legati alla Carboneria, essendo qui residente Pietro Rinaldi, affiliato alla società segreta, individuato dai gendarmi austriaci ed incarcerato con i carbonari di Crespino e Fratta Polesine.

Completata la visita ai resti dell’antico bene di Canalnovo, la camminata si indirizza verso la campagna a settentrione del paese, imboccando via Lardina con prima destinazione a Corte Confina. Si tratta di un bel complesso rurale, che ben presto si profila all’orizzonte, costituito da un palazzo del XVII secolo, dall’attigua barchessa e dai rustici di servizio. La corte deve il suo nome al fatto di essersi per secoli trovata in una posizione di confine tra il Ducato Estense e la Repubblica Veneta, ovvero lungo l’incerta linea di divisione stabilita nel 1484 a conclusione della famosa Guerra del Sale.

A Corte Confina è prevista una sosta che acquista anche un piacevole risvolto per la gentile accoglienza della signora Maria Rosa Maragno e la successiva degustazione di tipici prodotti polesani: innanzitutto un saporito salame e l’introvabile vino Basegana offerto per l’occasione dall’azienda agricola Mainarda di Bellombra.

Dopo l’apprezzata sosta, scattate alcune foto al bel complesso architettonico da poco restaurato, riprende dunque l’itinerario imboccando una strada campestre sterrata, costeggiando dapprima filari di viti e poi una distesa di cereali, per superare infine il dislivello che permettere di raggiungere la pubblica via.

La strada è asfaltata, ma il traffico automobilistico è pressoché inesistente per cui il gruppo procede verso GAVELLO in tutta tranquillità, occupando per intero la sede stradale. Lo sguardo va alla campagna ubertosa, ma si posa anche su alcuni caseggiati rurali abbandonati, meste testimonianze che si ripetono, a ricordare un tempo ben più vivace quando la civiltà contadina costituiva il fulcro dell’economia e della società.

Come salvare questi edifici da un degrado che si fa sempre più rovinoso? La domanda resta senza risposta.

Raggiungiamo frattanto il paese. Anche qui l’incontro è con un bene da salvaguardare: Palazzo Gradenigo, costruzione seicentesca che prospetta sulla via principale: il palazzo si presenta imponente ma purtroppo in una situazione di abbandono e perfino soggetto a crolli come avverte un cartello. Ancora una domanda inquietante: quale sarà il suo destino?

Raggiungiamo frattanto la piazza principale che si chiude con la Chiesa dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. La chiesa sorge sui resti dell’antica Abbazia di Gavello, ma ben poco resta dell’importante cenobio benedettino, attivo dal medioevo fino a quando la sua esistenza non fu compromessa dalle grandi alluvioni del XII secolo. L’abbazia fu rinomata specie per aver ospitato nel IX secolo S. Beda, santo di origine tedesca, che scelse di continuare la sua esperienza religiosa nel cenobio benedettino polesano. Aveva infatti lasciato la corte dell’Imperatore Carlo Magno in cerca di una località lontana dalla mondanità e dagli intrighi di palazzo. Il santo, a cui sono ascritti vari eventi miracolosi, morì a Gavello e le sue spoglie, dopo varie peripezie sono approdate in Lazio presso il Monastero Benedettino di Subiaco.

L’attuale chiesa è il risultato di varie riedificazioni che l’hanno portata a raggiungere la sua forma attuale nel corso del ‘700 con consacrazione nel 1787. Una antica Madonna col bambino in stucco, già a suo tempo venerata dai monaci benedettini, è giunta fino a noi: è collocata in una nicchia sopra l’altare maggiore in marmo di Carrara; altare che presenta un pregevole bassorilievo nel paliotto. A sinistra una pala d’altare dedicata a San Beda, a destra a San Sebastiano.

Altre importanti tele del settecento negli altari laterali. Un recente restauro ha riportato al primitivo splendore due opere che possiamo ammirare lungo la navata destra: la Madonna con Bambino e Santi di Francesco Fontebasso (1707-1769) e la tela Santo Vescovo con i Santi Francesco, Carlo e Osvaldo, opera che nel corso del restauro è stata attribuita a Domenico Maggiotto (1712-1793), ma che, nella recente mostra al Roverella di Rovigo dedicata al ‘700 veneto, è stata ascritta all’arte della pittrice Giulia Lama (1681-1747).

La visita alla chiesa è gratificante. Si ritorna nell’ampia piazza inondata dal sole, soddisfatti dell’originale esperienza di conoscenza.

L’itinerario in una zona così poco conosciuta del Polesine è giunto a conclusione e l’ora è tale da consigliare un ristoro. Buona parte dei ‘camminatori’ accetta di buon grado la proposta di un trasferimento presso la trattoria “Alla Rosa” in località Passionanza di Bellombra per degustare un pranzo caratterizzato da un tipico menù della tradizione.

La trattoria si trova lungo l’antica strada dei frati che si muoveva da Gavello ad Adria, utilizzando tratti di un’antica via romana. Il pranzo è all’altezza delle aspettative ed il brindisi finale è “alla salute del Polesine” con l’auspicio che il prezioso patrimonio storico-religioso, presente anche nelle località meno frequentate della terra dei fiumi, possa trovare forme di valorizzazione in chiave turistico-culturale. Con la speranza, inoltre, che possano nascere occasioni di recupero per i caseggiati rurali abbandonati, individuati lungo il percorso.

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Come citare questo articolo

Sauro Passarella. “Sulle tracce di antiche abbazie”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-tracce-di-antiche-abbazie/

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