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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

L’albero dei soprannomi

A Calto, nella golena del Po, non solo le piante con i nomi dei nati, ma anche l’antico pioppo degli “scut-mai”

di Giorgio Fioravanti

Ventaglio Novanta n. 43 2011 pp. 56–59

Lo sguardo sconfina dall’argine che delimita la golena e il fiume, separandolo dal resto del paese di Calto.

Lì un’antica stradina scende verso l’alveo. Ai lati ti accompagnano due filari di alberelli e una targhetta te ne indica nome scientifico e volgare: ultimi esemplari di una vegetazione autoctona, ormai quasi del tutto scomparsa, paziente lavoro di ricerca e di raccolta, che da anni svolge spontaneamente ed instancabilmente Ivo Serravalli, che in quel luogo ha collocato la sua utopia di una mondo ideale, dove uomo e natura, presente e passato, acqua e terra, possano serenamente convivere.

Ogni pianta porta la dedica ad un bambino (in molti casi non più tale) nato in paese. Dunque una stradicciola per certi aspetti legata al presente che dall’argine scende al fiume, caratterizzata dai nomi che fanno riferimento a recenti nascite. Ma non solo….

Via Castello

Questa stradina si chiama attualmente “Via Castello”, ma in quella zona non c’è mai stato alcun castello. Un ingenuo errore di decifrazione della grafia degli agrimensori ferraresi del ‘700, legittimato da una deliberazione della giunta comunale. In realtà si chiamava via “Casella”, l’antica famiglia ferrarese, investita “iure feudi” dal duca Alfonso II d’Este, nel 1560, di terreni e di un fabbricato rurale.

Nel ‘700 i Casella cedettero i loro beni ai Riminaldi che trasformarono la rustica dimora in una sontuosa villa estiva, divenuta poi, nel 1906, sede municipale, dopo un disastroso riattamento di stile “umbertino”.

Via Casella, poi Castello, fu per secoli un’importante strada, un braccio dell’asse viario del paese, che collegava il centro con il “porto”, dove era attivo il traghetto, che quotidianamente, ed infinite volte il giorno, faceva la sua spola con Felonica Po nel mantovano.

Da uno squarcio, tra il folto degli alberi, lo sguardo si ferma al di là del Po sulle cuspidi gotiche e sul rosone della chiesa e di Felonica, che deborda appena dalla linea scura dell’argine: in fianco, quasi a proteggerla, si erge il campanile romanico – gotico, che, tremulo, si rispecchia nella superficie scura dell’acqua del grande fiume.

La tradizione vuole che sia stata fatta erigere da Beatrice, madre di Matilde di Canossa. Beatrice e la figlioletta Matilde di sette anni, nel 1053, al cospetto di papa Leone X, avevano assistito a Mantova, in Sant’Andrea, alla scoperta della cassa, contenente un pugno di terra e una spugna inzuppate del sangue di Cristo, agonizzante sulla croce e trafitto da Longino al costato. Finite le cerimonie, si misero in viaggio per far visita al monastero benedettino di Santa Maria in Felonica. Lasciarono ai frati, una borsa di denaro, perché si pregasse per la recente tragica morte del marito Bonifacio e per l’anima della figlioletta secondogenita Beatrice, deceduta prematuramente.

Dal centro di Calto, la via portava dunque al Po, dove c’era anche la “piarda”, lo scalo fluviale, punto di arrivo e partenza di merci d’ogni genere, e lì c’era l’attracco del traghetto che fino il 22 aprile del 1945 costituiva per le truppe tedesche in disordinata ritirata, l’unico mezzo che consentiva loro ancora di attraversare il Po: nella notte del 22 aprile fu bombardato e per i soldati tedeschi fu una vera catastrofe.

Lì ancora Mario Soldati, diresse alcune sequenze del film “Guerra e Pace”, e il Po divenne, nella finzione filmica, il Don.

Il pioppo dei soprannomi

Una stradina, via Castello (rimasta comunale, nell’enclave del terreno demaniale, per oblio burocratico o per la benevolenza di qualche funzionario rispettoso della storia) che finisce col fusto di un vecchio pioppo. Una pianta quasi centenaria, sul cui tronco, Alberto Pinotti, eccentrico e versatile personaggio caltese, ha avuto l’idea di affiggere le targhette con i soprannomi della gente originale del paese: una specie di albo anagrafico della storia delle più antiche famiglie, che nei secoli hanno popolato il paese.

Soprannomi, nel dialetto locale “Scut-mai”, termine che viene molto da lontano nel tempo, (e che qualcuno vorrebbe addirittura far risalire ai Longobardi con “Schultz-name”, nome breve, principale).

In questo paese, tra fiume e campagna, il soprannome, era più importante del nome, perché era quello che determinava la vera identità delle persone, il senso di appartenenza reale alla storia. Il soprannome resisteva agli anni, alla fredda burocrazia dell’anagrafe; identificava alberi genealogici, distingueva i vari rami collaterali di ceppi comuni, sintetizzava la storia di una famiglia, perpetuava l’eccezionalità di un personaggio capostipite, connotandone la virtù, ma più spesso vizi e difetti.

E’ il caso di quel Francesco Fioravanti, soldato di ventura, al soldo del duca di Milano Filippo Maria Visconti, che nel 1427, fu fatto prigioniero dal Carmagnola nelle paludi di Maclodio: ricevette un fendente al mento, che gli impedì per il resto della sua vita di articolare correttamente le parole. Rinchiuso nei piombi della Serenissima, vi languì fino alla pace di Ferrara del 1428, perché la sua famiglia aveva rifiutato di pagare il riscatto. Tornato in paese, appese la spada ad un chiodo, ma fu soprannominato il “Fanchecco”, proprio come lui riusciva appena a balbettare il proprio nome. E così ebbe origine la discendenza dei “Fanchecchi”.

E con i Fanchecchi, i vari Gabana, Galet, Magnasabbia, Cagnel, Buton, Cana, Scaciulon, Zimbul, Girundon, Zirudela… erano il frutto di una legittimazione sociale che aveva sancito la loro vera aderenza alla realtà, quantificandone origini, caratteristiche ed appartenenza. Soprannomi che non stonavano col paesaggio, col carattere e col portamento, con la storia di quella gente.

Essere privi di soprannome, significava essere privi di storia, vivere sotto tono. Male interpretano, quindi, coloro che oggi se la prendono con quanti ancora ricordano la loro identità con il soprannome. Anche se può sembrare un’espressione quasi irriverente, il soprannome è indice di genuinità ed aderenza al territorio.

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Come citare questo articolo

Giorgio Fioravanti. “L’albero dei soprannomi”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/lalbero-dei-soprannomi/

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