Nata 150 anni fa – dopo il favorevole esito della Spedizione dei Mille e le successive azioni concluse con la proclamazione fatta dal Primo Parlamento Nazionale – l’Italia Unita difettava territorialmente, come è noto, dello Stato Pontificio e del Triveneto. La soddisfazione per il positivo risultato raggiunto, lasciò pertanto l’amaro in bocca a molti patrioti, tra cui vari polesani che dovettero ancora trascorrere cinque anni di esilio prima di poter tornare ai paesi natii a conclusione della terza guerra di Indipendenza, come annotato nei suoi scritti tra gli altri dal lendinarese Alberto Mario.
La radice polesana
La celebre frase “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani”, attribuita a Massimo D’Azeglio, evidenziava una situazione concreta, ombreggiando però il lungo percorso storico dell’ideale nazionale, sbocciato prepotente fin dai primi decenni dell’Ottocento. Un’azione questa, intesa non solo a “fare l’Italia libera, unita ed indipendente”, ma anche a “fare gli italiani” cioè a diffondere l’ideologia nazionale con iniziative di aggregazione, attuate in primis dalla Carboneria. Un’associazione che proprio nella terra polesana ebbe importanti riscontri organizzativi specie a Fratta, Crespino e Rovigo.
Nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia, appare pertanto opportuno richiamare alla memoria questi eventi e le sofferenze inaudite a cui andarono incontro gli “italiani convinti” del Polesine che nel secondo decennio dell’800 trovarono linfa per i loro sentimenti patrii nella Carboneria.
Va innanzitutto ricordata la situazione politica del tempo, caratterizzata a livello europeo dal primato politico dell’Austria, che, dopo aver definitivamente sconfitto Napoleone, vide riconosciuto con il Congresso di Vienna il suo possesso del territorio del Lombardo-Veneto. E da subito iniziò un’azione capillare volta al controllo del territorio e ad individuare eventuali focolai di dissenso.
Il crescente autoritarismo, l’esasperato centralismo, accentuato dal ripristino di modelli di governo e di azione di un passato ormai anacronistico, suscitarono ben presto malcontenti, che, stante il duro regime poliziesco e coercitivo, non potevano essere resi manifesti. Le idee di libertà ed indipendenza trovarono pertanto forme di espressione legate a vie segrete e vincolate ad un solenne giuramento a non rivelare mai il nome degli adepti né gli obiettivi della Carboneria.
La attenta sorveglianza asburgica non mancava però di cogliere i segnali del diffondersi delle nuove idee. In tutto il Lombardo Veneto l’attenzione era tenuta desta, e nei commissariati venivano frattanto compilati gli elenchi dei sospetti: più di quaranta individuati proprio in Polesine sulla ottantina di presunti carbonari annotati in tutto il Veneto¹. Un fenomeno in larga misura sviluppatosi dunque proprio tra Po ed Adige che, nell’ottica di Vienna, bisognava sradicare quanto prima, onde bloccarne la diffusione.
Occorreva pertanto individuare una situazione deflagrante, in grado di portare allo scoperto i sostenitori dell’ideologia finalizzata – per dirla proprio nel gergo carbonaro – a “cacciare i lupi (gli austriaci) dalla foresta (la penisola italiana)”.
I fatti sono noti. Fu il famoso “banchetto carbonaro” di Fratta Polesine ad offrire l’opportunità di cogliere il bandolo della matassa. Fatti noti, ma che si ritiene opportuno qui ricordare nel 150° dell’Unità d’Italia, dato che una importante radice del sogno unitario si sviluppò proprio nella terra polesana.
Il ruolo di Cecilia Monti
L’inchiesta diede i suoi primi frutti dopo il celebre banchetto di San Martino, quando si procedette ai primi arresti. Ad iniziare dall’avv. Antonio Molin di Cavarzare, presente la sera dell’11 Novembre 1818 a villa Grimani-Molin (ora Avezzù) con i carbonari di Fratta, arrestato il 6 dicembre. A quanto pare, fu il primo a fare delle confessioni, indicando il significato politico della riunione frattense organizzata da Cecilia Monti d’Arnaud.
In una informativa del capo della polizia Vogel, indirizzata al governatore in data 19 dicembre, sono riportate le dichiarazioni del Molin relative al ruolo dell’intraprendente donna, la quale assicurava che “…doveva seguire ben presto in Francia una rivoluzione… (il cui obbiettivo era il) ristabilimento in trono del figlio dell’arciduchessa Maria Luigia, già re di Roma, sotto gli auspici della madre che doveva essere nominata reggente”².
Ma chi era questa tessitrice di una trama politica volta a sostenere la causa bonapartista?
Cecilia Monti, originaria di Fratta, donna sicuramente intelligente, colta e quanto mai abile nell’intrecciare importanti relazioni, aveva vissuto a Parigi alla corte di Napoleone, tra le persone intime che si erano prese cura del figlio dell’imperatore. Il suo interesse per i carbonari era pertanto finalizzato a coinvolgerli in un’iniziativa in funzione filo-napoleonica, sostenuta da una apposita società segreta denominata “La Spilla Nera” della quale faceva parte.
Dopo la sconfitta del Bonaparte a Lipsia (1813) Cecilia Monti era tornata a Fratta col marito, il generale francese G. B. d’Arnaud ed il fratello Sebastiano Monti, prendendo in affitto la bella villa palladiana sullo Scortico, iniziando ad intessere la sua trama con personaggi locali, ma anche recandosi spesso oltre il Po a Bologna e facendo persino visita a Napoleone detenuto all’Elba.
Anche la d’Arnaud viene sentita dal capo della polizia che così relaziona: “…Questa donna indefinibile, d’una testa vulcanica e bizzarra, il di cui carattere offre finora un misto curioso di religione e di scioltezza, di lealtà e di malizia, congiunte in una grande conoscenza del mondo e ad uno spirito naturalmente coraggioso ed intraprendente (…) risulta dalle stesse sue confessioni per un’esaltatissima partigiana del cessato Governo Francese, ed ora in particolar modo di S. M. l’arciduchessa Maria Luigia e del Pincipe suo figlio”³. Il Vogel giunge ad ipotizzare per la bella ed intrigante filo-napoleonica “uno stralcio di procedura”. Cosa che poi avvenne, favorendo una conclusione rapida delle indagini a suo carico con un decreto di espulsione dagli stati austriaci per la Monti e marito, mentre il fratello si volatilizzò partendo a quanto pare per la penisola Iberica dove raggiunse la moglie spagnola. Di tutti e tre in breve si persero le tracce.
Arresti in tutto il Polesine
La partita degli inquirenti si era nel frattempo aperta con l’arresto di altri due commensali frattensi della cena di San Martino: Don Marco Fortini, uomo timoroso, la cui adesione alla carboneria era avvenuta in modo quanto meno anomalo, in una situazione architettata dagli amici di Fratta in cui si era trovato invischiato forse suo malgrado. Costretto a pronunciare la promessa solenne, di cui subito dopo ebbe a pentirsi, di fronte agli inquirenti palesò tutto il suo animo disperato chiedendo inutilmente pietà.
Antonio Villa, notaio, residente nella bella dimora settecentesca che guarda lo Scortico ad occidente, era stato affiliato alla Carboneria dal pretore di Crespino Felice Foresti, personaggio di spicco nell’ambito della società segreta. Il suo arresto avvenne il 16 dicembre e, nonostante l’apparenza di una corporatura robusta, si dimostrò molto fragile di fronte agli inquirenti, facendo varie ammissioni, cercando di sminuire la propria responsabilità addebitando ad altri le colpe della diffusione delle iniziative carbonare.
Le informazioni del Villa permisero agli inquirenti austriaci di far scattare una retata che si sviluppò in tutto il Polesine all’indomani di una festa tenutasi nella sera dell’Epifania (6 gennaio 1819) nel Salone dell’Accademia del Concordi di Rovigo, presenti non pochi degli indagati.
Di ciò troviamo notizia nel diario inedito di mons. Luigi Ramello, erudito rodigino che fu anche presidente dell’Accademia dei Concordi. Apprendiamo innanzitutto dell’arresto il 7 gennaio di 4 rodigini: Francesco Cecchetti, capoufficio del tribunale di Rovigo, Antonio Lenta, cancelliere, ex commissario di polizia, Domenico Zona, ex ufficiale della Guardia Cittadina, Lorenzo Cecchetti, funzionario della Conservatoria delle Ipoteche. Le note del diario ci informano poi del concentrarsi dell’azione poliziesca proprio a Fratta: “Alla Fratta in questa mattina arrivarono 100 uomini d’infanteria e 50 Dragoni a cavallo attorniavano le strade e arrestarono, con i commissari di polizia venuti da Venezia, i signori Monti, Oroboni detto il Muletto, Davì, ed altri…”⁴.
Nel paese bagnato dallo Scortico, dove si ebbe il massimo dispiegamento di forze, furono complessivamente ben 18 gli arresti. Oltre ai già citati, ovvero il cavarzerano Antonio Molin, Cecilia Monti, G. B. D’Arnaud, Sebastiano Monti, don Marco Fortini, Antonio Oroboni, troviamo i fratelli Giovanni e Giacomo Monti, i fratelli Antonio e Carlo Poli, Luigi Passi, Luigi Raspi, Giuseppe Rosati, Domenico Davì, Federico Monti, Angelo Gambato, Vincenzo Zerbini e Domenico Grindati.
Ma la retata si estese a buona parte del Polesine, interessando in particolare la zona di Crespino con l’arresto in paese del pretore Felice Foresti, del medico condotto Vincenzo Carravieri, dell’impiegato presso la pretura Giovanni Bacchiega, del legale Benvenuto Tisi, del sacerdote don Gaetano Caprara.
Nella vicina Canalnovo fu arrestato Pietro Rinaldi; a Polesella Natale e Luigi Maneo e Girolamo Lombardi; ad Occhiobello il possidente Carlo Cavriani e Vincenzo Saladini; a Calto Costantino Munari; a Ficarolo don Giuseppe Mantovani; a Fiesso Antonio Viviani pretore di Malcesine: a Badia Annibale dal Fiume; ad Ariano Francesco Maregola.
Tra gli arrestati di Fratta particolarmente penoso fu il confronto con il giovane Conte Antonio Fortunato Oroboni che inutilmente cercò di smentire ogni sua appartenenza alla Carboneria, giacché il commissario Lancetti, in seguito alle confessioni del Villa, trascinò l’Oroboni nella cappella funeraria di famiglia dove il giovane (d’accordo col Villa) aveva nascosto documenti compromettenti.
Tutti gli arrestati venivano frattanto tradotti a Venezia, alcuni prima ai Piombi di Palazzo Ducale, ma poi tutti nell’isola di San Michele di Murano dove fra l’altro, fatti evacuare dalle celle a causa di un distruttivo uragano, ebbero modo di concertare una linea di difesa studiata dal pretore Foresti. Iniziativa inutile perché, sempre a causa di ammissioni del Villa, fu individuato a Crespino un altro importantissimo documento di compromissione denominato “Costituzione Latina”.
L’imperatore a Rovigo
Mentre gli arrestati venivano sottoposti a reiterati e spesso strazianti interrogatori condotti con abilità dal giudice inquirente Antonio Solera, ben diverso era il clima che si respirava a Rovigo. Atmosfera di attesa e di festa per un arrivo di suprema importanza: la visita dell’imperatore Francesco I con la moglie l’imperatrice Carlotta, il vicerè del Lombardo-Veneto Ranieri ed altri dignitari della corte.
Nel succitato diario del Ramello, in data 7 febbraio 1819, si legge che “Per la venuta del Sovrano si sta preparando l’apertura del Teatro Nuovo…”, oltre a vari interventi di abbellimento della città. L’arrivo avviene il 2 marzo, descritto con entusiasmo dal Ramello che però deve notare: “Data l’indisposizione del Sovrano, la visita ai palazzi pubblici civili viene fatta dal principe Vice Re”, il quale ebbe poi modo di lodare scelti capi di bovini, ammirando “quanto sia bella la nostra razza del Polesine”. Nel frattempo l’imperatrice veniva accompagnata in visita ai luoghi sacri, a cominciare dalla Chiesa della Rotonda.
Grande soddisfazione si ebbe poi nell’apprendere che l’imperatore, negatosi alla vista dei rodigini per la sua indisposizione, intendeva rimediare al ritorno dal suo viaggio. Cosa che avvenne il 21 aprile quando fu aperto festosamente il nuovo teatro dove l’imperatore venne accolto da prolungati applausi e da “un’onda di fazzoletti bianchi spiegati dalle logge (…) tutto riuscì a rendere quell’ora tra le più belle; veramente per Rovigo non si poté dare cosa più compiacente”.
Le 34 condanne
Nel diario del Ramello il pensiero ai carbonari polesani torna solo l’anno successivo, 1820, annotando con dispiacere: “… si teme assai alcuni della liberà perduta per sempre, alcuni della vita pur anco. Dio allontani sì fatta tristezza”.
Il clima a Rovigo è ben diverso dall’anno precedente quando la città era pavesata a festa. Il 10 agosto il nostro cronista scrive: “Abbiamo continui passaggi di omeni che vanno e vengono per quanto vien detto a Napoli.”⁵. Nella città partenopea c’era stata un’insurrezione armata di stampo liberale, e gli insorti, guidati dal generale Guglielmo Pepe, avevano ottenuto dal re Ferdinando I la Costituzione. Fatto ritenuto di una gravità eccezionale dall’Austria che subito aveva iniziato ad allertare le sue guarnigioni per una spedizione armata, in base al cosidetto “principio di intervento” sancito dalla Santa Alleanza. Intervento che, decretato dai membri della Santa Alleanza riunitisi a Lubiana nel gennaio 1821, portò due mesi dopo ad un confronto armato con la sconfitta del generale Pepe e il ritiro della Costituzione.
Tutto ciò fa ben capire il clima di massima allerta e sospetto da parte dell’Austria, decisa più che mai a stroncare sul nascere il diffondersi dalla Carboneria. Una situazione questa che per i detenuti nelle carceri veneziane non lascia presagire nulla di buono, per cui la maggior parte attende ormai con rassegnazione la condanna. Ne fanno fede anche le parole di Silvio Pellico che annota “Nelle circostanze in cui era l’Italia io tenea per fermo che l’Austria avrebbe dato esempi straordinari di rigore, e ch’io sarei stato condannato a morte od a molti anni di prigionia”⁶.
Il 22 dicembre del 1821 la corte giudicante emette il verdetto e, alla vigilia di Natale, si procede alla proclamazione della sentenza in piazza S. Marco, presente il vicerè Ranieri, tra uno spiegamento militare eccezionale, in modo da comunicare alla folla assiepata la gravità del delitto e scoraggiare la diffusione di idee antigovernative.
34 i condannati, di cui 13 “a morte per delitto di alto tradimento”, pena poi commutata per “grazia sovrana” in lunghi anni di carcere duro nella tristemente famosa fortezza dello Spielberg in Moravia o in quella di Lubiana (vedi scheda).
Allo Spielberg
Partiti da Venezia nella notte del 12 gennaio 1822, i condannati, incatenati a due a due, raggiunsero lo Spielberg il 10 febbraio, dopo un viaggio estenuante in pieno inverno. La detenzione nella fortezza morava fu molto dura, come documentato da Silvio Pellico ne “Le mie prigioni”. I prigionieri, incatenati stabilmente mani e piedi, avevano celle buie e un vitto povero e spesso ributtante.
Tutti ne soffrirono atrocemente, ed in particolare il conte Antonio Fortunato Oroboni che in seguito agli stenti si debilitò fino a giungere a morte, dopo soli due anni di detenzione, il 13 giugno 1823. Il Pellico si era molto legato al carbonaro di Fratta, con il quale riusciva a comunicare aggrappandosi alla finestra, dato che il frattense era alloggiato nella cella attigua alla sua. Nel suo memoriale lo descrive come “anima nobile, ardente di generosi sensi (…) egli univa la più candida e piena fede nel cristianesimo (…). Oroboni, dopo aver molto dolorato nell’inverno e nella primavera, si trovò assai peggio la state. Sputò sangue e andò in idropisia. (…) L’infelice giovane patì atrocemente, ma l’animo suo non si avvilì mai. Ebbe soccorsi spirituali dal cappellano, il quale per buona sorte sapeva il francese. (…) Morì nel giorno onomastico il 13 giugno 1823 (…). Le sue ultime parole furono: io perdono di cuore ai miei nemici”⁷.
Nello stesso anno, nel mese dicembre, si ebbero le prime scarcerazioni che interessarono don Marco Fortini e Antonio Solera. Nel 1830 veniva frattanto scarcerato Silvio Pellico, mentre per gli ultimi condannati polesani si dovette attendere il 1835, quando si aprirono le porte dello Spielberg per Costantino Munari, Felice Foresti ed infine Giovanni Bacchiega, che sdegnosamente aveva rifiutato due anni prima la grazia asserendo con orgoglio la sua volontà di patire per la patria, senza nulla accettare dall’imperatore.
Le cose andarono meglio per i detenuti di Lubiana, tutti scarcerati nel corso del 1824, senza che sia dato conoscere i motivi di una maggior clemenza esercitata verso questi condannati.
Dopo lo Spielberg
La maggior parte dei carbonari condannati, al ritorno nel loro paese evitarono di manifestare interessi politici e perciò non salirono più alla ribalta della storia. Ma qualcuno fece ancora parlare di sé.
Il mite don Marco Fortini, tornato a Fratta dopo una sosta a Vienna (secondo altri in Dalmazia presso le autorità religiose del luogo) fu progressivamente riabilitato ad esercitare le funzioni religiose. Evitò di interessarsi di questioni politiche, ma ebbe un particolare momento di gloria nel marzo del 1848, allorché l’insurrezione antiaustriaca, scoppiata in tutto il Veneto, allontanò anche dal Polesine i gendarmi asburgici.
Nel clima festoso che ne seguì, Don Fortini, ormai vecchio ed ammalato, fu portato in trionfo su un seggiolone per le vie del paese, quasi una reliquia del Risorgimento. Morì due mesi dopo, convinto che si stesse avverando il sogno di libertà ed unità d’Italia, mentre la sconfitta dell’esercito sabaudo a Custoza rinviava di 18 anni l’appuntamento del Veneto con la patria unita.
Felice Foresti, il pretore di Crespino, in contatto con gli ambienti carbonari emiliani, che era stato il vero tessitore della trama carbonara in Polesine, con la scarcerazione nel 1835 fu costretto dall’Austria a lasciare l’Italia e pertanto emigrò negli Stati Uniti.
Personaggio dotato di cultura ed intraprendenza, non ebbe difficoltà ad assumere ruoli di prestigio nel nuovo mondo, ottenendo anche la cattedra di Lingua e Letteratura Italiana nella Columbia University. Associatosi alla Giovane Italia, intraprese una fitta corrispondenza con Mazzini e Garibaldi, attivandosi in prima persona per una festosa accoglienza al Generale al suo arrivo a New York nel 1850.
Gradualmente si dissociò dal Mazzini per aderire alla Società Nazionale favorevole all’azione di Garibaldi con quella del Piemonte al fine di realizzare prioritariamente l’unità d’Italia. Ottenne con facilità la cittadinanza americana e dagli Stati Uniti fu nominato console a Genova, dove morì il 14 settembre 1858.
Vincenzo Carravieri, liberato nel 1824, tornò ad esercitare a Crespino la professione di medico, non rinunciando a coltivare gli ideali patriottici ed iscrivendosi alla Giovane Italia. Con la liberazione del Veneto nel ‘66 assunse cariche politiche, ottenendo vari riconoscimenti. Amatissimo dalla popolazione, morì il 20 luglio 1876, quasi novantenne.
Giovanni Bacchiega, personaggio particolarissimo, da giovane aveva militato nell’armata di Napoleone e poi del Murat, conservando per tutta la vita un piglio militaresco.
Iscritto alla Carboneria dal Foresti che lo assunse come impiegato alla pretura e lo annoverò tra i carbonari di Crespino, (abitava nel vicino paese di Guarda Veneta), fu tra i pochissimi a resistere ai pressanti interrogatori dell’inquisitore Antonio Salvotti, senza mai rivelare alcunché. Fu l’unico che rifiutò di firmare la petizione di grazia, affermando “Io non farò supplica alcuna, essendo lietissimo di patire per la causa italiana”, cosicché scontò tutta la pena.
Accolto dal Foresti negli Stati Uniti, passò poi in Francia dove si occupò di strade ferrate ed ottenne il passaporto per il Gran Ducato di Toscana che raggiunse nel 1847, morendo improvvisamente a Firenze nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1848. Riconosciuto come emerito patriota, ebbe funerali molto partecipati, nonché l’onore, davvero eccezionale, di essere sepolto in Santa Croce tra i grandi italiani⁸.
Costantino Munari, aveva avuto un ruolo di primo piano nella redazione della Costituzione Latina⁹, ovvero dello statuto dell’ipotizzato organismo di coordinamento a livello nazionale al di sopra della stessa Carboneria e di altre società segrete. Soffrì molto allo Spielberg, invecchiando precocemente, tanto che il Pellico lo descrive come ultrasettantenne, mentre al suo arrivo nel carcere moravo aveva da poco superato i cinquant’anni.
Liberato nel ‘35, tornò al suo paese a Calto con una salute molto compromessa. Morì due anni dopo all’età di 65 anni.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “La Carboneria e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-carboneria-e-il-polesine/