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STORIA - TRADIZIONI

I pionieri della bonifica

Importante nel corso dell’Ottocento il contributo dei meccanici stranieri alla redenzione del territorio del Polesine

di Francesca Pivirotto e Lorenzo Maggi

Ventaglio Novanta n. 43 2011 pp. 84–89

La metà del XIX secolo costituisce un importante spartiacque per il territorio polesano: dopo alcuni lustri di costosi tentativi andati falliti, le moderne tecniche permisero di applicare efficacemente il vapore alla bonifica, dando così inizio all’era della costruzione delle grandi macchine idrovore. Ciò portò in Polesine ingegneri meccanici di varie provenienze e nazionalità che svolgevano sopralluoghi e rilievi per conto delle diverse ditte fornitrici, come lo svizzero Frej della Escher Wejss di Zurigo, Stefano Benech e Augusto Tarifat della Benech di Torino, Giorgio e Guglielmo Strudthoff della omonima ditta triestina.

Proprio con Giorgio Strudthoff, il 10 luglio 1851, Pietro Salvagnini stipulò il contratto per l’installazione in località Belvedere di Rettinella¹, nei pressi di Loreo, di una imponente macchina idrovora per il Consorzio Dossi Vallieri². L’imprenditore triestino pochi mesi dopo, il 21 ottobre, si accordò anche con la presidenza del Consorzio Gavello Dragonzo per una macchina analoga da costruire nei pressi di Adria, in località Piantamelon³.

Con i pezzi delle macchine da montare, però, giungeva in Polesine anche il personale impiegato nelle diverse fasi di costruzione.

In entrambi i casi citati, infatti, la ditta si impegnava a fornire non solo i macchinari, costruiti in base a quanto progettato dall’ingegnere idraulico Cesare De Lotto⁴, ma anche il personale per l’assemblaggio e soprattutto “due abili macchinisti” che sarebbero rimasti presso lo stabilimento idroforo fino alla scadenza dei due anni di garanzia delle macchine.

Il salario di costoro, stabilito inizialmente in 450 lire mensili, doveva essere a carico dei consorziati.

La ditta Strudthoff non era la sola ad offrire un simile servizio: proposte analoghe furono avanzate in quegli anni anche dalla milanese Schlegel⁵ e dalla torinese Benech⁶.

In poco tempo, dunque, la bonifica meccanica convogliò in Polesine un piccolo esercito di ingegneri meccanici, tecnici, macchinisti, fuochisti e fabbri, spesso stranieri, dipendenti delle ditte a cui la costruzione dei potenti macchinari veniva commissionata.

Il loro lavoro era organizzato in modo piramidale. In loco c’era un ingegnere meccanico che rappresentava la ditta e che fungeva da direttore dei lavori di installazione: affiancava il direttore progettista locale (in genere un ingegnere idraulico) ed aveva il compito di tradurre in realtà le macchine ideate, anche apportando al macchinario le modifiche necessarie ad ottimizzarne le prestazioni. Sottoposto all’ingegnere meccanico, c’era il macchinista con le mansioni di direttore di macchina: a lui spettava il coordinamento del lavoro dei sottomacchinisti, dei fuochisti e dei carbonini. Completavano il cantiere i fabbri che lavoravano nella piccola fonderia allestita nel cantiere stessa⁷.

Robert William Whitehead

Fra tutti, spicca senza dubbio l’ingegnere meccanico inglese Robert Whitehead⁸, che dal 1851 al 1855 soggiornò nel Basso Polesine con continuità, mantenendo tuttavia i contatti in provincia almeno fino al 1870⁹. Era il direttore della ditta Strudthoff di Trieste e, dal tempo della costruzione dell’idrofora del Dossi Vallieri, fu per l’ingegnere idraulico Cesare De Lotto un prezioso collaboratore.

In quegli anni De Lotto elaborò anche i progetti per l’asciugamento meccanico dei comprensori dei seguenti Consorzi gravitanti nelle zone di Adria, Cavarzere, Loreo e Rovigo: Gavello e Dragonzo (1851); Tartaro Osellin (1851 e 1853); Valli d’Adria (1852); Campagna Vecchia Inferiore (1852); Bresega (1853); Centrale del Foresto (1854); Superiore del Foresto (1854); Santa Giustina (1854). Fra il 1853 e il 1854, inoltre, progettò l’asciugamento del I e del II circondario ferrarese¹⁰. In quello stesso periodo, eseguì anche numerose bonifiche private, comprese quelle sui terreni di sua proprietà e della tenuta Meticke.

In verità non tutti questi progetti giunsero a realizzazione¹¹, ma sempre De Lotto sostenne coi committenti l’affidamento della costruzione delle macchine alla Strudthoff, merito della stima che nutriva per il direttore Whitehead, come lo stesso ingegnere idraulico affermò in molte occasioni¹².

Fra il 1851 e il 1857 abitò in Polesine anche William Whitehead, meccanico del Dossi Vallieri e del Tartaro Osellin, anch’egli dipendente della triestina Strudthoff. Era infatti uno di quei macchinisti che, per contratto, la ditta fornitrice metteva a disposizione del Consorzio fino allo scadere della garanzia. Non è stato possibile accertare i rapporti che intercorrevano fra i due Whitehead, Robert e William, anche se pare strano si tratti di semplice omonimia: furono dipendenti della medesima ditta, arrivarono insieme in Polesine e William lasciò il suo posto di lavoro grossomodo nello stesso periodo in cui Robert, abbandonati gli Strudthoff, si trasferì da Trieste a Fiume. Ad ogni modo, William dal punto di vista professionale aveva un ruolo subordinato a quello di Robert, cui invece era affidato il compito di direzione dei lavori. Di William sappiamo inoltre che si trasferì in Polesine con la famiglia, e che vi rimase stabilmente anche fra il 1855 e il 1857, quando la presenza di Robert era diventata più saltuaria¹³.

Henry e Giulio Foster

A Piantamelon invece, nel 1853, furono inviati altri due macchinisti della Strudthoff, l’inglese Henry Foster, in qualità di primo macchinista, e il secondo macchinista G. Persich¹⁴. Di quest’ultimo si perdono presto le tracce ed è probabile, quindi, che sia tornato a Trieste allo scadere del periodo di garanzia.

Foster invece si trasferì definitivamente ad Adria: nel 1857 divenne procuratore dello Stabilimento Tecnico Triestino (già Strudthoff), e curò in provincia gli interessi della ditta per molti anni. Nell’ottobre del 1876 Guglielmo Strudthoff in persona lo designò a direttore di macchina dell’idrovora di Bresega, allora in costruzione¹⁵: il contratto stipulato fra la ditta triestina e il consorzio testimonia come le condizioni di fornitura, nonostante fossero passati vent’anni, fossero rimaste grossomodo invariate nel corso del tempo¹⁶. Allo scadere della garanzia, Foster accettò la proposta della presidenza di Bresega e rimase a Voltascirocco alle dirette dipendenze del Consorzio fino al 1893, quando fu sostituito dal figlio Giulio, anche lui “macchinista patentato”.

Nel 1855, risultano attivi in Polesine almeno altri due tecnici stranieri: si tratta di Nicola Döll e Otto Karl¹⁷, che, a giudicare dal nome, sembrerebbero più di origine germanica che anglosassone. Erano alle dipendenze della ditta Schlegel che li aveva incaricati di occuparsi dell’idrovora del Campagna Vecchia Inferiore all’Amolara¹⁸. Vale forse la pena di accennare che il tipo di macchinario offerto dalla ditta milanese, a turbine, utilizzava un sistema diverso da quello a ruota a schiaffo sostenuto da De Lotto e prodotto dalla Strudthoff¹⁹.

Meritano invece qualche riflessione le condizioni con le quali Henry Foster nel 1877 fu assunto dal Consorzio di Bresega, che appaiono particolarmente interessanti perché indicative del prestigio di cui godevano all’epoca questi professionisti. Il direttore di macchina, infatti, aveva grande autonomia decisionale e l’intero stabilimento era gestito da lui, che rendeva conto del suo operato direttamente alla presidenza e non era, quindi, sottoposto all’ingegnere consorziale. Prova di questo trattamento speciale è anche la retribuzione.

All’epoca il battifango (ovvero il custode) percepiva circa 350 lire all’anno. Ai due cardini del consorzio, segretario e ingegnere, venivano corrisposte 1.300 lire all’anno. A Foster veniva versato un compenso annuale di 11.000 lire, ovvero grossomodo nove volte di più di quanto percepito da ingegnere e segretario. È vero che, per contratto, spettava a lui stipendiare il carbonino e il fuochista, ma resta comunque una cifra notevole. Per controparte, il lavoro era piuttosto duro e di grande responsabilità, e contemplava l’obbligo di risiedere nei pressi della macchina e di garantirne il funzionamento giorno e notte.

Giordano Zangirolami e lo stabilimento tecnico

A questi macchinisti va riconosciuto il merito di aver contribuito alla bonifica del nostro territorio, ma anche quello di aver formato la classe di professionisti locali che sono succeduti loro. Fra questi Giordano Zangirolami²⁰, al quale più di altri, forse, spetta il titolo di capostipite dei macchinisti polesani. I primi rudimenti meccanici li aveva appresi da un altro macchinista inglese, tale Braum (o più probabilmente Brown²¹) che intorno al 1850 era attivo nel cavarzerano.

In seguito, si era formato alla scuola di Cesare De Lotto e Robert Whitehead nei cantieri del Dossi Vallieri e del Tartaro Osellin e per anni aveva lavorato al fianco di William Whitehead. Rilevato il posto di direttore di macchina del Dossi, e fiducioso nella formazione avuta, prese il coraggio di fondare in provincia di Rovigo una sua officina meccanica che, non a caso, aveva voluto chiamare Stabilimento Tecnico trovandosi in breve tempo a dare lavoro oltre trecento persone e dal quale uscirono innumerevoli tecnici specializzati²².

Anche l’esperienza dei Foster non andò dispersa: quando nel 1897 Henry e Giulio lasciarono Voltascirocco, vollero essere sostituiti da Antonio Rosada, che per vent’anni aveva lavorato all’idrovora del Bresega a fianco di Henry. Rosada, a sua volta, è padre di Achille, Amedeo e Giambattista, tutti macchinisti formati alla sua scuola.

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Come citare questo articolo

Francesca Pivirotto, Lorenzo Maggi. “I pionieri della bonifica”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-pionieri-della-bonifica/

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