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STORIA - TRADIZIONI

Le fornaci di Villanova Marchesana

La svettanti ciminiere, vigili sentinelle del fiume Po, custodiscono un’area golenale oggi apprezzata dagli appassionati di turismo all’aria aperta

di Fabrizio Braga

Ventaglio Novanta n. 43 2011 pp. 90–93

Percorrendo la strada arginale che da Crespino porta a Villanova Marchesana, lo sguardo non può non venire attratto da ciò che rimane di un imponente stabilimento industriale che sorge nella golena del fiume Po, in una vasta area naturalistica di oltre 30 ettari. Il sito, attualmente caratterizzato da una fitta boscaglia sviluppatasi in alcuni decenni di abbandono, è divenuto luogo di nidificazione di aironi, garzette e nitticore, ma ancora si caratterizza per le svettanti ciminiere che emergono e che sembrano non voler cedere al degrado che le circonda.

L’edificio principale, visibile dalla strada e parzialmente crollato, è parte di un complesso più vasto per decenni destinato alla produzione di materiale per l’edilizia. Rappresenta la testimonianza concreta di un’attività aziendale che per lunghi anni ha consentito ai comuni rivieraschi del Po di integrare la precaria economia agricola con l’occupazione di molti lavoratori stagionali che nei periodi di punta potevano raggiungere le 300 unità.

Si tratta delle fornaci della famiglia Totti, opportunamente costruite lungo il corso del Po per impiegare la preziosa argilla ricavata dal fiume. Realizzate negli ultimi anni del 1800 e nella prima metà del secolo scorso, hanno caratterizzato un’epoca in cui nel settore edilizio si faceva larghissimo impiego del classico laterizio cotto in forno.

L’individuazione dei siti golenali per la localizzazione delle fornaci in Polesine, oltre che per il reperimento in loco della materia prima era indicato per l’utilizzo dell’importante via d’acqua ai fini delle spedizioni dei laterizi con natanti da trasporto gestiti prevalentemente da barcaioli chioggiotti, la cui proverbiale “intraprendenza” doveva talvolta essere messa a freno.

Le fasi della lavorazione

Un lavoro complesso quello che per decenni ha caratterizzato i cicli produttivi delle fornaci di Villanova. Si partiva dal reperimento della materia prima, seguito dal trasporto all’interno della fornace.

Per la movimentazione dell’argilla estratta dalle cave si faceva largo uso di carrelli trasportatori, sul genere di quelli utilizzati nelle miniere, sospinti prevalentemente a mano da personale sia maschile che femminile, quest’ultimo impiegato anche per lavori particolarmente pesanti: un fisico robusto rappresentava per le donne un ottimo viatico per un posto di lavoro in fornace, alternativo e più redditizio al duro lavoro nei campi.

Il processo di produzione del laterizio non si discostava molto dal metodo già in uso due millenni fa nell’antica Roma in cui l’argilla, amalgamata con acqua, rappresentava la materia prima. Il risultante impasto veniva quindi modellato per dar forma al prodotto (mattoni, coppi, tegole ed altro), successivamente essicato ed infine posto in cottura.

I macchinari utilizzati per la produzione, pur nella loro semplice funzionalità, svolgevano nelle Fornaci di Villanova Marchesana un importante ruolo nella lavorazione del laterizio, supportando l’indispensabile manodopera “specializzata,” cui era affidata la gestione di tali apparecchiature.

Il mattone, ad esempio, era prodotto da una grossa macchina, “la mattoniera”, che impastava l’argilla con acqua e faceva lentamente fuoruscire, da una apertura rettangolare di dimensioni appropriate, una lunga sagoma che veniva all’uscita via via “affettata” ad intervalli regolari da una specie di archetto munito di un filo d’acciaio. La successione dei tagli, sincronizzati in automatico, dava forma al mattone crudo.

La tegola marsigliese, invece, scaturiva da un impianto formato da una pressa verticale costituita da un grosso rullo ottagonale che ruotava in senso orario con movimenti periodici precisi ed era condotta da personale femminile. Da un lato l’addetta inseriva una “mattonella” rettangolare grezza di argilla impastata, dall’altro la compagna ritirava il prodotto sagomato dal meccanismo a pressa rotante che “stampava” la tegola.

La scarsa protezione antiinfortunistica o la banale disattenzione delle operatrici causavano talvolta danni irreparabili per schiacciamento agli arti superiori. Ma allora nessuno pensava ad intentare causa all’azienda e tutto procedeva senza interruzioni.

La fase più delicata della produzione del laterizio era costituita tuttavia dal momento dell’essicazione del prodotto crudo: il processo di cottura nel grande forno circolare doveva essere preceduto da un periodo di “stagionatura” che avveniva all’aperto, normalmente nella piana prospiciente la mattoniera, utilizzando apposite griglie a castello protette dai raggi diretti del sole da un coperto di coppi e dalle classiche arelle di canna.

Al fine di ridurre i non brevi tempi di essicazione all’aperto, negli ultimi anni di attività industriale venne messo in funzione presso la vicina fornace “Etna”, facente parte del medesimo complesso industriale, un sistema di asciugamento artificiale del laterizio, grazie ad un impianto di ventilazione temperata prodotto da speciali apparecchiature.

Il rito dell’accensione

Il momento più importante ed emozionante dell’intera annata produttiva era rappresentato, a primavera, dall’accensione del grande fuoco che doveva durare l’intera stagione. Con una cerimonia semplice ma solenne, alla presenza dei titolari dell’impresa e delle autorità civili e religiose, un bambino era chiamato ad accendere la carta che attizzava il legname opportunamente accatastato all’interno del forno, a contatto con il laterizio da portare a cottura.

Un brindisi beneaugurante concludeva il rito.

La camera del fuoco o tunnel di cottura, realizzato in materiale refrattario, era di forma circolare, con diverse aperture e veniva alimentata in successione con legno combustibile (proveniente da fornitori locali ma anche dai boschi dell’ex Jugoslavia) e con laterizio crudo, in sostituzione del materiale già cotto.

Era in tal modo assicurato il ciclo continuo, operando nel grande forno circolare attraverso le apposite aperture ed introducendo alternativamente il combustibile ed il laterizio. La presenza di una possente ciminiera consentiva una combustione ininterrotta e regolare.

La commercializzazione

L’ottima qualità del prodotto polesano, sicuramente generata dal particolare pregio della materia prima oltre che dalla tecnica di produzione, ha consentito una larghissima diffusione in Italia ed all’estero del laterizio di Villanova Marchesana.

A questo proposito val la pena ricordare l’ingente fornitura di laterizi utilizzata per contribuire alla lenta ricostruzione della città di Messina semidistrutta dal terremoto del 1908 ed il notevolissimo contributo allo sviluppo edilizio della città di Fiume negli anni ’30. Anche per la costruzione del Palazzo del Cinema di Venezia vennero utilizzati mattoni delle Fornaci Totti e, fatto inconsueto per l’epoca, l’esportazione negli anni ‘50 di 250.000 tegole marsigliesi perfino nella lontana Australia.

La proprietà, per far fronte alle pressanti richieste di mercato, oltre a realizzare la fornace di minori dimensioni denominata “Etna” accanto all’insediamento principale, aveva provveduto alla costruzione di un ulteriore insediamento produttivo anche nelle vicine aree golenali di Crespino.

Di quest’ultima realtà industriale è andata purtroppo perduta la testimonianza concreta: durante l’ultimo conflitto mondiale il Comando tedesco ne decise la distruzione con ingenti cariche di dinamite al fine di utilzzare il materiale di risulta per il consolidamento dei percorsi militari strategici nelle campagne crespinesi e lungo il fiume Po.

La parabola discendente

Il 1951, l’anno della piena del Po e della conseguente disastrosa alluvione del Polesine, mise in serio pericolo la sopravvivenza dell’industria laterizia nelle fornaci di Villanova Marchesana: l’invasione delle acque nello stabilimento (le cui strenue difese formate da molte centinaia di sacchetti di sabbia stavano per soccombere) fu per poco evitata nella notte del 14 Novembre dalla rotta di Occhiobello che fece repentinamente decrescere il livello del fiume nel suo corso verso il mare.

Tuttavia il 1951 segnò anche l’inizio della decadenza. La concorrenza delle nuove fornaci sorte nel triangolo industriale e la crisi del settore conseguente all’introduzione di nuovi materiali da costruzione, causarono il rallentamento delle commesse e l’inevitabile crisi dell’azienda che nel 1964 cessò del tutto la produzione. Al momento della chiusura le fornaci occupavano ancora 160 operai.

L’evento provocò una crisi socioeconomica molto grave per il Comune di Villanova Marchesana che in pochi anni vide più che dimezzata la popolazione, passata dai 3620 abitanti del ‘50 ai 1446 del ‘71.

Villanova Marchesana: una ridente realtà rivierasca che ha vissuto, grazie ad una preziosa volontà imprenditoriale, alcuni decenni di benessere socioeconomico non facilmente riscontrabile nel territorio polesano nel periodo tra i due conflitti mondiali e sino alla metà degli anni ‘60.

A testimonianza di questo “glorioso” passato rimangono ora, immaginarie sentinelle, le ciminiere delle fornaci con il contorno delle ex cave di argilla, un sito divenuto paradiso di tanti pescatori ed appassionati di turismo all’aria aperta.

Le opportune valorizzazioni, compiute negli ultimi anni, hanno reso possibile la fruizione e visitazione di questi “luoghi della memoria”, attrezzati con punti di osservazione, con aree per il ristoro e con attracchi fluviali per la navigazione da diporto.

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Come citare questo articolo

Fabrizio Braga. “Le fornaci di Villanova Marchesana”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-fornaci-di-villanova-marchesana/

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