Mettiamo che vostro figlio dovesse essere battezzato subito dopo Pasqua in Polesine. Se era prima della fine degli anni ‘60, più o meno, dovevate rompere, o aprire, il Fonte Battesimale. Il modo per farlo – per poter comparire, come si diceva allora – era quello di portare un agnellino al prete. La bestiolina si doveva chiedere ad un pastore. Peccato che il pastore, spesso, nicchiasse, e una ragione c’era. “I lo infiochetava e i lo improfumava tuto e po’ la só mama non lo conosseva più”, questa la spiegazione fornitaci da Lidia Santi, pastora.
Conoscere le famiglie di pastori che vivono in Polesine è interessante perché aggiunge una tonalità nuova e abbastanza inattesa alla storia di questa terra e dell’Italia in generale.
Innanzitutto i pastori per lo più non erano polesani, e tuttora non sono (per chi ancora fa il mestiere) autoctoni. Gli studi di Paolo Rigoni attestano che in Polesine non si è affermata un’industria casearia come invece in altre zone della Pianura Padana perché esisteva un commercio fiorentissimo di torelli, ricercati per la resistenza al lavoro e alla fatica (famosa per questo la Fiera di Rovigo, il mercato di Adria, di Lendinara, ecc.); così il latte delle mucche che avevano partorito serviva per allattare i piccoli nati e non era “investito” nel formaggio. Ciò è storicamente documentato nell’Inchiesta Agraria del 1882 che imputa proprio al guadagno derivante dal commercio, la mancata nascita dei caseifici in Polesine, nonostante i ricchi foraggi e il numeroso patrimonio bovino. Esisteva invece da sempre una industria domestica, di sussistenza, per i bisogni della famiglia. Si faceva un formaggio, più o meno salato, più o meno stagionato, simile all’Asiago.
Qui raccogliamo la testimonianza di due famiglie, i Nardini e i Colò.
La famiglia Nardini è stanziata a Cavanella Po.
Racconta di come il nonno imperversasse per il nord Italia all’epoca della transumanza (perpetrata fino al 2000). Rigoni contestualizza: “Sono gli ultimi rappresentanti dei pastori modenesi che sin dal Medio Evo, dall’Appennino modenese giungevano a svernare in Polesine. In tutto il periodo di dominazione estense, durato sino al 1509, si è prolungato un flusso ininterrotto di pastori, che provenivano dal Monte Cimone e dall’Abetone”.
“Partivano dai paesi di Fanano, Pievepelago, Fiumalbo – precisa Rigoni – e giungevano qui per la fine di novembre. Al 25 precisamente, ottenevano il diritto di pascolo che durava sino al 25 marzo, Pasqua o al 25 aprile. Pagavano il fitto in natura con formaggi cotti, “crudi” e “asaradi”, formaggi freschissimi fatti cagliare con aceto (ancora adesso con questo sistema li fanno in Romania). La loro presenza sui campi era preziosa perché le pecore con i loro escrementi concimavano il terreno”.
“Dopo il passaggio del Polesine intero a Venezia, per una serie di accordi tra Venezia e Ferrara, è continuata la presenza dei pastori modenesi, allargatasi a greggi provenienti dall’Altovicentino, dalla Valsugana e dalla Lessinia, un flusso transumante durato sino alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, quando la maggioranza dei pastori è diventata sedentaria investendo nella terra o intraprendendo la professione di casari e commercianti”.
Per i pastori dunque non c’erano sbarramenti e confini. Un bell’esempio di Italia unita ben prima dell’Unità.
Le pecore della famiglia Nardini, quasi tutte di razza massese e comunque italiane, oggi mangiano ancora ciò che le pecore dovrebbero mangiare: erba, granoturco quando è trebbiato, tutt’al più mais prodotto dall’azienda (all’ora della merenda, se ci andate, l’ovile risuona di belati di pretesa).
L’azienda dei Nardini si basa sia sulla macellazione che sulla produzione casearia, e la seconda, al momento, è una strada di gran lunga più promettente.
Ma com’era un tempo, e com’è oggi, la vita di un pastore?
Ci si sveglia alle cinque, si fa una colazione consistente e si mungono le pecore; le pecore si possono mungere una o due volte al giorno. Verso le nove si esce con il gregge, in inverno (prima se è estate) e le pecore tornano dentro l’ovile alle quattro circa. Vengono anche tosate, una o due volte l’anno (aprile e agosto). La tosatura è dispendiosa, ed ora per portarla a termine arrivano addirittura tosatori australiani.
Ad ogni modo, l’azienda Nardini rispetta i dettami della produzione alimentare sostenibile: i ritmi della riproduzione rispettano i cicli naturali; e alle pecore, se si beccano un malanno, non vengono somministrate le ultime scoperte della ricerca zoofarmaceutica, anche perché non è conveniente: questo esclude l’azienda dalle abominazioni antibiotiche di tanta produzione vaccina multinazionale.
Ancora più incoraggiante, in termini di salute nutrizionale, è il fatto che i formaggi siano a latte crudo: i colossi industriali offrono invece prodotti pastorizzati, che hanno perso l’anima, in qualche modo, ma che sono immensamente più facili da trasportare e smerciare. Eh sì, perché i gusti, si sa, sono ormai omologati, e alla gente piace non sentire nulla di diverso: oggi piacciono di più i formaggi freschi, e non era così una volta. Gli altri, infatti, “sanno troppo da pecora”, dicono: e da cosa devono sapere?, risponderebbe la logica.
Un tempo, diversamente, i gusti non erano così appiattiti; tanto per dirne una, si gustava la zuppa di siero: lo conferma la signora Silvana Martinelli, che mentre facciamo l’intervista sta facendo le ricottine. Silvana racconta come i bambini ne andassero ghiotti, quando il pastore gliela offriva, laggiù nella golena di Cavanella Po.
La famiglia dei Colò la troviamo a Guarda Veneta.
Una famiglia originaria di Fiumalbo, bellissimo il nome (Fiume bianco)!, che si è fermata in Polesine. Anche loro erano transumanti, e arrivavano nel nostro territorio verso settembre, macinando venti chilometri al giorno, con le pecore, mica scherzi, e mai seduti, nemmeno per mangiare. Il tragitto dalle montagne d’origine era questo: Fiumalbo Pavullo, Castelnovo Rangone. Castelfranco Emilia (e Modena), Sant’Agata Bolognese, San Giovanni Persiceto, poi fermi a Decima, Porotto, Pontelagoscuro, Garofolo, e poi fino alla località La Rena (nei pressi di Guarda).
Quando alloggiavano presso le famiglie, i pastori in cambio davano prodotti di giornata e si sedevano con loro vicino al fuoco e facevano filò. Però, tuona la signora Lidia, si erano stufati di essere i più lontani dal fuoco, e per questo hanno comprato casa a ridosso dell’argine di Guarda. La signora, che si chiama Lidia Santi, ironizza con una nota di arguto orgoglio: “i santi in ciesa, i diavoli in cà!”.
Ma lontani dal fuoco, cioè dal centro (della società, come dei luoghi) i pastori lo erano per più di una ragione. Ad esempio, rappresentavano una forza centrifuga in fatto di religione. Devoti a Sant’Antonio Abate, – quasi per forza di cose – il loro approccio alla fede era libero e zingaresco, come è sempre quello di genti che errano per le terre (o per le acque, lo stesso infatti accadeva per i barcari del Po). I pastori non erano, come sogghigna Lidia, come “la coa del bosgato”, tutti attorcigliati sullo stesso punto.
I pastori non andavano molto in chiesa (“I lievori i va tanto veloci anche senza ’ndare a Messa”), ma avevano un grande rispetto, e probabilmente una loro interpretazione della spiritualità: confessa a mezza voce che esistevano le Confinarie.
Cosa sono le confinarie? Preghiere, quasi esorcismi, che avrebbero tenuto lontani i topi dal bestiame, affinché non mangiassero gli zoccoli e i cornetti dei capretti. Una specie di rito voodoo, diremmo. Se si chiedevano questi scongiuri al prete, quello rifiutava; tuttavia, alla fine le preghiere venivano recitate. Così si dice.
Comunque il pastore doveva farne, di favori, per poter lavorare. Intanto, per non inimicarsi troppo i contadini, sulla cui terra bisognava passare (spesso venivano fuori della battaglie). Poi, perché a più pastori poteva capitare di essere piazzati su una stessa area, e allora c’era da giocare d’astuzia, col padrone della terra: efficacemente, dunque, Lidia afferma che “il pastore deve girare con la fetta di salame nella borsa”, anche perché “par gnente l’orbo non canta”.
Insomma, i pastori non facevano vita di sollazzi. Partivano ad agosto dalla montagna, quando la pioggia rinfresca il bosco, e arrivavano in Polesine a novembre. Al ritorno, però, quando passava il pastore arrivava la primavera, si diceva.
Si stava in giro molto, e più si stava in giro meglio era: per far passare il tempo, perché le pecore brucassero e i pastori trovassero da sostentarsi.
Che differenza con oggi! Oggi corriamo, corriamo, per arrivare prima, prima di qualsiasi cosa, prima ancora che … sia tempo.
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Come citare questo articolo
Francesca Forza. “Pastori in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/pastori-in-polesine/