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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La Pieve di Veratica

Affondano nel medioevo le radici della chiesetta nel comune di Salara, ufficialmente dedicata alla Madonna della Neve dall’agosto 1882

di Giorgio Fioravanti

Ventaglio Novanta n. 44 2012 pp. 32–33

“Ogni paese ha una sua pietra, e ogni pietra ha la sua storia”. Ed in effetti anche il piccolo centro di Veratica, località di Salara, dove sorge un tempietto (in attesa di un intervento di restauro) dedicato alla Madonna della Neve, ha qualcosa di importante da dire.

Il toponimo

Cominciamo dal toponimo. La sua origine è molto lontana nel tempo. Le testimonianze certe, dovute a numerosi reperti di superficie raccolti in Veratica, particolarmente lungo il corso dell’antichissima fossa Pestrina, confermano le sue origini romane. Sul significato del toponimo Arnaldo Bignardi, emerito cittadino di Salara e studioso della sua storia, aveva avanzato un’ipotesi: “Veratica… è di antichissima origine.” – aveva scritto-.”La ragione del nome sarebbe dovuta ad una statuetta di legno dorato o d’oro, attribuita alla Vergine, quindi auratica”.

Ipotesi suggestiva ma che non mi sento di avallare, per il divario temporale. Il culto mariano fu introdotto nella liturgia cristiana col Concilio di Efeso del 431 d.C., nel corso del quale fu sancito il dogma di “Maria, madre di Dio”, ma il toponimo è sicuramente preesistente.

Auratica, si collocava sulla riva sinistra di quell’antichissimo corso d’acqua, noto come “Fossa Pestrina”, del quale, sulla base dei resti esistenti, si può ipotizzare l’origine tra l’attuale Castelnovo Bariano e l’odierna Castelmassa. Di questo parere era il Frizzi, che ne individuava le origini presso la “Villa di Massa Superiore e parallela al Po scorreva giù verso il mare”.

Non è escluso che il toponimo Auratica, si riferisse ad un’intera zona ai margini di una grande piana dominata dalla palude di acque salmastre, ricche di pesce tra cui le orate (aura in latino, da cui Auratica?). Un ampio specchio di acqua palustre da cui emergevano barene, scanni sabbiosi, polesini coperti di selve e popolati da cinghiali, daini…

Le strade romane e la diffusione del cristianesimo

Lasciamo le ipotesi sulla derivazione del toponimo per riprendere il filo della storia, ricordando come Roma, sottomessa l’Italia meridionale (tra il 396 e il 265 a.C.), e concluse le guerre puniche, estese la sua occupazione all’Italia Settentrionale, fino ai piedi delle Alpi, chiamando Gallia Cisalpina questa nuova provincia.

Possiamo datare al 163 a.C. il passaggio della zona sotto il dominio di Roma. E col dominio romano la rete stradale fu consolidata, ampliata e resa percorribile, soprattutto, dagli eserciti. La zona compresa tra l’Adige e il Po, era intersecata da una razionale rete viaria e molte di queste strade, già preesistenti, seguivano la sponda di corsi d’acqua. Da nord a sud abbiamo testimonianza di una strada importante: quella che collegava la via Emilia, con la via Annia – ossia Modena con Padova – per proseguire fino ad Aquileia, denominata via Emilia-Altinate.

Senza entrare nel merito della discussa questione del suo tracciato, mi sento di dar credito alla tesi a suo tempo sostenuta dall’ing. Cristino Sartorelli, in “Notizie storiche su Trecenta”, che identifica Aneianum con il nome antico di Trecenta, ipotizzando che la strada Emilia Altinate passasse per Trecenta, e proseguisse verso Sadarianus (Sariano), Auratica (Veratica), Aurhonchus (Runzi), per raggiungere e attraversare il Po presso il Vicus Varianus (l’attuale Vigarano Pieve). E sul percorso di queste strade, dopo l’editto di Costantino, si diffuse il cristianesimo, consolidatosi via via nel corso del Medioevo.

Nel IX secolo, pur essendo raccomandato dai concili, il rispetto del precetto domenicale, venne definitivamente imposto in forza della legislazione civile carolingia. Intanto disboscamenti e bonifiche ampliarono la superficie coltivabile, da cui derivò un graduale ripopolamento delle campagne, con la necessità pertanto di costruire nuove chiese plebane. E proprio in quest’ambito va vista la costruzione del primo tempio di Veratica.

I primi oratori

Tra i primi documenti relativi al X secolo troviamo un atto notarile, col quale Almerico d’Este e Franca sua moglie donano diversi beni alla chiesa di S. Andrea, di ragione dell’Abbazia benedettina di Felonica (Mantova), i cui monaci erigono in Auratica un oratorio, anche questo dedicato a S. Andrea. La presenza di questo oratorio, compare anche nel Registrum bonorum, inventario dei beni situati nel ferrarese di proprietà della chiesa ravennate, databile negli anni 970 – 982.

In un altro documento del 1017, che ha come oggetto una donazione dei Canossa di una terra in Archoada all’Abbazia di Nonantola, si fa riferimento anche ad una terra, “in Auratica”, con sopra edificata una cappella, quest’ultima dedicata a San Zeno. La conferma si ha anche in un documento del 26 maggio 1175, (atto di “Pietro Notaio”): “In Auratica, pure nella villa di Salara, vi era un’altra chiesa dedicata a San Zenone, avente cura d’anime, e soggetta alla Parrocchia di Ficarolo”: confina a Sud con la fossa Peltina, (Pestrina), scorrente tra il Po e il Tartaro e a nord, con San Giorgio in Lariano (Trecenta).

Sembra dunque cosa certa che in Auratica, esistessero almeno due edifici sacri, uno di questi, battesimale, sede di pieve rurale, e di una curatia, et sepulturas ibi…, con annesso cimitero.

Dove erano localizzati e che fine hanno fatto questi due oratori? Possiamo ritenere che la chiesetta oggi esistente e dedicata alla Madonna della Neve, sia sorta sui resti di una delle due chiese anteriori?

Si possono fare varie ipotesi senza raggiungere certezze.

L’oratorio dedicato alla Madonna della Neve

Dobbiamo passare a tempi molto meno lontani, per avere una citazione interessante: in data 20 maggio 1781 si trova menzione del ritiro di una cassetta di offerte ai piedi della Madonna Buriola, che era venerata anche come Madonna della Neve.

Un’altra importante informazione la troviamo nel secolo successivo: era l’agosto 1845 quando il vescovo di Adria delegava il parroco di Salara, don Luigi Poli, a benedire una nuova statua della Madonna, e autorizzava a dedicare l’oratorio – di recente ricostruito che la ospitava – alla “Madonna della Neve”. L’edificio era stato riedificato sul posto dove sorgeva l’oratorio di San Zenone, come testimonia il ritrovamento di ossa umane nel terreno perimetrale.

Passarono ancora oltre trenta anni, allorché i proprietari dell’oratorio, Piero e Alessandro Natali, ottennero il permesso dal vescovo di Adria, mons. Giuseppe Apollonio, di demolire il vecchio oratorio e riedificarlo più ampio, con affiancato campanile con la guglia a foggia romanica e due campane. All’interno fu costruito anche un altare in pietra.

I festeggiamenti liturgici della benedizione e della celebrazione della messa con processione, furono celebrati solo l’11 agosto 1882.

Possiamo assumere questa data come il nascere della tradizione della sagra della Madonna della Neve di Veratica. Secondo una leggenda popolare si vorrebbe che il giorno in cui cominciarono i lavori di ricostruzione della nuova chiesetta, il 5 agosto, sia avvenuta una nevicata fuori stagione. Ma la leggenda richiama quella più famosa riferita alla chiesa romana sull’Esquilino, meglio nota come chiesa di Santa Maria Liberiana, comunemente conosciuta come “Madonna della Neve”.

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Come citare questo articolo

Giorgio Fioravanti. “La Pieve di Veratica”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pieve-di-veratica/

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