Alla fine del XVIII secolo Napoleone Bonaparte, con il suo esercito, occupò l’Italia e mise in atto, fin da subito, una delle sue più importanti e innovative strategie militari, la quale giocò un ruolo fondamentale nel mantenimento del suo dominio nelle terre conquistate.
Napoleone e Il telegrafo ottico
Questa nuova strategia si basava sull’utilizzo del telegrafo ottico: un nuovo e veloce sistema di comunicazione che andava a sostituire quello tradizionale, ormai vecchio e lento, dove i messaggi venivano portati a destinazione da corrieri a cavallo o da carrozze postali. Questi percorrevano al massimo 30-40 km in 4-5 ore, dopodiché i cavalli, esausti, dovevano essere sostituiti. In un giorno si potevano percorrere 60/70 km, ma solamente in condizioni ottimali e senza contrattempi. A volte i messaggi non venivano nemmeno recapitati, perché il sistema era esposto al rischio di cattura del messaggero.
Napoleone, conoscendo bene questi rischi, mise in atto il frutto della nuova invenzione: il telegrafo ottico.
Tele-grafo, significa scrivo a distanza: si trattava cioè di inviare messaggi da torrette poste a distanza di alcuni chilometri, sormontate da un meccanismo con braccia snodate, il cui movimento serviva a comporre messaggi che venivano visti dagli addetti della torretta successiva con l’ausilio di un cannocchiale (ecco perché ottico) ed interpretati, e quindi trasmessi alla torretta seguente e così via fino a destinazione.
L’adozione di questo innovativo sistema velocizzò di parecchio le comunicazioni e allo scopo si mise anche a punto un sistema di messaggistica criptata che utilizzava dei codici segreti. Tutto questo fece sì che i messaggi potessero arrivare a destinazione, non solo in breve tempo, ma soprattutto in modo molto più sicuro del vecchio sistema perché, anche se intercettati dal nemico, frammentati com’erano, non potevano essere decifrati.
La diffusione del telegrafo
Il telegrafo ottico nasce in Francia nel 1793, ed era chiamato telegrafo a linee Chappé, dal nome del suo inventore.
Napoleone, con grande intuito e spirito innovativo, come già detto, seppe approfittare di questa invenzione e ben presto fece installare, in tutta la Francia, linee telegrafiche per ben 4.800 km, collegando tra loro le principali città del paese. Tutte queste linee facevano capo alla capitale Parigi, sede del Direttorio.
Come in Francia, anche l’Italia e il resto d’Europa, per volere del generale, furono collegate a Parigi con questo sistema di linee telegrafiche. Erano di due tipi ma simili tra loro: il sistema francese, detto sistema Chappé, e l’altro, italiano, era detto Gonella.
In Italia, vi era una prima linea, di tipo Chappè: principiava a Venezia, e passando per Mantova e Milano, raggiungeva Torino; una seconda, sempre dello stesso tipo, iniziava a Torino e, passando per Susa, si allacciava alla linea francese Marsiglia-Lione-Parigi. Poi vi era anche una terza linea, che iniziava anch’essa a Torino, poi, passando per Genova, raggiungeva Piacenza, proseguiva per Pavia per terminare a Milano. Questa linea era del secondo tipo, così detto Gonella, dal nome del suo inventore, un italiano che nel 1805 mise a punto il sistema del telegrafo: era derivato dal primo, ma molto più efficiente perché più esteso in termini redazionali.
Una quarta linea collegava Ancona a Venezia, lungo il litorale adriatico e un tratto di questa attraversava il Delta del Po. Era del tipo Gonella: fu installata nel 1806 e in seguito mi soffermerò a descriverla più dettagliatamente.
Questo innovativo sistema di comunicazione era, come già detto, molto più veloce di quello tradizionale ma aveva i suoi punti deboli: ad esempio il buio notturno e la nebbia, rendevano impossibili tali comunicazioni. Questi ostacoli, comunque, venivano superati con l’ausilio di altri mezzi: staffette, corrieri, barcaioli, ecc.
Mentre Napoleone fruiva per le sue comunicazioni di questo moderno sistema, le altre potenze europee, coalizzate e schierate contro di lui, utilizzavano il vecchio sistema, quello che si usava fin dall’antichità. Anche quando l’imperatore era impegnato sui campi di battaglia, con questo sistema poteva tenersi in stretto contatto con il Direttorio ed essere costantemente informato dei molti fatti che accadevano nel resto dell’Europa. La rapidità delle informazioni gli permetteva inoltre di cogliere di sorpresa le truppe nemiche che si vedevano costrette a ingaggiare battaglia impreparate.
La linea Ancona-Venezia
La mia ricerca si è svolta prendendo in esame la linea del sistema telegrafico ottico del tipo Gonella che collegava Ancona a Venezia, costruita tra il 1805 e il 1807; più avanti dirò il perché di questa certezza.
I presidi telegrafici avevano inoltre il compito di tenere monitorato, costantemente, anche il mare. Per questa linea vennero utilizzati, dove era possibile, edifici in muratura già esistenti e adattati allo scopo.
Laddove questo non era possibile, vennero costruite delle semplici torri di legno, alte una decina di metri, come nel caso del Delta del Po. La distanza tra le singole postazioni, variava dai 3 agli 8 km, e la distanza era in funzione dell’importanza strategica del sito. La linea raggiungeva Venezia, per poi allacciarsi a quella di Milano-Torino.
Ebbene, nel tratto di linea che va dalla foce del Po di Primaro, a nord di Ravenna, al Po di Maistra, a nord del Delta, erano state fatte costruite delle torri telegrafiche ottiche, riportate nella carta topografica del 1814, che era stata commissionata dallo stesso Napoleone e conosciuta con il nome di: “Carta del Dipartimento del basso Po” della Repubblica Cispadana.
Data l’affidabilità e la precisione e di questa carta, che fino ad allora non aveva avuto precedenti, tali torri, non potevano sfuggire a un occhio attento. Per ragioni di spazio, non è possibile riprodurla.
In una carta dei nostri giorni ho evidenziato i siti delle varie torri. Non è un caso che in alcuni di questi siti, sopravviva ancora oggi il toponimo telegrafo, una ulteriore testimonianza dell’esistenza, di queste postazioni.
La torre n. 1 era posizionata alla foce del Po di Primaro, oggi foce di Reno. Nella carta originale, che si trova a Vienna (ne ho consultata attentamente una copia) si legge chiaramente: Fortino e Telegrafo di Primaro. Questo era un complesso composto da torre e fortino con artiglieria e posto a protezione della foce del fiume.
La n. 2, situata in località Bellocchio, si trovava 4.850 metri più a nord. Anche questa era posta sull’imboccatura di un canale che tagliava trasversalmente la spiaggia e uno degli accessi alle valli di Comacchio con le sue saline. Veniva identificata come: Torre e Telegrafo di Bellocchio. Questa postazione era stata collocata sul tetto della abbandonata caserma della Guardia di Finanza, visibile ancora oggi dalla statale Romea.
La n. 3 era posizionata a nord di San Giuseppe di Comacchio, a metà strada tra Porto Garibaldi e Volano. Nella mappa antica si legge la scritta Telegrafo nuovo del Bianco n. 3. Poiché dal n. 2 al n. 3 intercorre una distanza di 15.812 metri, questo intervallo a me sembra un po’ eccessivo per il reciproco avvistamento. Sembrerebbe così, a prima vista, che nella carta sia stata omessa una postazione, che doveva trovarsi a Porto Garibaldi, al tempo chiamato Porto Magnavacca che era un sito importante e mi sembra strano che proprio lì non vi sia stato un presidio militare, dato che detto canale costituiva un altro accesso alle già citate valli e saline. Probabilmente nella carta è stata omessa la dicitura, perché alcuni indizi ne fanno pensare l’esistenza: sulla carta si nota infatti un rilevato di sabbia (con una scritta indecifrabile) proprio all’imboccatura del canale di porto: sembrerebbe un fortino ed in tal caso le torri telegrafiche sarebbero state dieci.
Comunque sia, la successiva postazione, la n. 4, la troviamo alla foce del Po di Volano: anche questa era sul tetto della caserma della Guardia di Finanza, ancora oggi presidiata e chiamata caserma la torre. Anche qui è riportata la dicitura Telegr.fo di Volano e dista 6.175 metri, da quella di del Bianco.
La successiva, la n. 5, era posizionata sulla riva sinistra del Po di Goro: esattamente a Gorino Veneto. Anche qui si legge la scritta Telegrafo e dista 8.125 metri dalla precedente. È interessante notare che da questa torre prosegue una stradina che va in direzione sud, e conduce al Fortino di Goro, dove stanziava una ridotta militare austriaca con artiglieria. Questo complesso, torre-fortino, era di una certa importanza strategica, perché era a protezione della foce del sopraccitato ramo di Po, al tempo molto navigabile.
A est-nord-est di Gorino c’era la torre successiva, la n. 6, sita sulla riva sinistra del ramo di Po, detto di Gnocca, che scorre parallelamente a quello di Goro ed era un ramo molto attivo. Questa torre distava dalla precedente 2.762 metri ed era sita a sud dell’attuale paesino di Santa Giulia che all’epoca, altro non era che piccolo villaggio di casoni di canna palustre, occupato da pescatori stagionali.
Anche questo ramo era navigabile e molto trafficato da piccoli trasportatori di merci e da contrabbandieri di sale che solevano sfuggire i dazi imposti dagli austriaci. Il sito dove c’era la torre, oggi è ridotto a zona agricola ma il toponimo Telegrafo è sopravissuto, anche se, fino ad ora non si comprendeva bene il perché di tale toponimo.
A 6.125 metri, in direzione nord-est, sempre a portata ottica, si nota un’altra identica torre, la n. 7, sulla riva sinistra del ramo di Po, denominato Camello. Anche questo ramo all’epoca era abbastanza attivo e navigabile, trafficato da piccole e medie imbarcazioni. Oggi il ramo è ridotto a canale di scolo, che officia la campagna circostante, sfociando, tramite un’idrovora, nella sacca di Scardovari, in prossimità della località Marina 70. Anche qui si legge: Telegrafo del Camello.
Questa postazione mi ha permesso di stabilire con tutta certezza la data in cui il telegrafo ottico era in funzione, perché fu ripescato il corpo senza vita del suo guardiano, annegato nel fiume nei pressi della torre. Questo fatto è risalente al Novembre 1807: in nota riporto l’inconfutabile documento che lo attesta.
La torre n. 8 era eretta 6.337 metri più a nord, sull’incile della biforcazione del Po, detto Canarìn, con quello di Pila, che era in fase di accrescimento: al tempo era molto più piccolo del Canarìn, che era un ramo navigabile. Oggi, quest’ultimo, è completamente interrato e ridotto a coltivazione agricola nell’isola di Polesine Camerini. Il sito, non esiste più e non è sopravissuto nemmeno il toponimo, perché lo smisurato accrescimento del ramo Pila pochi anni dopo lo aveva completamente inghiottito nel suo alveo.
Qui, oltre al telegrafo, vi era anche un presidio di Sanità Marittima, un punto di dogana, che dopo la sua distruzione fu ricostruito a Tolle. Va detto che tutti questi presidi di Sanità Marittima più tardi divennero sede stabile della Guardia di Finanza.
Sulla carta si legge a stento: Telegrafo di Occaro. Un’ulteriore conferma dell’esistenza di questa postazione la si trova in una carta del Catasto Austriaco di Rovigo, redatta nel 1838 (ringrazio il Dott. Contegiacomo che mi ha concesso di copiarla e riprodurla).
Più a nord, distante dalla precedente 4.550 metri, si trovava la torre n. 9, davanti alla bocca di porto del ramo di Po, denominato Maistra. Questo tratto di ramo di Po oggi non esiste più, perché anch’esso completamente interrato. Causa del suo interramento la grande alluvione del 21 Ottobre del 1839 che stravolse completamente questo territorio, che fece mutare persino il nome del luogo che da Maistra, divenne Maistrazza e più tardi ancora diverrà Boccasette (settima bocca del Po). Sulla riva sinistra del fiume perduto, a circa un chilometro a sud-est dell’attuale paese Boccasette, c’era un villaggio di casoni di canna palustre, dove dimorava un gruppo di pescatori stagionali.
Qui, oltre alla torre telegrafica, era stato costruito anche un forte, con relativa batteria di cannoni, poi presidiato permanentemente dalle truppe di artiglieria austriaca. Ancora oggi sopravvive il toponimo Batteria.
Questa è l’ultima postazione da me indagata; ma è fuori dubbio che altre simili continuassero la linea telegrafica fino a Venezia (che, a sua volta, si allacciava con la consimile e già citata linea Chappé). Sebbene io abbia indagato a lungo, non sono riuscito a rintracciare nessun’altra carta topografica che riporti altre torri, anche se alcuni anziani di Boccasette parlano, per sentito dire dai loro padri, dell’esistenza di un fortino nello Scanno Cavallari, di Porto Levante. Chissà, se in futuro potrò individuarne alcune tracce!
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Come citare questo articolo
Luciano Chiereghin. “Il telegrafo ottico nel Delta del Po”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-telegrafo-ottico-nel-delta-del-po/