Un folto gruppo di giornalisti veneti, affiliati all’Argav (Associazione Reg.le dei Giornalisti Agricoli del Veneto) è calato su Badia attratti, non ostante una giornata caldissima dell’estate 2012, da tre occasioni straordinarie: la visita di altrettante realtà locali, in un mix di accrescimento professionale, di cultura e di arte.
Il motivo saliente della visita – trattandosi di giornalisti specializzati nel narrare le vicende della nostra agricoltura – non poteva essere che l’approccio e la visita ad una importante industria alimentare badiese che, se da un lato soddisfaceva agli obblighi d’istituto dell’Argav (e pertanto di un aggiornamento importante sul come vengono trasformati i prodotti dell’agricoltura) dall’altra, se limitata solo a ciò, poteva non appagare un’attitudine di tutti gli intervenuti, che sempre in ogni visita associativa mettono assieme il dovere professionale con il bello.
Ecco quindi l’aggiungersi alla visita presso l’Industria Dolciaria Badiese Borsari della famiglia Muzzi, le altre presso la nostra Abbazia della Vangadizza e il rinnovato Teatro Sociale “Eugenio Balzan”.
Va innanzi tutto detto che l’industria dolciaria a Badia ha una lunga tradizione, dall’anno in cui – siamo agli inizi del ‘900 – il mastro pasticcere Tiziano Golfetti inizia la sua prima attività in un piccolo laboratorio artigianale dove vengono dati alla luce i primi panettoni, e le prime colombe pasquali.
L’azienda, fino quasi a tutto il secolo scorso mantiene forti successi nel campo dei prodotti dolciari e dallo Stabilimento, costruito accanto alla stazione ferroviaria di Badia, escono ogni sorta di prelibatezze, dai biscotti di ogni e tipo agli ormai classici panettoni.
Con il trasferimento nel nuovo complesso di Via Cà Mignola, sempre in Badia, la “Golfetti” assume importanti marchi tra cui il “Borsari” storica griffe di ghiottonerie, originaria da quel di Verona, che la leggenda fa derivare dalla mitica porta, ancor oggi più salda che mai nella città scaligera, sede un tempo di mercanti e gabellieri e momento di ristoro per i pani e le frittelle che mugnai e panettieri, lì, offrivano.
Con il ritiro della Famiglia Golfetti, un nome sicuramente da mettere tra i benemeriti di Badia, l’industria, dopo due brevi passaggi, passa definitivamente all’Antica Pasticceria Muzzi di Foligno (Perugia) dove da oltre duecento anni coltiva una tradizione dolciaria di altissima qualità.
A Badia, dei Muzzi arriva Andrea, splendido anfitrione nella visita dei giornalisti veneti, che nell’accompagnare gli ospiti all’interno dell’Azienda, ormai dotata di macchine di assoluta avanguardia, spiega i vantaggi e i motivi della sua acquisizione: l’adeguatezza delle attrezzature, una consolidata affermazione sul mercato e, soprattutto, la possibilità di convergere in un unico indirizzo produttivo e commerciale le produzioni di Foligno con quelle di Badia. Spiega inoltre la gamma dei prodotti lavorati, svelando un piccolo segreto: l’accordo, cioè, con le altre case dolciarie, per cui la Borsari di Badia è l’unica che produce il minipanettone di un etto di peso che sempre di più si trova nelle scaffalature degli autogrill.
Andrea Muzzi è molto contento dell’accoglienza manifestata dai polesani al suo arrivo, alla sua nuova attività e, nel dare il commiato ai giornalisti, si augura che proprio attraverso l’informazione si possa meglio e di più valorizzare la qualità e il diletto, che lui stesso ha, inaspettatamente, scoperto di questa nostra terra.
Dopo il dolce ecco quindi il bello.
Sulla scia di un’importante accompagnatrice, l’assessore alla Cultura del Comune di Badia, Idana Casarotto, la comitiva, sempre con carta e penna, si trasferisce alla Abbazia della Vangadizza, insigne monumento e vanto della cittadina altopolesana. Il primo impatto, come succede anche per ognuno di quelli che vedono per la prima volta il Convento, è di meraviglia. Meraviglia del tutto giustificata in quanto è proprio da poco che si è ultimato un rilevante stralcio di lavori di restauro che riporta il Monastero ad antichi splendori.
Vengono ammirati in dettaglio gli aspetti salienti dell’Abbazia: il suo chiostro, così armonioso nella teoria di archi e colonne accerchianti lo sfalsato trapezio al cui centro sta una preziosa vera da pozzo; la sala del refettorio ora pratico e ampio auditorio; quanto rimane della Chiesa, purtroppo solo una cappella laterale affrescata da maestri della pittura del ‘500; il campanile ancora svettante e possente in barba ad una pendenza che lo vorrebbe sofferente; le adiacenze, testimoni di quelle mansioni che giornalmente e per secoli i bianchi frati camaldolesi ebbero ad accudire.
Ecco allora, oltre all’ammirazione, anche l’ascolto in breve della sua storia: dalle lotte per il suo possesso – siamo nel X secolo – tra il Marchese di Mantova e quello di Toscana, fino all’arrivo degli Estensi (che saranno stati sì Signori per secoli di Ferrara, ma guarda caso di nascita veneta), e finalmente con un po’ di pace con il giungere dei Camaldolesi che cureranno l’abbazia fino alla sua fine avvenuta per mano di Napoleone nel 1810. All’Imperatore non interessava nulla delle chiese o dei conventi, ma piuttosto di tutto quello che rendevano in termini di prebende.
Egli si deve sdebitare per i favori e gli aiuti ricevuti da un suo Capitano di Ventura, e perciò regala la Vangadizza al Conte d’Amarzit d’Espagnac che da allora l’utilizza come sua residenza di campagna, fino quando può. Fino a quando cioè la sua dinastia non si estingue e il tutto passa a un ramo collaterale della famiglia, trasferendo così la proprietà agli altrettanto conti francesi De Rostollan. Costoro se la godono per molto tempo, fino a quando, capito che i figli ventenni parigini non sopportano, più di tanto, lo scomodo weekend badiese, la mettono in vendita e dopo alcune peripezie diviene capitale dei badiesi.
Alle signore giornaliste presenti piace comunque un particolare, sapere cioè che i due sarcofagi antistanti l’Abbazia contengono le spoglie di Azzo d’Este e di sua moglie Cunegonda che, è certo, risultano essere i capostipiti degli Hannover, famiglia dalla quale discendono gli attuali regnanti inglesi.
E dopo l’Abbazia della Vangadizza ecco infine il trionfo del Teatro Sociale “Eugenio Balzan”. E’ corale la sensazione di essere nel mezzo di un scatola magica nella quale i giochi di luci e ombre, di colori e sfumature, di linee e arabeschi, di drappi e ori collimano in un tutt’uno e la riempiono di un unico sfarzo. E’ l’ornamento prezioso di ogni badiese.
Sorse nel 1812 su idea del badiese Bartolomeo Dente; nel 1835 diventa proprietà dei palchettisti (i proprietari dei palchetti) e venti anni dopo viene restaurato, abbellito e ampliato, permettendo così fino al 1905 una vasta attività musicale e operistica in particolare. Da allora un silenzio ostile, il triste indizio di un degrado accanito, inarrestabile, da paventarne la fine.
Ma è l’orgoglio, o una cosa che gli è molto vicina, che raddrizza una situazione che sembra compromessa. Si parte negli anni ‘70 con un lavoro certosino di Ivan Tardivello, iniziale promotore di un primo decisivo intervento conservativo, e poi via via con le Amministrazioni Comunali, in particolare, quella dei primi anni ‘80, quando il Teatro diviene pubblico, dopo una trafila giudiziaria impegnativa (si dovevano liberalizzare le eventuali ancora presenti proprietà dei palchettisti) e da lì non si è mancato più di attuare ogni intervento per arrivare finalmente alla sua completa utilizzazione.
Un momento di commozione tra i presenti si ha quando è si è fatto notar loro che la completa agibilità del Teatro non è stata ancora affidata, dato che i palchi mancano, sul posamano, di una sbarra di protezione. Una mancanza, dicono le statistiche, in grado di causare milioni di suidici, gente cioè che si getta sconfortata dai palchi, provocando di conseguenza ulteriori altri morti tra chi siede tranquillamente in platea.
Passata la commozione, passata anche quest’ultima stilla di ironia, la bella compagnia di giornalisti agricoli, contenta e soddisfatta e certa di mantenere nel proprio cuore questo squarcio di Polesine, per bocca di Fabrizio Stelluto, suo capo stimato e indiscusso, ringrazia per la gradevole ospitalità, donando come atto finale di riconoscenza un’aristocratica penna – non poteva esserci segno diverso da parte di giornalisti – agli assessori, rappresentanti il Comune di Badia, Idana Casarotto e Andrea Bertolaso.
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Come citare questo articolo
Gabriele Cappato. “A Badia con i giornalisti ARGAV”. Ventaglio Novanta, n. 46, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-badia-con-i-giornalisti-argav/