Dal secondo dopoguerra, fino al finire degli anni ’60 del secolo scorso, gruppetti di donne e uomini di Scardovari più o meno giovani, sposati e non, per sbarcare il lunario, o per far quadrare meglio il modesto bilancio famigliare, per ben due volte all’anno si recavano nelle immense risaie del vercellese e del novarese per prestare la loro opera nelle colture del riso: dalla metà di maggio alla prima decade di luglio, per ciò che riguardava la monda; dalla prima decade di ottobre alla metà di novembre per il taglio, la raccolta, la trebbiatura e l’immagazzinaggio di questo prodotto. Tali gruppi, venivano chiamati generalmente mondariso.
Negli anni ’40 e ’50 i gruppi, erano composti quasi esclusivamente da donne che lavoravano sodo, per otto o dieci ore al giorno per circa una cinquantina di giorni, costantemente immerse nell’acqua delle risaie che arrivava ben sopra alle ginocchia. A fine stagione, il compenso era parte in denaro e parte in prodotto, solitamente un sacco di riso del peso di 20-30 kg.
Il film, neorealistico, di De Santis del 1949, Riso amaro, interpretato da Silvana Mangano e Vittorio Gassman, rispecchia fedelmente il genere di vita che le mondariso conducevano nelle risaie e nelle cascine, dove erano alloggiate per tutta la durata della stagione della monda.
Nel 1948, questo tipo di lavoro fu regolamentato con l’applicazione di contratti di lavoro con paga concordata tra i proprietari e i sindacati di categoria, come si può leggere nell’allegato documento fornito gentilmente dal gruppo folcloristico “Le mondine di Scardovari”. Il documento riporta minuziosamente diritti e doveri dei proprietari delle aziende risicole nei confronti delle mondine e viceversa.
Dall’assenza di altri documenti antecedenti questo, è facile intuire che fino al 1948 il lavoro delle mondine non era regolato da alcun tipo di contratto.
Valevano le volontà dei padroni che sovente variavano da cascina a cascina.
Dal documento si nota che, dal ’48 al ’53, le condizioni non sono cambiate di molto, tranne piccoli ritocchi di paga. Va anche notato che la richiesta per il trasporto delle mondine, dalle cascine alle risaie, era stata rifiutata dai proprietari, pur avendola sottoscritta nella normativa contrattuale. Eppure, queste lavoratrici non chiedevano mica trasporti in 1a classe, ma uno spartano scarrozzamento su carri agricoli trainati da un trattore.
Dal documento si nota anche che, nel ’48, viene regolamentato, oltre al lavoro di monda, anche quello del taglio e della raccolta del prodotto, che veniva remunerato parte in denaro, con paga differenziata tra uomo e donna, e parte in riso o risone, anch’essa differenziata.
I gruppi di Scardovari alla monda
Nonostante le dure condizioni di lavoro, i problemi economici del delta inducevano ad aderire alle richieste provenienti dal Piemonte, cosicché vari gruppi di mondine di Scardovari, ogni anno si disponevano a partire alla volta di altrettante cascine vercellesi e novaresi. Gruppi compositi, formati non esclusivamente da donne ma anche da alcuni uomini, nonché da un discreto numero di adolescenti al seguito delle loro mamme, che a maggio e a ottobre partivano per le risaie.
Fin dagli anni ’50, i datori di lavoro mettevano a disposizione una corriera per il viaggio di andata, con partenza da piazza Dante di Scardovari verso le risaie del Piemonte e viceversa. I gruppi salivano in corriera con le loro sacchette contenenti, oltre ad un tozzo di pane, due lenzuola, una federa e una coperta che sarebbero servite, una volta arrivati a destinazione, ad allestire i pagliericci delle brande ben allineate nei magazzini vuoti delle cascine che fungevano da dormitori.
Le donne di Scardovari, salite in corriera cantavano per tutto il viaggio e tutte avevano nel loro cuore un sogno: le mamme poter comprare un nuovo letto per i loro figlioli; le ragazze poter acquistare un paio di scarpe nuove per le feste. I mariti, rimasti a casa, oltre alla normale attività di pescatore, dovevano fare anche da mamma alla figliolanza.
Quando la stagione della monda terminava, la stessa corriera faceva ritorno e scalo nella stessa piazza. In attesa c’era quasi tutto il paese, ed era un grande evento quando le mondine scendevano i tre gradini della corriera, con i loro fagotti in spalla, cantando, ormai senza voce, quelle stesse canzoni che oggi ripetono nel gruppo folcloristico a cui da alcuni anni hanno dato vita.
Il gruppo folcloristico “Le Mondine di Scardovari”
Tuttora, il gruppo folcloristico canoro, si esibisce in pubblico in tutto il territorio polesano con grande maestria. Il vasto repertorio è composto da quelle canzoni che, molti anni prima, le mondine improvvisavano adattandole sulle arie di altre canzoni in voga all’epoca.
Le strofe, che a quei tempi esse cantavano immerse nell’acqua delle risaie, oggi vengono rievocate con la nostalgia del tempo della gioventù e la orgogliosa consapevolezza di aver vissuto un’esperienza di lavoro che a buon diritto può essere definita storica.
Si cantava un po’ in lingua e un po’ in dialetto stretto; canti che non servivano solamente per alleviare il duro lavoro della giornata, ma anche per comunicare agli altri gruppi di mondine, che si incrociavano durante la monda, fatti, pettegolezzi e vicende che accadevano sia nei campi che nelle cascine, durante l’obbligata permanenza.
Oggi il gruppo delle Mondine di Scardovari si esibisce, a titolo gratuito, in varie occasioni, invitate spesso anche nelle case di riposo del Polesine dove per qualche ora portano agli anziani ospitati il sorriso della gioventù.
L’allegra compagnia è composta, oltre che dalle mondine protagoniste, ormai molto anziane (e che possiamo definire appartenenti alla vecchia guardia) anche da alcune donne e uomini, meno anziani, che a quel tempo erano solo adolescenti e che raggiungevano le cascine piemontesi al seguito delle loro mamme, partecipando poi anche loro, qualche anno dopo, alla monda.
Oggi, pensare a un ragazzino, ancora in età scolastica, che segue la mamma mentre si allontana dalla famiglia per lavoro per lungo tempo, può sembrare un grosso problema, ma allora non lo era, almeno per quelle mamme che lavoravano presso alcune cascine piemontesi ben organizzate. Ne cito alcune: Veneria, in comune di Lignana di Vercelli, Colombara e Murone di Livorno Ferraris, e Rubbio, sempre a Vercelli e altre ancora come Camerona, in provincia di Novara. Queste aziende risicole disponevano di dormitori, generalmente separati tra gli uomini e le donne coi bambini; vi era anche la cucina, solitamente collocata nello stesso dormitorio delle donne, dove una di esse, nominata dalle altre, aveva il compito di preparare i pranzi e le cene per tutti; il documento contempla anche questa mansione.
In alcune cascine, come la Veneria, che era dotata di oratorio, il padrone faceva in modo che il parroco di Lignana celebrasse la S. Messa ogni domenica.
Vi era anche a disposizione un’aula scolastica, gestita dalle suore dello stesso paese con a disposizione insegnanti, per impartire lezioni alla figliolanza di quelle mondine e far sì che i giovani non perdessero l’anno scolastico.
Le cascine piemontesi
Sull’onda del ricordo, l’estate scorsa, il gruppo folcloristico Le Mondine di Scardovari, con il patrocinio della Pro Loco di Porto Tolle, ha organizzato una bella e riuscita gita in alcune cascine piemontesi, dove, in un tempo ormai lontano, erano state ospiti per la monda.
La prima ad essere visitata è stata la Cascina di Veneria che si trova a Lignana di Vercelli, risalente al XVII secolo. Un tempo apparteneva alla grangia dell’abbazia cistercense di Lucedio, poi passò all’ordine monastico degli Umiliati di Vercelli.
Nel 1935 la cascina fu acquistata dalla famiglia Agnelli, che la sottopose ad una ristrutturazione imponente: i vecchi magazzini, che ospitavano i dormitori, furono abbattuti lasciando il posto ai nuovi capannoni per le esigenze agricole di quel periodo.
Negli anni ‘60 fu acquistata dal gruppo assicurativo SAI, ed il primo direttore delle allora “Azienda Sai” è stato Giampiero Boniperti, il famoso attaccante della Juventus, di cui lo stesso Agnelli era il presidente. La tenuta Veneria è stata il luogo dove, nel 1949, furono girate le scene del film, già citato, Riso Amaro.
Negli anni ‘60, le mondine di Scardovari si ritrovarono dirette, nei lavori agricoli, dallo stesso Boniperti che, negli anni a seguire, con la sua popolarità, galvanizzò parecchi giovani e meno giovani del paese deltizio, facendo registrare un significativo aumento della presenza maschile in cascina, in particolare nel periodo del taglio e della raccolta del riso, quando era più adatto un personale giovane e forte. Da ricordare che, durante l’alluvione del 1966 che sconvolse il delta, anche Boniperti ha voluto dare il suo contributo di solidarietà al paese di Scardovari, disponendo l’assunzione e l’alloggiamento di alcuni uomini in questa cascina, come operai per eseguire lavori di muratura e manovalanza nella fase di ristrutturazione della stessa cascina.
Nella stessa giornata la comitiva ha proseguito la gita recandosi a Livorno Vercellese, ora Livorno Ferraris, per visitare la Cascina Turrone-Colombara dove il gruppo si è rifocillato con un abbondante pranzo negli stessi ambienti che un tempo avevano occupato.
Questa cascina ha origini molto antiche. Già verso la fine del 1400 si coltivava il riso, poi, nel 1571, la chiesa della cascina diventò parrocchia. In seguito, la cascina passò in diverse mani dei rami Savoia, fino al 1868, anno in cui fu ceduta alla famiglia Magnani di Biella, che la tenne fino al 1934.
In quell’anno l’azienda fu acquistata dal S. Cesare Rondolino e oggi la detiene il figlio, l’architetto Piero, padre del riso gemmato, che ha eseguito significativi lavori di ristrutturazione salvaguardando sapientemente le vecchie strutture, senza stravolgerle.
Il merito va anche al Sig. Mario Donato, presidente della Pro Loco locale, che, nel sovrintendere i lavori di ristrutturazione, ebbe l’idea di istituire il Museo delle mondariso. Egli, infatti, ha recuperato, presso le altre cascine, che hanno subito radicali ristrutturazioni (come la Veneria) tutte le suppellettili: le brande, i pagliericci dei dormitori, le riviste dell’epoca, le attrezzature agricole, i banchi di scuola e tante altre cose utilizzate nella quotidianità di quei tempi, esponendole sapientemente in questa cascina.
Dopo pranzo, la comitiva ha fatto visita a un’altra struttura dei dintorni, denominata Cascina Murone, anch’essa molto antica: dai ritrovamenti archeologici rinvenuti attorno alla stessa, sembra che sia stata una mansiones della romana via dei Viburni; si suppone anche che, nel XII secolo, abbiano qui sostato i Templari di ritorno dalla crociata.
Nel XIX secolo, essa fu ceduta a Ernesto Montù, padre di Carlo, generale di artiglieria e medaglia d’argento al valor militare durante la prima guerra mondiale, il quale fu allievo di Galileo Ferraris, oltre che fondatore del C.O.N.I.. Ernesto, padre, era anche il nonno di quell’Ernesto, che fu grande ingegnere radiotecnico degli anni ’30 del secolo scorso e inventore del radar, nominato da G. Marconi suo collaboratore per suoi esperimenti radar.
Anche qui le mondine di Scardovari avevano prestato la loro opera. La signora, Maro, che a quel tempo era anch’essa mondina – in seguito al matrimonio divenuta proprietaria della cascina – è vivente anche se molto anziana.
Data la sua veneranda età, difficilmente, la signora scende dalla sua stanza: si limita ad osservare i numerosi visitatori, provenienti da ogni parte d’Italia, dalla finestra che dà sul cortile. Ma il giorno della gita ella, udendo l’animazione dei visitatori nel cortile ed individuando nell’allegro vociare la parola “Scardovari”, che a lei risuonava famigliare, volle scendere nel cortile. Subito si mescolò agli animati visitatori e, dopo essersi assicurata della loro provenienza, chiese notizie di varie persone, snocciolando nomi, cognomi e addirittura soprannomi di gente di Scardovari, manifestando una sorprendente lucidità di memoria e chiedendo di salutare alcuni assenti. È chiaro che se la veneranda signora ricorda tutto ciò, dopo oltre sessant’anni, vuol dire che le mondine di Scardovari erano tenute in buona considerazione dai proprietari delle cascine.
La comitiva non ha potuto far visita alla Cascina di Rubbio, dove pure un tempo sono state ospitate le mondine del delta. Questa cascina, non rientrante nell’itinerario previsto, si trova a Olcenengo di Vercelli, e si sa solo che negli anni ’60 ne era proprietario era il Sig. Coppa Eusebio e che essa è divenuta famosa, per il riso Arborio e Carnaroli.
La Signora Pierina, ultraottantenne e veterana della monda, la ricorda con molta nostalgia, riferendo che: “Per ben 5 anni consecutivi, dal 1958 al 1963, ho prestato la mia manodopera in quelle risaie. Durante quella permanenza, di sola monda e non di raccolta del riso – precisa Pierina- non ho mai avuto rimpianti della vita che si svolgeva in quella cascina; una sola cosa sopportavo malamente, ed era la totale mancanza dei servizi igienici, che proprio non esistevano. Solo la roggia esisteva, cioè il fossato di acqua corrente che lambiva la cascina e che alimentava le risaie. Era l’unico servizio per l’igiene personale, per il resto nessun problema: buona la paga, buoni i padroni e anche la convivenza con le altre colleghe e non per niente – continua Pierina – ci son tornata per ben 5 anni”.
I coniugi, Franco e Gabriella, invece, ricordano il periodo trascorso in questa cascina con un po’ d’angoscia per un motivo strettamente personale. Nel 1962 erano fidanzati quando si recarono alla monda e per la raccolta del riso e l’anno successivo si sposarono lasciando, fino al ‘65, la loro creatura in tenerissima età, alle cure dei nonni paterni, per poter pagare i debiti contratti nel metter su famiglia.
La Cascina di Camerona di Cerano in provincia di Novara era un’altra frequentata dalla signora Pierina, che vi tornò per tre anni consecutivi, dal 1963 al ’65. “Qui – dice Pierina – eravamo un po’ più fortunate, infatti i servizi igienici erano presenti, ma soltanto perché nella cascina, non c’erano alloggi vivibili e perciò era a nostra disposizione uno stanzone di una palazzina all’interno del cortile del castello di Sali Vercellese, a pochi chilometri dalle risaie, e tutte le mattine, venivano a prelevarci per portarci nei campi di riso con carri agricoli, trainati dai trattori, dai salariati dell’azienda”.
La norma del contratto di lavoro del 1948 prevedeva anche il trasporto delle mondine, dai luoghi dove erano alloggiate alle risaie, ma non fu mai rispettata dai padroni anche se l’avevano firmata e sottoscritta. Solamente nel 1962 fu applicata.
FONTI:
Varie interviste alle mondine e alcune pagine web.
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Come citare questo articolo
Luciano Chiereghin. “Le mondine di Scardovari”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-mondine-di-scardovari/