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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Villa Cagnoni Boniotti

A Gognano, grazie ad un oculato restauro conservativo, recuperato l’importante complesso architettonico

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 49 2014 pp. 20–23

Quante volte, percorrendo la Transpolesana da Rovigo con direzione Verona, dopo Villamarzana mi è capitato di volgere lo sguardo verso la piccola frazione di Gognano, ripromettendomi di raggiungere il minuscolo borgo. Mi ha sempre affascinato la fuggevole visione dell’antica chiesa e della villa veneta che, bianca per il recente restauro, non manca di attirare l’attenzione di chi percorre la trafficata arteria. Un paio di volte avevo anche guardato con attenzione la segnaletica lungo la superstrada, per fare una sosta. Ma niente! Nessuna indicazione e, conseguentemente, un ulteriore rinvio.

Alla fine, però, l’occasione è giunta, sabato 15 febbraio, sollecitata dalla proposta dell’amico pittore Doriano Tosarelli, “ambasciatore” della borgata minima e dei suoi due importanti beni storici.

Per chi non conosce la zona – e l’intrico stradale determinatosi dall’incrocio tra l’autostrada Pd-Bo e la superstrada, con i relativi svincoli e viadotti – non è davvero facile orientarsi. In particolare la borgata, dopo la costruzione della superstrada risulta isolata, tagliata fuori dagli antichi percorsi di collegamento tra Fratta Polesine e Villamarzana. La attuale mancanza di segnaletica (a cui si spera presto venga posto rimedio, burocrazia permettendo!) non agevola il raggiungimento del borgo.

Gognano se ne sta dunque appartata, un’oasi remota e silente, lontana nel tempo dai ritmi del vivere dei nostri giorni, del tutto indifferente al traffico convulso che scorre veloce nelle vicine modernissime arterie.

Ho dunque raggiunto Gognano e Villa Cagnoni Boniotti, sul far della sera di una luminosa giornata dello scorso febbraio. La villa, appena oltre il canale Valdentro, palesava tutto il suo fascino: bianchissima ed elegante con tutte le finestre illuminate, in contrasto col cielo che stava progressivamente perdendo il chiarore del giorno per ammantarsi del blu della notte.

Il programma comprendeva la visita alla villa dopo aver assistito – nella sala riunioni ricavata nella restaurata barchessa – ad un incontro culturale legato alla memoria di Giacomo Matteotti, nel 90° della morte. Interessante apprendere dalla viva voce dei relatori – il prof. Adriano Romagnolo e il dott. Vincenzo Longo – l’impegno di amministratore del leader socialista quale sindaco di Villamarzana nel biennio 1912 – 13.

A conclusione dell’iniziativa culturale, la visita alla nobiliare dimora.

Ci accolgono i proprietari: Francesco Viaro e la sorella Margherita, cui si aggiunge successivamente l’altra sorella, Pia.

E’ Francesco che ci fornisce le fondamentali informazioni relative allo storico edificio, realizzato a coronamento di importanti interventi di bonifica e riconversione agraria voluti dall’aristocrazia veneziana tra il ‘400 e il ‘500.

“Abbiamo deciso di recuperare il bene – sottolinea Francesco – con un intervento di restauro conservativo in collaborazione con la Soprintendenza per i beni Architettonici e Paesaggistici di Verona e dell’IRVV (Istituto Regionale Ville Venete ). E’ nata così la sede di varie attività: B&B e location per eventi (quali matrimoni, convegni, iniziative culturali ed altro)”.

Ci vengono poi fornite informazioni riguardo l’architettura dei due edifici: la villa e la barchessa.

La villa

L’edificio padronale, in linea con canoni cari all’architettura di villa rurale del Palladio, richiama il palazzetto rustico. Lo arricchiscono due gradevoli interventi decorativi in pietra di Vicenza, in buono stato di conservazione: riguardano l’ingresso principale della villa e la corrispondente porta-finestra che si apre sul salone passante al primo piano.

Al piano terra l’inserto lapideo richiama il tema del bugnato, forse in un indiretto riferimento al Palazzo Roncale di Rovigo, di cui conserva anche la sequenza dell’intervento al piano superiore: in questo caso un’apertura a tutto sesto con un doppio ordine sovrapposto di lesene sormontato da una cornice. Un altro elemento di pregio è rappresentato dalla cornice dentellata che riguarda l’intero perimetro del sottotetto dell’edificio, di modi tardo rinascimentali.

Meno evidente, ma non per questo meno importante, è il trattamento riservato all’intonaco nelle parti d’angolo e nei contorni delle finestre: con una tecnica ad encausto, si sono riprodotti i conci di un bugnato d’angolo, in continuità con il portale del piano terreno.

La barchessa

Anche relativamente alla barchessa continua – a detta di chi ha curato il restauro – il gioco di rimando con Palazzo Roncale a Rovigo, in particolare con il prospetto sud. Qui l’impianto della barchessa è simile al palazzo in questione. Da un punto di vista di grammatica architettonica, l’unica differenza è nell’ordine: paraste doriche a Gognano, data la posizione a piano terra, paraste ioniche a Rovigo.

La destinazione d’uso della barchessa era duplice: residenziale e produttiva. La parte residenziale occupava circa un terzo dello spazio, ed era posta nel lato verso la villa. La parte produttiva e di deposito occupava il rimanente spazio, che è tuttora caratterizzato dagli imponenti spazi del primo piano, un tempo adibiti a granai.

La storia

Il complesso di Villa Cagnoni-Boniotti, a Gognano, – sottolinea Francesco Viaro – rappresenta in definitiva un bell’intervento architettonico e produttivo dell’aristocrazia veneziana nell’ambito della riconversione dei capitali da mercantili ad agrari, che ebbe un notevole impulso a partire dalla seconda metà del Cinquecento.

Si venne così a creare un modello insediativo di villa, composto dal corpo domenicale della villa, dal corpo produttivo della barchessa e dall’asse di collegamento della via d’acqua, in questo caso il canale Valdentro. Questo modello ha in villa Badoer a Fratta Polesine, poco distante da qui, il suo esempio più importante.

Le nostre ricerche – chiarisce Francesco Viaro – purtroppo si sono arenate alla metà del 700, comunque abbiamo appurato che la Villa in quegli anni era di proprietà della pittrice bolognese Lucia Casalini che aveva sposato un pittore veronese tal Felice Torelli, ed insieme aprirono a Bologna uno studio detto “La bottega dei Torelli”.

Lucia Casalini (1677-1762) poté mettere a frutto gli insegnamenti del cugino Carlo, riuscendo persino a promuovere la fama del consorte. Infatti questa valente donna ricevette commissioni dal re d’Inghilterra e dalla regina di Spagna.

In seguito la villa è stata utilizzata dai carbonari, probabilmente quelli di Fratta Polesine, per i loro incontri segreti. Infatti – conclude Viaro – abbiamo riscontrato, durante i lavori di restauro, l’esistenza di passaggi segreti come un tunnel che corre sotto la villa e si narra che esso continuava sino a raggiungere la vicina Fratta Polesine. C’è anche un finto cantonale che permetteva ai carbonari di fuggire attraverso le scale di servizio, ed un foro nel muro delle scale principali, che portava nel granaio sotto il tetto, dal quale i carbonari potevano oltreché spiare anche sparare contro eventuali inseguitori.

Dai Grigolo ai Viaro

Non tutta la storia del complesso e dei suoi proprietari risulta dunque chiarita. E’ Pia Viaro (giunta frattanto in villa) che ci dà i ragguagli relativi agli ultimi 200 anni, ad iniziare da quando il bene era di proprietà della famiglia Grigolo.

Antonio Grigolo (1825-1899) appartenente ad una ricca famiglia terriera, sposò Ginevra Franceschetti (1851-1915), anche lei di famiglia benestante. Dal matrimonio nacquero tre figli: Rita (che poi ereditò il bene architettonico e la campagna), Maria e Luigi.

Ai tempi del trisavolo Antonio Grigolo – chiarisce Pia Viaro – la terra era lavorata e governata dai fittavoli che vivevano presso la villa: si trattava anche di quattro nuclei familiari. Presso la barchessa invece c’era l’abitazione del bovaro, con adiacenti il granaio, il fienile, i magazzini e la stalla.

La bisnonna Rita Grigolo – continua Pia – si sposò con Giulio Boniotti e la gestione della campagna passò al marito. Tra i loro cinque figli, vi fu in particolare Guido Boniotti che dedicò tutta la sua vita alla gestione della campagna

Nel 1958, alla morte di Guido Boniotti, la proprietà passò definitivamente a sua sorella Giulia Boniotti, nostra nonna, che sposò il Cavaliere del Lavoro Giovanni Cagnoni. Da qui in nome di villa Cagnoni Boniotti con cui è conosciuto il complesso architettonico di Gognano.

Erede dei beni fu Francesca Cagnoni (nostra mamma), che sposò il dott. Alberto Viaro. Si arriva così a noi tre fratelli Viaro, Pia, Francesco e Margherita, che abbiamo ereditato il bene dalla mamma Francesca Cagnoni e che, a conclusione dell’intervento di restauro, stiamo attribuendo sempre più un ruolo di accoglienza turistica al complesso architettonico.

Nella barchessa – chiarisce Margherita, la più giovane dei tre fratelli Viaro – abbiamo ricavato un B&B con quattro camere da letto matrimoniali (tutte con bagno privato) una cucina, una sala colazioni. Sul lato destro della barchessa ci sono i servizi per gli eventi all’aperto, mentre in fondo, in quella che era la stalla abbiamo ricavato una sala per piccoli congressi, con adiacente un altro locale adibito a coffè break.

La villa – il cui restauro ha impegnato un anno di lavoro, recuperando al piano terra gran parte del pavimento in cotto, originario del ‘500 – viene utilizzata soprattutto per eventi, matrimoni ed interessanti iniziative. Anche il piano nobile, caratterizzato da un ampio salone e da quattro stanze laterali, viene usufruito in occasione di importanti eventi.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “Villa Cagnoni Boniotti”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/villa-cagnoni-boniotti/

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