Un “polesano nel mondo” all’inizio del XVII secolo? E’ proprio così.
Si tratta di Baldassare Bonifacio (1585-1659), figlio dell’insigne giurista rodigino Bonifacio Bonifacio (1545-1598), costui professore di diritto civile all’università di Padova, “esponente di una famiglia rodigina ‘di consiglio’, tra le più illustri, nonché autorevole giureconsulto al servizio della Serenissima”.
Proprio per questa prestigiosa pubblica attività paterna, esercitata in varie città della Repubblica Veneta, a Baldassare capitò di venire alla luce a Crema, città nella quale il padre era stato nominato assessore pro tempore.
Uno squarcio sulla vita e le opere di Baldassare Bonifacio si è aperto grazie ad un’importante opera di Enrico Zerbinati, presidente dell’Accademia dei Concordi, apprezzato studioso e ricercatore, che ha dato alle stampe il corposo volume: “Baldassare Bonifacio, PEREGRINAZIONE, a cura di Enrico Zerbinati”, edito dalla stessa Accademia dei Concordi.
Baldassare Bonifacio, come risulta evidente dal titolo del suo scritto autobiografico¹ – pubblicato in forma antologica a conclusione di un puntiglioso lavoro esegetico e di approfondimento da parte del curatore coadiuvato da vari studiosi, in particolare dalle dottoresse Michela Marangoni e Maria Grazia Migliorini – ebbe una vita molto movimentata, caratterizzata da una continua “peregrinazione” in luoghi anche lontani dal Polesine; terra nei confronti della quale egli sempre manifestò una profonda nostalgia, definendo Rovigo “carissima patria” nonché “città favorita da Dio”.
Conseguita a Padova, nel 1604, all’età di 19 anni la laurea in studi giuridici, dopo un periodo di relax presso parenti in quel di Fiesso – paese da Baldassare definito “grande e ricco villaggio del Polesino di Rovigo” – inizia dunque il “peregrinare” del giovane rodigino. Nel 1605, il ventenne Baldassare si porta in Austria a Graz, come segretario di Nunziatura, della quale era titolare mons. Girolamo conte di Porcìa, al tempo vescovo della diocesi di Adria, con il quale due anni dopo raggiungerà Roma, per ritornare a Rovigo alla fine del 1607.
Il 1608 si caratterizza per Baldassare come un anno di continui spostamenti all’interno dello Stato Veneto, approdando a Padova, Treviso, Feltre, Belluno, Vicenza, Brescia, Bergamo ed in altre città, per lo più al seguito dello zio Giovanni Bonifacio, anch’egli assessore della Repubblica, che, con paterna sollecitudine, cerca di introdurre il nipote nell’ambito dell’apparato amministrativo, pensando anche di accasarlo quanto prima.
Senonché nell’anno successivo si registra una imprevista svolta da parte di Baldassare che, lasciando interdetto lo zio, decide di abbracciare la carriera religiosa, venendo poi ordinato sacerdote a Treviso nel 1612. Nell’ambiente ecclesiastico trova apprezzamenti e appoggi idonei per far carriera con remunerativi appannaggi; aspetto questo sempre tenuto in grande considerazione dal Bonifacio, come evidenziano chiaramente puntuali annotazioni nella sua “Peregrinazione”².
E’ così che nel 1615, all’età di 30 anni, è insignito dell’arcipretura nel duomo di Rovigo (nomina passatagli dallo zio, mons. Girolamo ritiratosi in pensione). Nel ‘19 ottiene la cattedra in “Umanità” presso l’Archiginnasio di Padova. L’anno successivo viene designato dalla Serenissima rettore della neocostituita Accademia dei Nobili alla Giudecca, tenendo nell’occasione l’orazione inaugurale.
Nel 1623 lo troviamo nuovamente a Roma, al seguito dell’ambasciatore veneziano Pietro Contarini. Torna l’anno successivo³ con la nomina di arcidiacono con destinazione Treviso, città in cui nel 1630 – all’età di 45 anni – sarà nominato arciprete della centralissima pieve di San Vito.
Ma l’anno dopo troviamo mons. Baldassare Bonifacio a Rovigo, qui approdato per trovare un più sicuro riparo all’infuriare della peste (detta dai posteri “manzoniana” dopo la pubblicazione de “I promessi sposi”) in un ambiente considerato meno esposto al contagio. Scampato il pericolo, eccolo ancora a Treviso, per traslocare nel 1637 a Padova con l’incarico di rettore della nuova Accademia dei Nobili Veneti.
Nel 1640, all’età di 55 anni, è nominato abate di Santa Maria d’Oliveto in Puglia a San Severo, collezionando nel frattempo altre investiture finché, nel 1653, alla veneranda età di 68 anni, viene chiamato a Roma (terzo viaggio nella capitale) per la nomina a Vescovo di Capodistria, città che raggiungerà l’anno successivo, lasciando Treviso col rimpianto nel cuore.
Nella sede vescovile le “peregrinazioni” del prelato rodigino si svolgono all’interno della diocesi, soprattutto per visite pastorali, raggiungendo, nonostante la salute malferma, anche località isolate, percorrendo strade impervie con mezzi disagevoli.
E a Capodistria, nel 1659 all’età di 74 anni, si concluderà la vita del prelato rodigino che percorse molte strade del mondo, lasciandoci una testimonianza dei suoi viaggi nel manoscritto “Peregrinazione”, approdato alle stampe dopo quasi cinque secoli, grazie all’iniziativa del prof. Zerbinati e dei suoi collaboratori.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Baldassare Bonifacio (1585-1659)”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/baldassare-bonifacio-1585-1659/