Il brivido delle corse automobilistiche, ma non solo. E’ sicuramente una vita “di quelle che non ti annoi mai” quella vissuta con intensità da Maria Antonietta Avanzo (1889-1977) di cui ci parla Luca Malin nel suo corposo volume “INDOMITA, la straordinaria vita di Maria Antonietta Avanzo”, Progetto Obliviomachìa, 2013.
Nata a Ca’ Pasta di Villaregia, località orientale del comune di Porto Viro, col cognome Bellan (il padre Giuseppe Bellan era un facoltoso possidente terriero), Maria Antonietta acquisì il cognome – che la contraddistinse nel corso della sua vivace esistenza – sposando, diciannovenne, Eustacchio Avanzo di Porto Tolle, anch’egli rampollo di una ricca famiglia di latifondisti.
Ma in Polesine MAAvanzo (così si firmava) visse veramente poco, giacché ben presto (dal 1913 al 1920) la troviamo a Venezia, senza marito e con i due figlioletti – Luisa di quattro anni e Renzo di due – frequentatrice dei salotti buoni, in rapporti di stretta amicizia con Gabriele D’Annunzio, prodigo costui di reiterati inviti nei confronti della giovane, documentati da copiose missive. Venezia, città di sogno, preclusa però alle auto. Verso cui invece si sviluppa un interesse insopprimibile da parte della Avanzo, che nel 1920 debutta nel mondo delle corse, prima donna italiana a cimentarsi in un settore considerato di esclusiva pertinenza maschile.
Ben presto l’ “indomita” (inizialmente accolta con diffidenza e non pochi sfottò) si conquista un posto di rilievo nel campo dell’automobilismo partecipando, come prima donna in assoluto (corritrice l’aveva denominata il D’Annunzio) a gare importanti: la Targa Florio nel 1920, il Gran Premio delle Dame nel 1921, il circuito australiano di Penrith nel 1925, la Mille miglia del 1928, il circuito di Indianapolis nel 1928, ed entrando a far parte di team blasonati: la Squadra dell’Alfaromeo nel 1923 e la Scuderia Ferrari nel 1932 (senza qui citare tutte le innumerevoli altre corse che la videro come protagonista).
Oltre ad essere apprezzata come pilota, la Avanzo – nel frattempo insignita del titolo di Baronessa da un marahajà dopo un suo soggiorno in India – si caratterizza come personaggio che fa audience, invitata pertanto in varie occasioni mondane, in particolare quelle legate al mondo dell’automobilismo. A lei, fra l’altro, nel 1922 è riservato il posto d’onore, al centro tra tanti manager e supporters dell’automobilismo, immortalati nella foto della “prima badilata” nel Parco di Monza lungo l’individuato tracciato di realizzazione del famoso autodromo.
Ma nella vita di Maria Antonietta non c’è solo l’automobilismo: c’è anche il giornalismo, il cinema, nonché un’esperienza di conduttrice di una fattoria in Australia dal 1923 al 1925 e poi ancora nel 1927. Paese questo che aveva raggiunto in una sorta di fuga dall’Italia con figli appresso, per evitare il possibile affidamento della prole al marito mentre era in corso la pratica della separazione. Ed anche in Australia la “baronessa” ha modo di farsi notare (eccome!) come testimonia l’ampia rassegna stampa pubblicata nel volume “Indomita”.
Nel continente agli antipodi dell’Europa non mancò fra le altre cose di intrecciare una storia d’amore col principe italiano Alfonso Del Drago, il quale rimase in Australia anche dopo il definitivo ritorno in patria di Maria Antonietta.
Quella del giornalismo si caratterizzò come una duplice parentesi: nel 1922 quando venne nominata direttrice sportiva del periodico sportivo “Lidel Sport”, che nell’occasione le dedicò anche una bella copertina; poi nel 1936 quando ebbe la con-direzione di Famiglia fascista. Esperienze queste che in entrambi i casi furono passeggere, e che indirettamente accendono una curiosità nei confronti dei suoi rapporti col Fascismo, movimento nei cui confronti l’indomita non proclamò mai la sua adesione, alternando momenti di consenso ad altri di critica.
Ma, giornalisticamente parlando, il suo principale successo lo ebbe con la pubblicazione, nel 1928, della sua autobiografia “La mia vita a 100 Km a l’ora” ricca di aneddoti, curiosità e descrizioni di un’esistenza sicuramente fuori dagli schemi, con la grande passione per l’automobilismo. Che continuò ininterrottamente, tanto che, nel 1932, a 43 anni, la Baronessa, ancora molto attiva nel mondo delle corse, entra a far parte della Scuderia Ferrari, partecipando alla VI Mille Miglia e poi alla VII Corsa in Salita delle Torricelle, per raggiungere infine gli USA allo scopo di saggiare il Circuito di Indianapolis.
L’ultima corsa la disputò, all’età di 51 anni, nel 1940, con il XIII Gran Premio delle Mille Miglia. Ma Maria Antonietta continuò in pratica per tutta la vita a frequentare gli ambienti delle gare automobilistiche, spesso invitata come ospite d’onore.
Ebbe modo di cimentarsi anche con il cinema: dapprima negli anni ‘30, anche grazie ad una frequentazione sentimentale col direttore dell’Istituto Luce, e poi negli anni ‘40 e ‘50 grazie alle parentele acquisite con i due più famosi giovani registi dell’epoca: Luchino Visconti fratello di Uberta, moglie del figlio Renzo; Roberto Rossellini, figlio della di lei sorella maggiore Elettra che aveva sposato Angiolo Rossellini.
In ogni caso la sua vita fu caratterizzata dall’indissolubile “connubio” con l’automobile, tanto che la dannunziana corritrice, ormai senior, si rese protagonista di alcune scappatelle di sapore adolescenziale, come quando (negli anni ‘60, più che settantenne) sottrasse al figlio Renzo le chiavi dell’auto per farla elaborare da un meccanico di fiducia e poi scorrazzare per le vie di Roma.
E a Roma, nel gennaio del 1977, per Maria Antonietta, ottantottenne, giungerà il momento di lasciare questo mondo e le sue strade… sempre percorse a 100 all’ora.
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