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NARRATIVA

Arrigo, il guaritore

di Enzo Fuso

Ventaglio Novanta n. 49 2014 pp. 118–122

Là dove lo Scortico (il corso d’acqua che interseca Fratta Polesine procedendo in direzione di Pincara) – si getta nel Canalbianco, esisteva un tempo un mulino. Nacque sfruttando il salto d’acqua del dislivello tra i due corsi fluviali, per far muovere la macina. Poi fu elettrificato ma, non essendo più produttivo in seguito all’avanzare di nuove tecnologie, fu chiuso e lasciato in stato di abbandono.

Stiamo parlando del mulino del “Pizzon” che una volta era il punto di raccolta del grano per gli agricoltori di Fratta Polesine e Pincara. Legata a questo mulino – ora recuperato come sede museale e in parte adibito a ristorante – si sviluppa la vicenda di Arrigo, un uomo che aveva scelto questa struttura abbandonata come sua dimora.

Arrigo era capitato in quel luogo sperduto nel periodo più difficile della sua vita, quando, ancora giovane, aveva in pochi mesi perso moglie e lavoro.

Arrigo abitava a Rovigo nel quartiere della Commenda e tutti lo conoscevano. Sua moglie, Carla, l’aveva conosciuta a Padova, quasi per caso, e subito se n’era innamorato. Studentessa, era entrata nel suo laboratorio di analisi per raccogliere notizie utili alla sua tesi di laurea in scienze naturali. Pochi mesi dopo erano già sposati.

Arrigo era figlio unico, nato da una relazione della madre con un uomo il quale, una volta che lei era rimasta incinta, non si era fatto più vedere. Sua madre non gli disse mai chi fosse quell’uomo. Viveva praticamente per questo figlio nato da un incontro purtroppo rivelatosi passeggero.

Lui ricambiò le premure e l’affetto della madre laureandosi con un 110 e lode in farmacia. Fu però una gioia di breve durata. Lei infatti morì solo due anni dopo la discussione della sua tesi di laurea.

Arrigo con la moglie allora si trasferì a Padova, dove trovò subito lavoro presso un’azienda farmaceutica. Aveva una innata passione per le piante e il suo compito era la sperimentazione. Ci sapeva fare. Ogni nuovo prodotto passava prima dalle sue mani. Era stimato e tutto sembrava andare per il meglio, ma le avversità erano in agguato.

Le disgrazie cominciarono un giorno di luglio caldo e afoso, quando gli furono consegnati dei preparati ricavati da erbe del centro Africa usate quale panacea per molti mali. Il loro impiego risultava efficace soprattutto per la cura di alcune infezioni da batteri. Ad Arrigo fu richiesto di iniziare subito le analisi su queste erbe appena importate dall’Africa, e di interrompere uno studio sull’arsenico che lo stava appassionando.

L’arsenico, conosciuto come un potente veleno, si presentava come una sostanza molto utile nella cura dei disturbi causati dal fumo. Infatti, prendendone dosi infinitesimali e aumentandole poi gradatamente sino ad un certo limite, l’arsenico si era rivelato prezioso per la salute dei polmoni. Ovviamente interessava fumatori incalliti e solo pochi medici erano in grado di prescriverne la cura senza rischi per il paziente.

Non era una specialità tratta dalle piante, ma per una volta tanto Arrigo si era preso l’impegno di testarlo e di renderne facile il suo impiego associandolo ad altri farmaci. Il fumo è una fonte infinita di malattie ed a quei tempi ogni cura sembrava buona per combatterne gli effetti nocivi.

Troppo preso dal suo lavoro, Arrigo scambiò alcuni flaconi. Nessuno al momento se ne accorse, visto che il colore dei due preparati era identico. Per una serie di malaugurate circostanze, questo errore costò alla ditta fior di quattrini per esami e sperimentazioni risultate inattendibili. Arrigo fu licenziato.

Fu uno shock per lui abbandonare questo lavoro che era la sua passione e forse lo scopo della sua vita. Precipitò in uno stato depressivo che gli costò anche l’abbandono della moglie.

Rimasto solo, Arrigo abbandonò il suo appartamento di Padova cercando casa a Rovigo, ma, non riuscendo a dare valide garanzie, finì per trovarsi sulla strada. Cominciò così la sua vita da vagabondo fra le stazioni di Rovigo e Padova, peregrinando anche lungo vie solitarie del territorio polesano.

Nel suo triste vagabondare, un giorno, seguendo l’argine del Canalbianco, si ritrovò davanti al vecchio mulino del “Pizzon”. Edificio ancora in buone condizioni nonostante fosse stato abbandonato da vari anni. Era un luogo tranquillo, lontano dalle case e da occhi indiscreti. Ad Arrigo piacque subito. Sistemò un materasso da qualche parte ed installò una specie di cucina con il fuoco sul camino alimentato dalla legna che riusciva a raccattare in zona senza difficoltà.

La campagna era la sua dispensa naturale, non avendo problemi a trasformare erbe e piante in qualcosa di commestibile. Passò del tempo. La sua presenza fu notata, ma, visto che non creava disturbo, essendo egli ritenuto una sorta di misantropo, nessuno si interessò al suo caso.

Un giorno, mentre passeggiava lungo la riva del canale, udì delle voci provenire dall’altra sponda. Era una donna che si lamentava con l’amica per delle macchie e vescichette che le erano comparse sulla pelle. Con gli occhi Arrigo la seguì e vide che abitava nella prima casa della strada che porta a Pincara.

Tornato al mulino, prese una pianta di bardana, comunissima tra le sterpaglie e nei luoghi non coltivati, ne mise a bollire le radici ricavandone una bevanda amara di color verde grigio. Poi prese della dulcamara e fece bollire anche questa con l’aggiunta di vasellina. Alla fine della cottura aggiunse un po’ di farina di lino fino a ricavarne un unguento. Prese poi i due preparati e li portò alla donna.

Lei, vedendo l’aspetto trasandato dell’uomo, per poco non gli chiuse la porta in faccia. Rassicurata però dal suo comportamento remissivo, finì per ascoltarlo. Lui le spiegò le proprietà dell’unguento, consigliandole, in caso di scarsi risultati, di bere anche il preparato di bardana.

All’indomani, senza dirlo al marito, la donna si spalmò l’unguento sulla pelle. Non le creava nessun disturbo, così continuò per alcuni giorni. Lentamente la cura cominciò a far effetto. Non aveva più prurito e pian piano le macchie cominciarono ad impallidire sino a sparire del tutto. Il marito fu ovviamente il primo ad accorgersene ed in men che non si dica, si sparse la voce che al “Pizzon” c’era uno che curava con le erbe.

Dopo la donna con le macchie, Arrigo – da tutti chiamato Rigon forse per il suo fare poco incline alla socializzazione – curò l’alito cattivo ad un’altra donna piuttosto anziana che abitava a Paolino. Il suo alito disturbava gli altri commensali, così si era decisa a mangiare sempre da sola. Arrigo le consigliò una perfetta pulizia della bocca, poi le preparò un infuso ottenuto dalla bollitura di semi di anice, di finocchio e radici di liquirizia. Il tutto con l’aggiunta di un po’ di vino bianco. La donna, dopo alcuni giorni, tornò da lui per ringraziarlo. Era tornata a mangiare con i suoi.

Un vecchio aveva l’asma ed era stanco di prendere pillole. Lui gli preparò una bevanda ricavata dalla bollitura in un litro d’acqua di 30 grammi di eucalipto e 20 grammi di fiori d’origano e l’anziano trovò ben presto giovamenti.

La fama del guaritore con le erbe ormai si era ampliata. Quel che faceva gli piaceva molto, tanto da doversi procurare delle erbe e delle piante fuori dal suo habitat naturale.

Un giorno arrivò una donna che era sofferente di anemia. Le cure fatte non erano servite a ridarle forza. Inizialmente ad Arrigo risultò una delle tante pazienti che si rivolgevano a lui per una cura, ma poi, osservandola bene, scoprì, con grande sorpresa, che si trattava di sua ex moglie, Carla.

Lei evidentemente non l’aveva riconosciuto, forse a causa della barba folta e lunga. Da quando non era più a Padova, Arrigo aveva cambiato anche il tono della voce, fattasi più cavernosa, ed era difficile scorgere in lui l’uomo che con voce squillante aveva gestito il laboratorio farmaceutico.

La sua triste condizione di vita dipendeva anche dall’affronto dell’abbandono subito dalla moglie. Desiderava vendicarsi, ma non poteva sottrarsi al suo ruolo di guaritore e, caso strano, proprio quell’arsenico che era stato la causa prima della sua rovina, poteva essere utile nelle forme di anemia. A dosi infinitesimali ed accoppiato ad altre sostanze, avrebbe per il momento aiutato sua moglie. Aggiunse l’arsenico ad un preparato di carote, le consigliò di mangiare dei carciofi crudi e le preparò una crema d’avena. La donna continuò a non riconoscerlo anche perché tutto si era svolto nel silenzio, a base di gesti.

Una settimana dopo Carla tornò; era rimasta molto soddisfatta della cura. Arrigo le diede il necessario per continuare per altri sette giorni. Anche questi passarono e Arrigo era consapevole che la donna sarebbe di certo tornata, se non altro per ringraziarlo.

Quella poteva essere l’occasione per una rivalsa nei confronti della ex moglie. Ma poi, ripensando alla sua attuale attività di guaritore apprezzato, considerò che se fosse rimasto in quel laboratorio padovano non avrebbe fatto quelle esperienze che ora lo gratificavano. Al “Pizzon” era invece divenuto un personaggio. Una persona in grado di fare del bene e di ottenere il rispetto della collettività.

Decise pertanto di lasciar perdere ogni iniziativa di rivalsa e, quando Carla tornò, non si fece nemmeno vedere. Le mise il preparato sul tavolo con un biglietto con scritto: “Dopo questo, basta”.

Lei arrivò, prese la pozione e lesse il biglietto. Tre parole, ma notò come la calligrafia le fosse familiare. Rimase perplessa ed impaurita. Tornò a casa e si mise alla ricerca di vecchie lettere. Le trovò e confrontò la calligrafia. Si sedette confusa. Sua madre, vedendola così pallida, le domandò: “Carla, stai male?”

“No, no – rispose lei – solo che devo tornare in un certo posto”. Scese in strada, prese la sua Uno e si diresse verso il “Pizzon”.

L’incontro fu commovente, ma troppi anni erano passati per riprendere insieme un cammino comune. Arrigo, in particolare, era divenuto a tutti gli effetti un altro uomo, poco disponibile a condividere un itinerario di vita, e pertanto continuò la sua esistenza di solitario tra il Pizzon e Ramedello, località questa dove una ventina di anni fa giunse la fine dei suoi giorni.

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Come citare questo articolo

Enzo Fuso. “Arrigo, il guaritore”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/arrigo-il-guaritore/

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