Partendo da Canaro, dove ci siamo fermati visitando in particolare la parrocchiale di Santa Sofia (cfr. Ventaglio n. 50, pag. 30 e successive) proponiamo in questo numero un itinerario che si snoda nella campagna, prendendo inizialmente la strada per Fiesso Umbertiano. Andremo alla ricerca di tempietti che dipendono dalla chiesa di Santa Sofia e che, ancor oggi, costruiti nelle corti rurali lontane dal centro abitato, evocano atmosfere di un tempo, ricche di fede e di partecipazione.
Percorsi pochi chilometri dal centro del paese, in località Bottazzina, incontriamo l’oratorio “Beata Vergine della Salute”, che, nonostante il degrado, si presenta ancora come una bella chiesetta, in pietra a vista.
La facciata ricalca lo stile rinascimentale-barocco, presentando quattro paraste: le due angolari sostengono il timpano del tetto a capanna, mentre le due medie sorreggono il frontoncino presente sopra la porta di ingresso che si apriva sulla strada, ma che ora si presenta maldestramente chiusa e sostituita da una finestra. La situazione di scarsa cura si riscontra anche all’apice del piccolo frontone sopra il portale, dove è presente una nicchia oggi malinconicamente privata della statuetta votiva che un tempo doveva caratterizzare l’oratorio.
Non si conoscono le origini del tempietto che sicuramente era presente a partire dal 1818 e che nel primo ‘900 era molto frequentato per le messe e, a maggio, per i tradizionali fioretti. Oggigiorno appare del tutto abbandonato. Il suo declino è iniziato negli anni ‘60 quando, chiuso a momenti di devozione, è stato acquistato da un privato, proprietario dei campi circostanti, ed adibito ad abitazione. Passato di proprietà alla fine degli anni ‘80, è stato definitivamente trascurato nonostante presenti tuttora una gradevole architettura.
Un po’ delusi di fronte a tanta noncuranza, riprendiamo il nostro viaggio. Quasi al confine con il paese di Fiesso, in località Fabbiana, visibile dalla strada, appare l’oratorio “Beata Vergine Auxilium Christianorum”. Si tratta di una costruzione incorporata nell’abitazione del signor Savino Piovan, il quale dal 1985 ne è il proprietario, dopo essere passata di mano dai signori Migliorini, Sagredo e Borgato.
Il signor Piovan ha recentemente restaurato la cappella, conferendole un aspetto pulito e ordinato, anche se è del tutto scomparsa la folta corona di edera che ricopriva la tettoia e ne caratterizzava l’entrata.
All’interno, la stanzetta, 5 m per 5, arredata in modo molto semplice, è dominata dall’altare maggiore, sovrastato dalla pala “Madonna con bambino e santi”, mentre, ai lati, si notano due altarini: su quello di destra c’è una statua di Sant’Antonio, con il quadro del Sacro Cuore, su quello di sinistra, figura un bel crocefisso e, appeso, il dipinto della Sacra Famiglia. Alle pareti, infine, sono posizionati altri quadri di soggetto sacro e non mancano candele e lumini per chiedere grazie alla Vergine.
A segnalare il luogo di culto, che risale alla fine dell’800, restano sul tetto la croce e la campanina sul loro supporto: sembra di sentire ancora il richiamo sonoro indirizzato ai molti fedeli che lavoravano i campi vicini. Agli inizi del ‘900, erano circa 40 le persone che frequentavano la chiesetta tutte le domeniche ed anche nei giorni infrasettimanali. Venivano a pregare la Madonna della Salute, che si festeggia il 21 novembre, giorno della presentazione della Vergine al tempio, per ottenere la guarigione. E, secondo il signor Savino e la moglie Maria Lisetta, diversi fedeli riacquistavano realmente la salute, tanto che molti sono gli ex voto conservati sotto il vetro che protegge l’affresco dell’altare.
Proprio questa antica pittura, che raffigura la Madonna con il bambino e i santi Rocco e Francesco, è al centro di un avvenimento che sa di miracolo o forse di suggestiva leggenda. Infatti, essendo una volta il locale adibito a deposito di legna secca, questa, accatastata con cura dentro, veniva trovata fuori, ogni giorno, dai proprietari, tanto da porsi di guardia. Il fenomeno sembrava sparito, ma dopo un po’ di tempo, i proprietari non solo ritrovarono la legna fuori, ma anche, sulla parete dove c’è ora l’altare, scorsero, già formato, l’affresco della Madonna: da allora è luogo di pietà.
Negli anni ‘80, era ancora molto frequentato e fino a tre anni orsono, il parroco di Canaro, Don Mario Turatti, il 21 novembre, vi celebrava la santa messa (cfr. Braggion Gino e Pia, Gli oratori della diocesi di Adria, vol. II, Tipografia Regionale Veneta, 1986).
Riprendendo il nostro cammino, torniamo a Canaro e poi ci spostiamo, questa volta, sulla Statale 16, direzione Ferrara, per ritrovare gli antichi territori di Valice e della Paveiola, che hanno ospitato in un tempo lontano il famoso oratorio di San Giacomo alla Valise, detta Paviole. Purtroppo la bella chiesetta, costruita lungo il fiume Po oggi non esiste più, ma noi la vogliamo ricordare ugualmente per la sua importanza storica a livello locale.
La menziona lo scrittore M. Guarini nel suo Compendio storico delle chiese di Ferrara, del 1631, allorché, assieme alla chiesa di Canaro, ne cita l’esistenza nel 1527, in un luogo detto le Valise. Il tempietto, demolito da una rotta del fiume nel corso del ‘500, fu ricostruito più grande e con il suo alto campanile, poco distante, in località Paviole, a spese di un gruppo di frazionisti e con il benestare del cardinale di Ferrara, Giovanbattista Lenio (rogito notaio Travaglini del 20 agosto 1597).
A San Giacomo fu poi aggiunto, più tardi, come comprotettore, suo fratello San Filippo per poter godere di una protezione più grande nei confronti dei pericoli della navigazione lungo il Po, delle inondazioni e delle esalazioni malsane delle zone paludose.
Il piccolo tempio offriva un ottimo servizio alla parrocchia di Canaro, soprattutto d’inverno o durante le rotte. Vi risiedeva un cappellano stabile, sostenuto da un decoroso beneficio, che ne ha consentito l’esistenza per molti secoli. La sagra patronale si celebrava la prima domenica di maggio e molte persone convenivano al luogo di culto per la solenne benedizione del fiume, chiedendo al Signore la liberazione dalla piena delle acque. Inoltre, molto sentita era la grande festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, allorché mugnai, carrettieri e allevatori si raccoglievano con i loro animali a Paviole, a Canaro e a Garofolo sul sagrato delle rispettive chiese, per la rituale benedizione (cfr. Braggion Gino e Pia, Gli oratori nella Diocesi di Adria, vol. II, Tipografia Regionale Veneta, 1986).
L’oratorio di Paviole, nel corso del tempo, subì diverse ricostruzioni, l’ultima nel 1873, ma restò sempre aperto e frequentato con fede e devozione, dovendo però registrare un unico brutto episodio, accaduto nel 1888, ad opera di alcuni eretici che lo insozzarono. Ma il parroco di allora, don Francesco Rocca, non si perse d’animo, riparò i danni e lavò l’infamia con l’acqua santa, pregando il Signore per gli oltraggiatori. Il tempietto resistette fino al 1931, quando fu abbattuto per i lavori di rinforzo dell’argine del Po, insieme anche ad alcune case vicine.
Un nuovo oratorio, dedicato a Maria Santissima Immacolata, sorse dopo la guerra, sul confine tra le località Paviole e Vallone, lungo la nuova strada per Ferrara, l’attuale Statale 16. La chiesetta, con annessa sacrestia, fu costruita, in economia, negli anni ‘60 e la struttura, di edilizia civile più che sacra, ricorda varie costruzioni prive di ogni riferimento estetico, tipiche di quel periodo. Solo una croce sulla facciata e una campanella, eretta a lato su una torretta di ferro, indicano il luogo di culto; inoltre, mancando il tradizionale campanile, il richiamo sonoro è supportato da un altoparlante sul tetto.
Tuttavia l’interno si presenta grazioso, bene illuminato e accogliente; non vi figurano arredi di grande valore artistico, ma non manca nulla di quanto necessita alla fede, alla preghiera, al raccoglimento. Appena entrati, subito lo sguardo corre al doppio altare maggiore, con candida tovaglia di pizzo e addobbi sacri: il primo costruito in solido cemento armato e il secondo rivolto, per la celebrazione, verso i fedeli. Alle spalle, troneggia la statua dell’Immacolata, con corona e santo rosario, splendida, tra le luci che la contornano.
Sulla destra, una statuetta di Sant’Antonio con Gesù Bambino e il vicino porta-lumini e, più oltre, una bella pala di San Francesco che predica agli uccelli, proveniente dalla chiesa dei Santi Francesco e Giustina di Rovigo.
A proposito di questa chiesa rodigina, il parroco di Santa Sofia, di Canaro, don Mario Turatti, ci informa che il primo nucleo dei Minori Francescani, a Rovigo, ebbe inizio nella chiesa “Beata Vergine della Concezione” o “del Cristo”, nel 1223, in seguito al passaggio, nel 1213, del Santo nella città. I Minori conventuali passarono poi stabilmente, nel 1292, nella chiesa e monastero di San Francesco, di cui resta ancora la canonica della chiesa attuale.
Di notizie sulla storia dell’ultimo oratorio di Paviole, i documenti parrocchiali sono avari: si sa che nel 1968 è stata fatta manutenzione, con la spesa di 50.000 lire a favore di certo pittore Rapetto per la tinteggiatura, e che la chiesetta era adeguatamente fornita degli arredi sacri, infatti, in un inventario, figurano due confessionali in noce: uno assegnato a Paviole e uno alla Fabbiana. Inoltre l’oratorio era dotato di 50 sedie, 14 quadretti della “Via crucis” e di un tabernacolo in metallo. Le odierne panche e un confessionale di pregio provengono, invece, secondo il canonico Turatti, dalla chiesa di San Benedetto di Ferrara, che aveva subito un incendio nel 2007.
Molto frequentato dagli abitanti delle due borgate, negli ultimi anni, il tempio si apre per le grandi festività e nel mese di maggio, per i rituali fioretti alla Madonna e la solenne benedizione delle acque del Grande Fiume, continuando così l’antica e suggestiva tradizione.
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Come citare questo articolo
Maria Chiara Pavani. “Sulle tracce degli antichi oratori”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-tracce-degli-antichi-oratori/