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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Da Saguedo a Campomarzo

Andar per borghi, lungo l’Adige, nel circondario di Lendinara

di Loris Corà e Claudio Vallarini

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 34–37

Da Lendinara, storica cittadina che in passato si meritò l’appellativo di Atene del Polesine per le sue copiose iniziative culturali, partiamo per un breve ma interessante itinerario nel circondario con destinazione finale un piccolo borgo a ridosso dell’Adige: Campomarzo. Località che raggiungeremo dopo aver toccato altre due particolari borgate quali Saguedo e Barbuglio.

Prima di avviarci verso la nostra destinazione, è opportuno ricordare che Lendinara, attraversata dal Naviglio Adigetto, è (con le sue frazioni) una cittadina di 12.000 abitanti, che storicamente può definirsi a metà strada tra la cultura ferrarese, che vi governò fino il 1483, e quella veneziana, che fu presente fino la fine del ‘700.

Numerose sono le chiese e i palazzi nobiliari; gradevole il centro storico in cui sopravvivono interessanti architetture, parchi ed archivi storici, quale quello del casato Malmignati e quello di Giuseppe Marchiori.

Dalla piazza Risorgimento, dominata dall’architettura estense del Palazzo Pretorio, prende pertanto il via il nostro itinerario cicloturistico, concordato con la Consulta di Saguedo, Barbuglio e Campomarzo.

Oltre la strada regionale “Santa Maria Nuova”, imbocchiamo la rettilinea Via Lunga verso Saguedo, ridente borgo che ci accoglie con il suo moderno Centro Polisportivo dotato di campi da calcio, rugby e tennis (un migliaio di atleti al mese) e il Centro Culturale di Solidarietà AUSER per gli anziani.

Subito dopo gli impianti sportivi compare ai nostri occhi il Ceresolo, un sinuoso corso d’acqua che nasce a Badia, raccogliendo buona parte delle acque piovane tra l’Adige e l’Adigetto. Superato il ponte, ecco sulla destra il bar d’angolo “La Tana del Lup-polo”, che propone una birra di produzione locale che attrae moltissimi giovani.

Qui si apre la piazzetta del paese, con la sua caratteristica area adibita a parco pubblico e parcheggio, contraddistinta da un capitello a colonna e dalla pensilina della fermata degli autobus. Tutto ciò dà l’idea di una contrada in chiave moderna ed animata.

Alle spalle della piazza si erge l’antica chiesa di San Barnaba, risalente al XII Sec. Fino al 1789 questa chiesa dipendeva dall’abbazia della Vangadizza di Badia Polesine. Fu più volte rimaneggiata fino all’attuale forma neoclassica del 1794 ideata dall’architetto lendinarese don Giacomo Baccari. La cuspide del campanile secentesco rimanda – come altre del circondario – al monastero badiese.

La chiesa accoglie ancora oggi alcune pregevoli opere d’arte di raffinata bellezza, che difficilmente si troverebbero nella frazione lendinarese se non fosse stata una chiesa sotto la protezione del monastero camaldolese di Badia.

Nell’abside e in un altare laterale sono conservati due bellissimi dipinti del pittore veneziano Jacopo Negretti detto Palma il Giovane: la Natività e la Risurrezione di Cristo tra i Santi Barnaba e Paolo, entrambi realizzati verso il 1624, che necessitano di un restauro.

L’altare maggiore è abbellito da pregevoli sculture in marmo bianco. Famosa è poi la formella intagliata e dorata, inserita nelle decorazioni del pulpito, ritraente la Samaritana al pozzo, realizzata negli ultimi anni del ‘700 dallo scultore del legno lendinarese Giuseppe Fava detto Saccadei.

Cinque dei sei altari esistenti erano anticamente dedicati a Sant’Antonio da Padova, a Sant’Apollonia, alla Natività di Gesù, alla Madonna del Rosario e a Santa Lucia. Alla base di quello dedicato alla Madonna del Rosario, risalta un pregevole bassorilievo marmoreo con la Vergine col bambino, mentre, nell’altare dedicato a Santa Lucia, con crepe in più parti, la tela è ospitata una nicchia con la statua della Santa.

Sopra la bussola dell’entrata campeggia un organo della fine dell’800. Sul muro esterno, nel lato verso la piazza, campeggia una lapide con i nomi dei Caduti delle due guerre mondiali. Visitata questa chiesa, che andrebbe meglio valorizzata, sia a livello devozionale che turistico, torniamo ad inforcare le nostre bici.

Riprendiamo la pedalata verso l’Adige, incontrando il vecchio ex asilo “San Filippo Neri”, adibito ora a Centro culturale e sociale per manifestazioni tipiche locali (feste, convegni e momenti conviviali). Poi, a sinistra, compare il Cimitero, dove risalta una chiesetta neogotica, affascinante nella sua semplicità dal sapore Liberty ormai incastonata dentro disarmoniche e moderne costruzioni in vetro e cemento posizionate all’entrata.

Lungo la strada maestra (verso Campomarzo) notiamo il recupero di alcuni edifici rurali adibiti ad agriturismo (“La Piccola Corte”) dove si possono gustare piatti tipici legati alla civiltà contadina. Molte sono le attività agricole aziendali per la produzione di grano, ortaggi, vino, formaggi e salumi e artigianali, ma non manca la parrucchiera ed estetista.

Eccoci frattanto a Barbuglio, dove alcuni vecchi edifici rurali convivono con poco eleganti abitazioni moderne e con la chiesa di San Nicola di Bari – edificata nel 1927 dopo che la precedente, realizzata a ridosso del fiume nel 1555, aveva dovuto essere demolita per fortificare gli argini.

E le cronache di un lontano passato ci portano purtroppo a conoscenza di un incredibile clima di conflittualità originatosi dalla fondazione della chiesa, a metà del ‘500, e protrattosi per ben tre secoli con la vicina chiesa “matrice” di Saguedo, accampante diritti sulla piccola parrocchia di Barbuglio. In particolare, durante la cerimonia di benedizione delle acque dell’Adige del 25 aprile, che vedeva arrivare nella chiesa di Barbuglio la processione dei fedeli di Saguedo con in testa il loro parroco, si originavano spesso risse, a volte anche sanguinose, che in qualche caso ebbero addirittura ad annoverare qualche morto ammazzato (vedasi in Ventaglio n. 9, luglio 1994, pag. 40: “Tre secoli di accese dispute”).

Ma torniamo ai nostri giorni, in cui la chiesa resta per lo più chiusa al culto, ricordando che alcuni anni fa furono rubate due pale d’altare di fattura settecentesca, tra le quali una pregevole Annunciazione. Le opere, fortunatamente recuperate dai Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico, ora si trovano al sicuro nella chiesa di Santa Sofia di Lendinara.

Sostiamo ad un bivio, nei pressi del fiume, dove trova posto una scalinata con un’utilissima fontanella per dissetare i ciclisti. Riprendiamo il percorso raggiungendo la sommità arginale dove si apre ai nostri occhi la piacevole vista dell’Adige con le sue verdeggianti rive: in direzione di Lusia (verso cui scorre la corrente fluviale), si può assistere ad un tripudio di profumi di erbe selvatiche e osservare ramarri, api, farfalle, capinere, rigogoli e gruccioni, questi ultimi coloratissimi uccelli migratori che – in attesa di tornare in Africa per svernare – trovano probabilmente proprio in questa zona il luogo ideale per riprodursi.

Scattate alcune foto imbocchiamo la direzione opposta, percorrendo circa un chilometro in direzione Verona nel senso contrario alla corrente del fiume. Siamo nel territorio di Campomarzo. Qui l’Adige compie un’ampia curva, al centro della quale ecco la località Pradespin, dove, su uno spiazzo verde presso l’argine, si trova un piccolo e solitario edificio religioso: la chiesetta della Madonna del Pilastrello, realizzata nel 1938 nei pressi di una precedente chiesetta edificata nel 1837 come ex voto degli abitanti del luogo a ricordo di una scampata rotta dell’Adige.

Nelle vicinanze si trova l’Osteria “Le fiabe” che raggiungiamo per rifocillarci: una piacevole sosta sotto l’argine, in questo ristorante dove si possono ancora gustare piatti tradizionali anche a base di pesce di fiume. Appagante si rivela poi l’incontro con il giovane oste che si alterna tra la cucina e i pennelli, realizzando ritratti e grandi dipinti mitologici.

E’ tempo di fare ritorno a Lendinara, imboccando la Stradella del Coppo, toponimo che ricorda l’esistenza di una fornace che sorgeva nel luogo. Passiamo quindi davanti alla casa di Pietro Cesare Pavanin, un personaggio che, imperante il fascismo, fece parlare di sé per le sue scelte opposte al regime: negli anni venti del Novecento se ne andò prima a Milano poi in Spagna per partecipare alla Guerra di Liberazione. Approdò infine in Russia alla ricerca dell’ideale a cui aveva dedicato la sua vita, per fare infine ritorno al paesello 17 anni dopo l’abbandono.

Poco lontano dalla casa di Pavanin, ecco gli ultimi resti, ormai sommersi dalle sterpaglie, della misera abitazione di un altro antifascista: Gesumio Marchetto che, ventenne nel 1944, si era unito ad alcuni giovani di Campomarzo per combattere il Fascismo, trovando però la morte nell’eccidio di Villamarzana, che costò la vita a 43 giovani.

Anche nelle piccole borgate emerge dunque il ricordo di eventi, a volte tragici, connessi con la storia della nostra nazione. Conoscenze, anche queste, che danno significato alla nostra escursione che, anche in virtù della giornata dal clima ottimo, si sta concludendo nel migliore dei modi.

E mentre pedaliamo verso Lendinara, pensando al piacevole itinerario che stiamo completando, mi viene spontanea una considerazione relativa all’ansa dell’Adige di Campomarzo: questo tratto del fiume si presterebbe per realizzare un attracco fluviale sul modello di quello già esistente a Badia Polesine. Anche nel territorio lendinarese si disporrebbe così di un idoneo punto di sosta a beneficio dell’auspicato sviluppo del turismo fluviale. Si tratterebbe di un intervento dal costo contenuto e accessibile a finanziamenti pubblici, che avrebbe un sicuro riscontro sulle attività turistiche e ambientali, incentivando iniziative di visitazione del medio Polesine.

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Come citare questo articolo

Loris Corà, Claudio Vallarini. “Da Saguedo a Campomarzo”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/da-saguedo-a-campomarzo/

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