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ARTEOGGI

Silvia Bergoglio e il colore

Illuminante per l’artista di Cavarzere il suo “incontro” con Kandinskij

di Irene Gianello

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 111–114

Arrivo al circolo culturale presso il quale siamo iscritte entrambe (Athesis Art di Cavarzere, ndr) la sento emozionata, è la sua prima intervista.

Ci ricaviamo un angolo in cui parlare appoggiando su di un tavolo le opere che ha portato con sè. Mi metto comoda, devo prendere appunti … sono ancora una giornalista all’antica, a un registratore preferisco carta e penna, le impressioni si fissano meglio se impresse con una biro. Esauriti i convenevoli entro nel ruolo e mi concentro, lei invece è estremamente a suo agio e desiderosa di raccontarmi la sua storia, dribla le domande come un abile calciatore e parte nel racconto appassionato che l’ha spinta verso il mondo dell’arte.

Silvia Bergoglio – un figlio piccolo, un marito, un lavoro come responsabile dei progetti del Consvipo – nasce 41 anni fa a Torino: è una bella donna dai capelli biondi e occhi azzurri, portamento fiero e una femminilità controllata, sicura di sè si lascia raccontare. Mi parla della sua prima esperienza artistica diversi anni fa: un corso di ceramica che le conferisce la disciplina tipica delle piccole superfici, qui impara a definire una forma e a darle dignità artistica, a risolvere accuratamente i contorni degli oggetti espressi scegliendo di identificarsi con la natura dove trova, nella semplicità di un fiore o di un paesaggio, la bellezza universale. L’espressione gentile della ceramica ed il rigore che questa impone risultano congeniali alla predisposizione dell’artista e la seconda formazione risulta ancora più significativa nella pittura su vetro, un severo supporto pittorico che impone altrettante regole di esecuzione.

La volontaria adesione alla pittura arriva solo più tardi e la tela, si sa, non tradisce le aspettative, ma richiede attenzione, pazienza, sincerità espressiva e interiore e spesso crea i presupposti per una autentica metamorfosi. Sono gli anni delle prove e delle discussioni artistiche, e non a caso viene sensibilizzata a letture impegnative. Si imbatte quindi nel testo ‘Lo spirituale nell’arte’ di Vasilij Kandinskij un articolato saggio del grande pittore russo difficile da digerire quanto estremamente appassionato nelle intenzioni e nella ricchissima eredità che ci tramanda. Una lettura illuminante per Silvia Bergoglio, un faro importante nel mare della conoscenza che la porta lontano da rappresentazioni oggettive, pulite ed esteticamente verosimili alla realtà, verso orizzonti fatti solo di toni differenti, o dove le tinte definiscono le forme. Kandinskij sostiene che il colore ha due effetti sullo spettatore: uno fisico determinato dall’elaborazione della retina ed uno spirituale in cui il colore suggerisce una vibrazione interiore più o meno intensa e, se associato con altri sensi, produce un sapore, un odore e un suono

E’ la svolta, Silvia continuerà a dipingere la figura, ma la vedrà con occhi diversi nella convinzione che la pittura astratta conferisce fascino e dinamismo a una realtà trasfigurata nella nostra mente e nella nostra anima.

Silvia è un fiume in piena, mi racconta la sua storia guardando in alto, oltre il mio sguardo, con una sicurezza che non dimentica la sua formazione e il lavoro ‘tecnico’ che svolge: se da una parte è portata alla precisione rappresentativa e alla fedeltà pittorica, dall’altra sente il desiderio di rompere con questa inclinazione.

Inizia un difficile percorso di prova e consapevolezza tecnica che non le appartiene e la fa soffrire, sento nelle sue parole quanto sia sudata questa metamorfosi… preparare la base per un dipinto vuol dire dargli vita; in tutti gli strati che compongono lo sfondo di un’opera vi sono molti passaggi tra stesure e volontà di rimuovere il colore per dare più o meno spessore e intensità, poi la forma che va scomposta, il colore che va graffiato ed in fine la spatola, maestra della pittura libera, strumento in grado di conferire precisione e rottura allo stesso tempo.

Il racconto appassionato dell’artista ha soppraffatto ogni mia aspettativa ed ha riempito il mio taccuino di pensieri. La prima intervista finisce in un corridoio del circolo senza molto margine per le mie domande.

Il secondo invito avviene nella sua casa di San Pietro di Cavarzere alla cui estremità sventola una gialla bandiera della Serenissima Repubblica di Venezia con tanto di Leone, un modo affettuoso per ricordare un’appartenenza. Mi attende un tè con biscotti e una coppa di crema al limone che mi riporta la memoria agli anni ‘80 quando nonna si prendeva cura di me con le stesse attenzioni.

Capisco molte cose da questa accoglienza. Tutta la famiglia è coinvolta in questo tour domestico nella spiegazione delle opere esposte alle pareti di ogni stanza e corridoio. Nulla è lasciato al caso, a partire dai primi disegni molto simili a incisioni, le prime ceramiche dipinte, gli acquerelli delicati dei primi anni, le barche, le lagune e l’immancabile Venezia.

Poi le betulle, i nostri canneti, le campagne polesane, gli argini, i fiori e gli specchi d’acqua… e intanto lo stile va mutando. Arriva la produzione astratta, la vedo da vicino, ne respiro la difficoltà produttiva, sento la sua ‘sofferenza’ nell’esecuzione e capisco come dentro a ogni rottura ad ogni screpolatura del colore, voluta o no, ci sia lei e la sua passione che va oltre l’esercizio, e che ricorda la stessa voglia e difficoltà che la storia ci riporta negli artisti delle prime avanguardie.

Le ultime opere parlano ancora di spiagge, valli e casoni … il Delta! chi vive questi luoghi porta con sè tutto quanto.

Mi congedo dopo molti ringraziamenti e un po’ di tempo passato col piccolo Paolo. Me ne vado con molti appunti ed altrettante foto; mi sento ricca ed appagata per questo bel pomeriggio allungato che non avrei mai voluto terminare.

Il Polesine di Silvia Bergoglio sta nelle piccole cose: nel bisbiglio del vento in un canneto, nel canto di uccelli che anima un paesaggio e nelle sue splendide marine in cui alba, giorno e tramonto si consumano in un abbraccio silenzioso.

La gestazione delle sue opere è un cammino sofferto, un viaggio tutto al femminile che rappresenta la metafora della donna contemporanea in cui si deve trovare spazio per tutto. Le sue composizioni rappresentano ‘Incroci di vite’ come indica il titolo della sua opera più appassionata.

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Come citare questo articolo

Irene Gianello. “Silvia Bergoglio e il colore”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/silvia-bergoglio-e-il-colore/

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