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NARRATIVA

La bancarella dei carillon

di Laura Viaro

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 127–130

Un sole stanco ed assonnato si preparava a scendere lungo il fianco della vecchia torre campanaria della piazza, trascinando nel suo lento movimento l’immensa coltre dalle irreplicabili sfumature. La giornata, lungi dal considerarsi conclusa, in quel pomeriggio di fine autunno continuava ad animarsi di gente giunta nella cittadina ad ammirarne le caratteristiche, attratta dalla ricorrenza del Santo Patrono.

Lorenza lasciò il braccio di Luisa, sua madre, per recuperare le chiavi dell’auto dall’interno della tracolla, con un gesto leggermente stizzito per il fallimento di quell’ennesimo tentativo. Da tempo, infatti, proponeva occasioni di svago ritenute compatibili con gli ormai sepolti interessi della donna: visite a parenti, vivi o defunti, piccoli spostamenti in luoghi conosciuti in precedenza, i cui possibili ed eventuali cambiamenti avrebbero rappresentato l’elemento di novità nel mondo cristallizzato del ricordo, divenuto da qualche anno la sola dimensione di un’esistenza da spettatrice.

Da quando suo padre Giovanni se n’era andato per sempre, vittima di un’orribile fatalità terminata in un precipizio, al rientro dal turno serale di lavoro, la madre non si era più ripresa dal dolore. Mutilata dell’affetto più grande, non aveva tratto giovamento dalle attenzioni della figlia e nulla sembrava allentare la morsa di quel tedio senza fine.

Lorenza sentiva però il dovere di procurare alla madre situazioni che potessero scuoterla, facendola finalmente uscire dal grave stato di apatia. Questa volta aveva individuato un’iniziativa a cui era direttamente interessata e che nel contempo sperava producesse qualche risultato utile per Luisa.

Per l’occasione di festa, le consuete manifestazioni cittadine si erano arricchite di un mercato delle pulci che proponeva le merci più disparate, provenienti da ogni dove e Lorenza, alla ricerca di un particolare calice, aveva pregato la madre di accompagnarla. Anche stavolta non era riuscita a sostituire quel pezzo mancante alla sua collezione, tuttavia al mercatino aveva scovato i resti di un prezioso lampadario veneziano e già immaginava come le sue mani l’avrebbero trasformato in un oggetto unico e strepitoso. Manifestò solo a se stessa la soddisfazione per l’acquisto, temendo di infastidire mamma perché si permetteva, ogni tanto, di essere felice con poco.

Prima di imbucare una delle viuzze che conducevano all’esterno del grande piazzale, notò lo sguardo della madre, apparentemente attratto dalla bionda signora della bancarella dei carillon, che discuteva con il socio intento a caricare la molla di quei deliziosi strumenti e a mostrane le differenze a seconda del meccanismo e dell’epoca.

Lorenza, incuriosita e speranzosa nel notare il possibile riaccendersi di qualche coinvolgimento da parte della madre, le chiese se volesse avvicinarsi alla bancarella per scegliere una melodia da portare a casa, ma scoprì presto che il suo interesse andava nella direzione della venditrice nella quale credette di aver riconosciuto una vecchia compaesana. Volesse il cielo che non si trattasse di una somiglianza e che la coincidenza potesse rappresentare il primo approccio di un ritorno alla vita sociale! andava pensando impaziente Lorenza.

A lei il padre era mancato, eccome, e dalla straziante notte di cinque anni prima, non era passato un solo giorno durante il quale non gli avesse dedicato un pensiero, un piccolo progetto o un sogno. Però sentiva che la vita le stava reclamando attenzioni e il suo eventuale disamore non ne avrebbe colmato l’assenza, né avrebbe portato benefici a chi ancora le voleva bene.

Incoraggiò pertanto la madre a verificare l’identità della signora del banco e, facendo da tramite, si scusò per la richiesta non attinente agli oggetti in mostra. Le espressioni di stupore, contenute senza sforzo alcuno, della vedova, incontrarono quelle incredule della venditrice. Superati i convenevoli e i sommari aggiornamenti del caso, quest’ultima spiegò di come, negli ultimi tempi, si dedicasse con passione all’attività di robivecchi e svuota cantine traendone un guadagno che non sempre superava anche di poco le spese, ma che le procurava contatti e soddisfazioni.

Con sincero orgoglio mostrò altro materiale posto in minore evidenza su di un tavolino a lato del lungo banco. C’erano vecchie foto, immagini religiose e cartoline di ogni tipo. Le più belle rappresentavano le città d’Italia nei primi scatti in bianco e nero, poi c’erano quelle con vari soggetti, militari, d’amore e turistici, alcune di vecchia data, altre piuttosto recenti e sicuramente di minore interesse. Per la maggior parte si trattava di cartoline viaggiate, che dietro l’immagine recavano un messaggio, un saluto, un’emozione o un caro pensiero per qualcuno.

Luisa, con un tuffo al cuore, riconobbe in una di esse l’albergo presso il quale avevano alloggiato lei e Giovanni, lo scomparso consorte. In una delle miniature c’era uno scorcio suggestivo del paesaggio dolomitico e in un’altra era raffigurato l’interno di una stanza nella quale troneggiava un letto capitonnè. Sul retro, una sbiadita calligrafia indicava la destinataria, una “Dolcissima Signora Fernanda”, residente in una località nella quale si trovava la vecchia sede di lavoro del marito. Sopra l’affettuosa dedica, la data indicava il mese di settembre del 1950. Anche la loro breve vacanza, organizzata per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio, era trascorsa nei giorni di settembre di quell’anno. Quante coincidenze in un solo giorno!

Luisa stringeva la cartolina contro il petto, in un gesto spontaneo e quasi commosso; sembrava che il potente anestetico che l’aveva intorpidita così a lungo avesse cominciato ad attenuare i suoi effetti. Immersa in una nube di dolorosa nostalgia, era certa di non aver sprecato il tempo del suo amore, quello unico e totale che lei aveva conosciuto.

Trattenne la cartolina dandole un’ultima occhiata, prima che venisse riposta dentro al sacchetto assieme al minuscolo carillon con ballerina danzante, scelto in precedenza.

Fu allora, solo allora, che notò la firma del mittente, perfettamente leggibile nonostante l’inchiostro scolorito, scritta a grandi lettere perpendicolarmente al testo. La donna vacillò e il suo volto assunse un’ espressione angosciata nel leggere un nome che lei sola poteva conoscere. Un nomignolo affettuoso con il quale la suocera aveva soprannominato il figlioletto e che era stato motivo di ilarità tanto era stravagante, coniato in relazione ad una sua curiosa abitudine.

Si aggrappò alla figlia, premendo con l’altra mano lo stomaco che sembrava staccarsi lentamente dalla sua sede. L’improvviso malore preoccupò non poco Lorenza e la ritrovata vecchia conoscenza; fu invitata a sedersi e ad accettare l’eventualità di chiamare soccorsi.

Dopo alcuni interminabili secondi, Luisa assicurò che si era trattato di un malessere passeggero, e con un goffo sorriso, confessò alla figlia che a pranzo aveva abusato di cibi a lei tassativamente proibiti. Sorrise ancora, mostrandosi un po’ sollevata; abbracciò la bionda signora del banco e si avviò con Lorenza verso l’auto.

Dopo il consueto saluto serale e la conferma che tutto era passato, ognuna faceva ritorno alla propria abitazione. La madre salì in fretta i pochi gradini e si lasciò andare in quel letto, che all’improvviso non le sembrava più così immenso e vuoto, vestita com’era, con l’odore di mandorle e frittelle e col profumo di infanzie dimenticate.

L’alba del giorno dopo fece da sfondo al ricomposto puzzle delle casualità, un quadro piuttosto eloquente, almeno così sembrava agli occhi di Luisa, ma le certezze sarebbero state tali solamente dopo una puntuale indagine.

Quanto tempo era passato? Molto, troppo in verità, e tentando di ripercorrerlo a ritroso, altro ancora ne avrebbe sottratto a se stessa. Si chiese inoltre a cosa sarebbe servito, e optò per la scelta di non voler conoscere la verità, qualunque essa fosse.

Provando una improvvisa sensazione di libertà dal dolore della perdita, ne avvertì immediatamente altre, differenti; colse emozioni dalle quali non si era lasciata attraversare e istanti per i quali aveva dimenticato di gioire. Caricò la molla del carillon e la piccola ballerina rosa iniziò una danza timida e garbata sulle note di un dolce ed elegante motivo, eterea e leggera come il cielo d’aprile.

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Come citare questo articolo

Laura Viaro. “La bancarella dei carillon”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-bancarella-dei-carillon/

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