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ATTUALITÀ - INIZIATIVE CULTURALI

Inediti dal fronte

Una mostra particolarmente curata, quale apprezzato omaggio di Polesella ai caduti della Grande Guerra

di Rosanna Beccari

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 170–173

“Lo spunto per la mostra – racconta l’assessore di Polesella Cinzia Ghirelli – è nato la scorsa estate, quando sono stata contattata da un ex concittadino, Franco Gennari, il quale aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla Grande Guerra, vissuta dal nonno paterno, le cui vicende belliche si erano incrociate con altri polesellani, tutti morti in guerra”.

Il nonno materno di Gennari era vissuto e morto a Polesella, dove ancora oggi nel cimitero una bella iscrizione sulla sua tomba riporta una frase dal romanzo memorialistico Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, in cui compare tra i protagonisti. Si tratta di Enrico Fresini, un generale di origine napoletana, discendente da un famiglia di tradizione militare, dato che suo nonno un secolo prima era stato a sua volta generale nell’esercito bonapartista.

Franco Gennari, attraverso una serie di ricerche fra varie fonti bibliografiche, gli archivi sui caduti in guerra del Ministero della Difesa ed altri Enti, era riuscito a risalire ai nominativi di 44 caduti nativi di Polesella. Grazie ad ulteriori indagini erano poi state rinvenute altre identità di soldati non oriundi di Polesella ma ivi residenti all’atto dell’arruolamento e quindi riportati nei registri comunali.

Oltre a questi nomi, c’era però la consapevolezza che altri caduti di Polesella dovessero essere ricordati.

Purtroppo non esiste più il monumento che il comune di Polesella aveva dedicato ai suoi caduti. Era stato eretto nel 1922 e sui quattro lati del basamento recava le lapidi con i nomi dei militari periti per la patria. Tale monumento – raffigurante un fante all’assalto con in pugno il tricolore – condivise un triste destino con altre opere commemorative di metallo, sacrificate alla campagna mussoliniana “Ferro alla patria” all’alba della Seconda Guerra Mondiale.

Ma ecco che il casuale ritrovamento nella soffitta di un privato del pannello commemorativo, che raccoglieva i nomi di tutti i caduti in guerra, permetteva la ricostruzione completa dei dati anagrafici di 84 nominativi.

Fin qui l’affascinante racconto della lunga ed appassionata ricerca di Gennari e della Ghirelli con il suo gruppo di volontari compaesani, che ha reso possibile la citazione di tutti i caduti polesellani, eroi anonimi del Grande Conflitto, costituendo una parte importante della mostra “Inediti dal fronte”.

Ma la consultazione degli archivi storici ha portato alla luce ulteriori aspetti della Prima Guerra Mondiale, non ancora del tutto noti, come la presenza a Polesella tra il 1917 e 1918 di ben quattro ospedali militari, due dei quali di oltre 300 posti: il Lazzeretto (nei locali sul retro del Comune, a villa Armellini) e villa Selmi. Alla loro descrizione era dedicato un pannello dell’esposizione. Nessuna meraviglia, se si considera la posizione strategica di Polesella sul Po e con un’efficiente stazione ferroviaria sullo snodo strategico Bologna-Italia Settentrionale, verso le diramazioni europee, oltre al nuovissimo lazzeretto, costruito nel 1914.

Di particolare interesse, a questo proposito, il racconto dell’ospedale alloggiato nella villa Selmi Serafini, che ne fa in un memoriale Giovanna, sorella di Nino (Antonio) Serafini, eroe polesellano, cui è dedicata la scuola media, in quanto ufficiale volontario, caduto in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, a Pal Piccolo in Carnia il 26 marzo 1916, medaglia d’argento al Valor Militare nel 1922.

“Quell’inverno Palazzone rimase aperto, nessuno della famiglia si mosse, anche perché Palazzone fu ripetutamente occupato da ospedaletti da Campo. Dapprima fu un piccolo ospedale comandato dal colonnello Caccia […]. Successivamente arrivò l’ospedaletto 039, comandato dal capitano Prof. Sandri. Palazzone subì allora una totale trasformazione. Il pianterreno venne sgomberato: la stanza da pranzo fu dedicata alla chirurgia e la biblioteca ad ufficio del comandante; la sala, il salotto, il salottino di mamma Paola e la stanza da musica si riempirono di letti. Tutto fu dipinto di bianco, le porte antiche e decorate furono messe in solaio per sfuggire all’inevitabile disinfezione. A primo piano furono assegnate due camere agli ufficiali ed una al secondo piano. I servizi, gli infermieri, i mezzi di trasporto, trovarono posto nelle adiacenze. In anticamera era l’accettazione. La famiglia Serafini si ritirò nell’appartamento d’inverno, in due camere del primo ed in alcune del secondo, con i servizi indispensabili”. (cfr. Diari di Giovanna Selmi in v. Archivio Selmi-Perona del Comune di Polesella).

L’altra parte della mostra era costituita di documenti pubblici e privati e scatti d’epoca, taluni inediti e preziose rarità, messe a disposizione dal sindaco Leonardo Raito, tratte dalla sua collezione privata per raccontare il primo conflitto armato di dimensioni intercontinentali, combattuto dal 1914 al 1918.

Tra questi, un pannello “polesano”, dedicato a due dei tanti silenziosi e misconosciuti eroi della Grande Guerra: Agostino Denti, cremonese trasferitosi a Bosaro e Angelo Milan, di Grignano Polesine, classe 1898, ufficiale del 58° Fanteria, prigioniero nei campi di concentramento di Rastadt e Wellangen (Germania), fino alla liberazione dopo il 4 novembre 1918, medaglia di bronzo e d’argento al Valor Militare nel ‘17. Protagonisti di storie diverse e pure simili, accomunati dalla tragica fine nel Primo Conflitto, combattuto con armamenti moderni e terribilmente letali. Tra le rare immagini in mostra quella del bombardamento aereo austro-ungarico su Verona (novembre 1915) o alcuni scatti di un villaggio carsico distrutto dal fuoco nemico.

Emblematica anche la vicenda del soldato semplice Fiore Cappellato, bovaro polesellano, il quale, chiamato alle armi a 23 anni, già due volte padre, si distinse nel 77° Reggimento della Brigata Toscana, detta dei “lupi”, sopravvivendo ad una pallottola conficcatasi nel torace, mentre andava all’assalto con i suoi compagni del Monte Zebio. A testimonianza che, per diventare eroi in una guerra fatta da tanta gente comune, non occorreva avere nobili natali o ruoli di ufficiali, anzi le recenti ricerche, fatte anche a seguito del Centenario, stanno restituendo un universo misconosciuto e finora ignorato, ma di tutto rispetto, di questi umili protagonisti, che hanno fatto la Grande Storia, pur essendo passati i più senza quasi lasciare il segno. Di tempra robusta, il reduce Fiore Cappellato sarebbe vissuto fino a novant’anni.

Di particolare suggestione e pathos le immagini che hanno documentato alcuni aspetti della guerra di trincea, “divenuta già industriale e di massa, pur rimanendo ancora una guerra di generali”, spiega Raito, il quale nella conferenza “L’esempio dei capi. I generali italiani nella Grande Guerra 1915-18” – evento collaterale della mostra -, ha ribaltato la comune opinione della storiografia contemporanea, che li ha raffigurati come dei “macellai”, proponendo le storie di decine di alti ufficiali morti nel Primo Conflitto.

Tra gli scatti, uno del generale Armando Diaz, comandante del 23° Corpo Armato sul Carso nel 1917, ed un altro con il re Vittorio Emanuele III in un Osservatorio Militare o, ancora, un’istantanea del generale Joffre, che visita Cadorna a Udine o Palmanova. Accanto ad un altro aspetto significativo: l’utilizzo di campi di concentramento di massa per i prigionieri, quegli stessi che nel Secondo Conflitto Mondiale diverranno i campi di sterminio.

Evidente anche la differenza fra le due guerre combattute: quella di trincea fra le doline del Carso, dove si distinse il 2° Reggimento Genio Pontieri, con i ponti di barche sull’Isonzo e sul Piave, e quella “bianca” sulle Dolomiti, oltre i 2.500-3.000 metri, in cui i soldati erano impegnati in vere e proprie operazioni di alpinismo.

Non meno importanti le cartoline, testimonianti l’efficienza del servizio postale di trincea. Più diretto ancora l’impatto visivo con i cimeli originali, esposti in tre teche: elmi, proiettili e munizioni varie, oggetti della vita bellica, medaglie e decorazioni dei Cavalieri di Vittorio Veneto, messi a disposizione da privati, oppure le riviste dell’epoca, raccolte da Raito, dai titoli eloquenti: La guerra, La guerra italiana, L’illustrazione, La Gran Guerra.

Con questa mostra sulla Grande Guerra, che ha aperto le celebrazioni del Centenario a Rovigo, Polesella si è candidata come punto di riferimento per le manifestazioni polesane dell’importante anniversario.

E non è finita qui. Chiuso con successo il periodo di esposizione – con oltre 500 visitatori da tutta la Provincia in sei domeniche – sono molte le iniziative che l’amministrazione comunale ha in cantiere per quest’anno: conferenze, un convegno programmato per novembre, una pubblicazione ed un dvd, oltre ad eventi di canti e film, il tutto racchiuso nel progetto “Davide contro Golia. Le esperienze dei soldati polesani e veneti nel conflitto della modernità”, finanziato dalla Regione Veneto.

Potrebbe essere il primo passo concreto verso la realizzazione di un “Museo Polesano della Prima Guerra Mondiale” – proposto dal sindaco Raito -, non solo per il recupero di una parte importante della nostra memoria, ma anche per la valorizzazione e lo sviluppo del nostro territorio.

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Come citare questo articolo

Rosanna Beccari. “Inediti dal fronte”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/inediti-dal-fronte/

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