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STORIA - TRADIZIONI

L’atroce delitto del 1925

Ad Adria una donna tagliata a pezzi. Il truce “femminicidio” ebbe vasta eco sulla stampa e fu perfino oggetto dell’attenzione dei cantastorie

di Aldo Rondina

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 92–95

È passato quasi un secolo, ma ad Adria si tramanda ancora la truce storia dell’efferato delitto alla “maniera di Landru”¹, avvenuto in un lussuoso appartamento al terzo piano della centralissima via Carducci.

Adria 1925: un delitto alla maniera di Landru

Fino ad alcuni anni fa, nel Cimitero di Adria, una tomba particolare ricordava il tragico evento della Signora uccisa e tagliata a pezzi dal marito. La foto di una giovane donna con un grande cappello (com’era in uso nei primi decenni del 1900), riempiva per buona parte il marmo che riportava le toccanti espressioni del cordoglio cittadino per la vittima. Non erano semplici voci di circostanza, ma parole saggiamente pesate, in grado di far intuire a chiunque il dramma di una famiglia e di una intera città.

L’iscrizione, apposta dall’Amministrazione Comunale presieduta all’epoca dal dott. Carlo Salvagnini, fu dettata dal nob. Avv. Aldo Guarnieri, futuro podestà di Adria. Ecco il testo:

Oggi i mass media e soprattutto la televisione, rischiano di assuefare l’opinione pubblica trasmettendo ogni giorno notizie di tragici eventi rivolti particolarmente contro le donne. Tanto che, per esprimere questo tipo di delitto, è stato persino coniato il termine “femminicidio”.

La tragica storia di Adria però, avvenuta mentre si stava concludendo il primo quarto del secolo scorso, colpì profondamente la vita tranquilla di tante persone e per questo fu tramandata per generazioni quale esempio di estrema efferatezza, risultato ineluttabile di una lucida pazzia.

L’evento impressionò il Polesine e l’intera Penisola tanto che, come succedeva per gli episodi di grande risonanza, la grande Stampa nazionale mandò inviati speciali ad Adria per raccontare dal vivo l’accaduto.

Il fatto ebbe così larga diffusione presso l’opinione pubblica che persino i cantastorie ne portarono l’eco nelle contrade più remote d’Italia.

Particolarmente interessante risulta il racconto a “tre dimensioni”, di cui riportiamo il testo, eseguito da un ignoto cantastorie umbro.

In un grande foglio a stampa, distribuito nelle piazze, trovano spazio una succinta esposizione, alcune vignette molto significative e dodici strofe in rima baciata (vedi scheda) che costituivano la “base” per la illustrazione musicale dell’evento.

Descrizione dei fatti.

Un orribile delitto è stato consumato ad Adria

Un uomo (n.d.r. Pasquali Ugo di Giacomo, di anni 43, di professione ispettore agricolo presso lo Zuccherificio di Pontelongo) di condizione sociale abbastanza elevata, ha ucciso la moglie (n.d.r. Anna Vecchi di anni 42, nata a Bologna, insegnante elementare), poi ne ha fatto a pezzi il cadavere gettandolo nel Po. L’assassino fu arrestato poche ore dopo in un albergo di Padova.

La famiglia della vittima

I coniugi Pasquali, nella casa di via Carducci, occupavano l’ultimo piano soprastante l’abitazione della famiglia del dott. Moro. Sabato mattina verso le sei, la fantesca (domestica) del Moro udì provenire dal locale superiore dei lamenti che rapidamente si affievolirono. Ne rimase sul momento impressionata, poi non vi fece più caso. Dopo qualche tempo, verso le sette e quaranta il Pasquali uscì sulla strada fumando tranquillamente una sigaretta e attese la propria domestica che poco dopo infatti arrivava, come ogni giorno, per compiere il servizio mattutino. Il Pasquali disse a costei che la signora era partita e che quindi poteva tornarsene a casa e restarvi cinque o sei giorni.

La prima traccia del delitto

Intanto il Pasquali ritornò nell’appartamento e vi rimase oltre un’ora, poi uscì e alle sedici e trenta tornò in tenuta da motociclista, guidando un moto-carrozzino ricevuto in consegna dallo zuccherificio. I coinquilini lo videro salire e scendere più volte, caricare una valigia ed altri involti, quindi partire. Alla domestica del dott. Moro, che vide tutti questi preparativi, tornarono in mente i lamenti uditi al mattino e ne fece parola con una terza famiglia che abitava in un appartamento attiguo. Fu così che, collegando questo racconto alla frettolosa partenza del Pasquali, sorsero i primi sospetti. Qualcuno suonò il campanello, ma nessuno rispose. Allora furono avvertiti i carabinieri, i quali si recarono sul posto e, sfondata la porta, entrarono in casa. L’interno risultava in ordine ma in un ripostiglio si trovò della biancheria macchiata di sangue ed altre chiazze di sangue furono rilevate nel gabinetto di decenza e più pallide nella vasca da bagno, che sembrava essere stata da poco usata. Nel ripostiglio si trovarono anche, rinchiusi in un cassetto, asciugatoi sporchi usati per pulire il pavimento. Nelle pieghe di uno di essi si rinvennero, con raccapriccio degli astanti, brandelli di carne. Non poteva ormai sussistere più alcun dubbio sulla ipotesi del delitto che veniva così ricostruito: il Pasquali avrebbe strangolato la moglie verso le sei del mattino, nel sonno. Poi mettendosi nudo per non imbrattarsi le vesti, l’avrebbe trasportata nella vasca da bagno e quivi fatto a pezzi il corpo, servendosi di una tela cerata di cui si era provveduto. Aveva infine impacchettato le varie parti del cadavere e le aveva trasportate con la motocarrozzella per disfarsene lungo la via, gettandole nel Po. Infatti fu visto a Crespino e più tardi a Boara Pisani, dove fu costretto a fermarsi per un guasto meccanico.

Alla caccia dell’assassino

I carabinieri avviarono immediatamente le indagini e vennero a sapere che il Pasquali, nell’uscire da Adria, passando dinnanzi al garage Mantovani, aveva pregato un meccanico a recarsi l’indomani a Padova per ritirare il carrozzino da un garage prossimo alla piazza degli Eremitani. Questa fu certamente una notizia preziosa per la ricerca dell’assassino. Senza perdere tempo il capitano dei Carabinieri di Rovigo si portò a Padova in automobile col capitano Comandante la Compagnia dei Carabinieri di Adria, coordinando sul posto le indagini. Alle una e trenta di notte venne trovata la moto parcheggiata in uno stallo di via Eremitani. Tra le varie cose venne ritrovato un plaid in cui erano avvolte un paio di scarpe ed un paio di calzoni sporchi di sangue. La motocicletta era pure chiazzata di sangue sul davanti. Il Pasquali era alloggiato nell’albergo dove venne arrestato dai Militari dell’Arma. Il giorno seguente poi i resti della povera donna furono ritrovati nel Po da un mugnaio, stretti in due grossi involti”. (Stab. Tip. Giuseppe Campi-Foligno. Presentato alla R. Pretura di Foligno il 10 agosto 1925 a sensi della legge sulla Stampa).

Altre note sul fatto

Il Gazzettino di mercoledì 22 Luglio 1925 dedicò ampio spazio al grave fatto di sangue aprendo con un titolo a tutta pagina: “L’efferato delitto di Adria”, spiegando nel sottotitolo l’accaduto

“Strangola la moglie e la squarta nella vasca da bagno, poi colla moto carrozzella ne porta i pezzi alla riva del Po e li getta nelle acque. Lo squartatore nega – Fatale relazione – L’assassinio premeditato?”.

Da questi annunci si capisce che, per i cronisti, c’era molto da scrivere. L’inviato speciale del “Gazzettino” di cui è solo riportata la sigla (g. d.), apriva il resoconto con queste parole: “Il fatto che ci accingiamo a descrivere è ricolmo di tanta orribile scelleratezza che la mano ci trema, quasi ribelle, nel vergare le macabre note”. Le descrizioni sono lunghe e dettagliate, ma non ci addentreremo più di tanto nei minuziosi particolari che riguardano la vita privata dell’assassino, quella della povera moglie assassinata, dell’amante di lui, i pasti frequenti consumati dalla famiglia Pasquali presso l’Albergo Olivani in Galleria Braghin.

Particolarmente interessante appare, tuttavia, la breve intervista concessa dalla signora Aspasia, domestica della famiglia Pasquali, che ha risposto al cronista nel colorito dialetto locale. “Abbiamo potuto avvicinare – scriveva l’inviato del Gazzettino – la signora Aspasia, la buona popolana del Cannaregio adriese che tutte le mattine, dalle otto alle undici, soleva recarsi quale domestica nella casa del Pasquali. La buona donna non si schermisce e ci dice che sabato mattina (18 luglio 1925, giorno del delitto n.d.r.), quando si recò a casa del Pasquali, questi si trovava all’angolo della via Carducci, sulla Riviera.

(Cronista): E che cosa vi disse?

(Aspasia): Spasia, el m’à dito, l’è un tòco che te speto. Quindi el m’à verto la porta da basso e senza andar su per le scale l’à zuntà ‘La Signora l’è partì… l’è ‘ndà a trovare la Maria a Padova (probabilmente una parente, n.d.r.). Vago via anca mi… ma vien qua e tò sta polastrela che non essendoghe nessun, la podària morire.

(Cronista): Andavano d’accordo tra marito e moglie?

(Aspasia): Ghe gera qualche piccolo contrasto, perché la parona diseva ch’el gaveva la morosa. Lù rispondeva che la gera un’amica… e basta.

(Cronista): Ma in questi ultimi mesi era mutato il carattere di lui?

(Aspasia): Un poco, ma i se voleva ben… me pareva.

(Cronista): Avete sentito che il Pasquali, il giorno innanzi o qualche giorno prima, dicesse di dover andare via?

(Aspasia): No. Ma la Signora m’aveva dito: ‘Spasia, chissà che vaga via col mi sposo’. Ma subito l’à zuntà ‘ch’el sia gnanca un tranello?’.

Queste ultime parole riferite dall’Aspasia lasciano intendere chiaramente il clima di paura nel quale viveva la povera Signora Anna Vecchi².

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Come citare questo articolo

Aldo Rondina. “L’atroce delitto del 1925”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/latroce-delitto-del-1925/

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