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UN RICORDO

Gian Antonio Cibotto (1925-2017)

Episodi e ricordi di un poeta. In compagnia con l’indimenticabile scrittore, grazie ad un’intervista registrata nel 2002

di Manuela Tavian

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 114–115

Durante le sere d’estate passeggiava lungo le riviere che si affacciano come balconcini sull’Adigetto in compagnia di se stesso e dei suoi ricordi. Oppure raggiungeva la stazione dove ascoltava il passaggio dei treni recanti la promessa di una partenza o di un ritorno.

Si presentava così nel 2002 Gian Antonio Cibotto, quando lo incontrai per una intervista: “già estinto” – per sua stessa definizione – nel mondo votato “all’eresia dell’azione”, ma vivo e vivace, ancora, nel mondo della poesia, del silenzio, della nostalgia per il tempo andato.

Cibotto viveva solitario, appeso alla sua anima che sapeva regalare, attraverso un eloquio avvincente ed affascinante, idee sull’uomo, sulla cultura, sulla fatica e sulla ricerca della poesia e della verità. La sua è stata una vita davvero singolare.

Venne alla luce a Rovigo l’8 maggio del 1925. A 12 giorni dalla nascita, intorno all’1.00 di notte, furtivamente fasciato dalla madre, fuggì con la famiglia per evitare un rastrellamento antifascista in programma per l’indomani mattina. Ad attenderli, nella fuga notturna, la macchina del vescovo il quale aveva avuto la confidenza di un gerarca ed era così venuto a conoscenza dei programmi punitivi ai danni di Carlo Cibotto, attivista nelle file dei movimenti cattolici, padre del piccolo Gian Antonio.

Dopo questo inizio burrascoso, l’infanzia trascorse sempre avvolta dalla solitudine perché “nessuno frequentava il figlio del reprobo”. Le scuole elementari le frequentò nella sua città, dalle suore, alla De Silvestri. Poi, lui stesso si raccontava così…

“Ero l’unico maschio in una classe di sole femmine che non mi volevano far giocare con loro nemmeno quando cantavano e ballavano Madamadorè. Poi arrivò il momento del ginnasio da cui fui allontanato perché non era accettabile che il figlio di un antifascista frequentasse l’istituzione scolastica, emblema della cultura e del pensiero fascista.

Da Rovigo quindi fui sballottato prima al Manfredini di Este, poi al Don Bosco di Pordenone ed infine al Barbarigo di Padova. Quando ero a Padova – mi raccontava, tra volute di fumo che si espandevano nell’aria – fuggivo tutti i giorni e me ne andavo alla libreria Randi dove, in una sala definita dei maestri, si intrattenevano personalità del calibro di Diego Valeri, Manara Valgimigli, Concetto Marchesi, Bonaventura Tecchi ed Egidio Meneghetti. Lì imparai la vita, ad amare i libri e a parlare dei grandi del passato. Ultimati gli studi, sono andato via da Rovigo giovanissimo.

– Una ricerca di ambienti più congeniali? Chiesi

Accadde così… Un giorno scrissi un articolo per commemorare il decennale della morte di Max Jacobs, un poeta ebreo sterminato in un campo di concentramento, e lo mandai alla “Fiera Letteraria”. Il pezzo piacque e mi fu chiesto di collaborare. In seguito, a Venezia, Luchino Visconti aveva partecipato al Festival del Teatro con uno spettacolo di Diego Fabbri, allora vice direttore della Fiera Letteraria. Al termine dello spettacolo un mio amico mi presentò lo stesso Fabbri e lì si consumò un simpaticissimo equivoco. Infatti quando gli dissi il mio cognome, Fabbri, stupito, mi chiese se ero per caso parente di tal Gian Antonio Cibotto che scriveva per la “Fiera Letteraria”. Gli dissi che ero io. E lui non ci voleva credere e continuava ad affermare che quel Cibotto era un anziano professore, lo si capiva da come scriveva. Finché riuscii a convincerlo che si trattava proprio di me.

– E poi?

Fu allora che mi propose subito di seguirlo a Roma per fare il caporedattore della Fiera Letteraria diretto, a quel tempo, dal poeta Vincenzo Cardarelli. Dopo numerosi scontri con mio padre, che si ostinava a volermi industriale, me ne andai a Roma, senza una lira e per due anni, cenai con una brioche e un cappuccino, perché non potevo permettermi di più. Questa abitudine infatti mi è rimasta, io mangerei sempre così.

– E a Roma ci furono importanti incontri e conoscenze…

Qualche tempo dopo il mio arrivo a Roma Cardarelli mi chiese di ricordare, sulla Fiera, il tragico evento dell’alluvione; fu così che in tre notti scrissi il carnet dell’alluvione. Il lavoro piacque tantissimo all’editore Neri Pozza che mi raggiunse a Roma per propormi di fare un libro su questo stesso tema. Io, a dire il vero, non presi la cosa troppo sul serio e lui per almeno un anno mi mandò settimanalmente il disegno di un maiale a significare che così ero io se non lo avessi accontentato con il libro che mi aveva richiesto. Nacquero così le “Cronache dell’Alluvione”. Libro che entusiasmò Eugenio Montale a tal punto che lo recensì sul Corriere della Sera. Da lì cominciò la mia vera e propria vita letteraria.

A Roma ci rimasi per molto tempo e fu un tempo piuttosto felice, finché un giorno il mio amico Lauro Bergamo divenne direttore de Il Gazzettino e mi portò con sé a Venezia.

– Sentiamo

Bergamo era un amico della giovinezza rodigina e non gli fu difficile convincermi ad accettare il ruolo di caporedattore della pagina culturale. Anche a Venezia ho vissuto bene. Ho riaperto il teatro Goldoni e l’ho diretto per molti anni. Poi mia mamma si è ammalata, io mi sono dimesso e sono tornato a Rovigo mantenendo per “Il Gazzettino” l’incarico di critico teatrale. Volevo troppo bene a mia madre per lasciarla sola.

Ora sono qui, in questa grande casa, da solo per la maggior parte del tempo. Leggo molto, scrivo; sono in attesa che arrivi l’angelo a prendermi con la funicolare celeste per portarmi via. La mia non è stata quella che si può definire una bella vita, mi è mancato talvolta il vivere. Io inseguivo i vecchi maestri della Randi, i libri; gli altri invece oltre a questo avevano le loro famiglie, lo sport, le frivolezze della vita. Il mio amico Cecco Angiolieri di me scrisse così: La mia malinconia è tanta e tale, ch’io non discredo che se egli il sapesse un che mi fosse nemico mortale che di me di pietade non piagnesse.

Ora mi rimangono, a consolazione, la riva dell’Adige e quella del Po e i due paesi dei miei genitori Adria-Valliera e Lendinara, nei quali io amo sostare e passeggiare. Di Lendinara amo il Caffè Grande perché lì portavo i miei amici Saba, Marchiori, Valeri, Santomaso. Da sotto alla sua loggia, in silenzio, sento le loro voci farsi attorno a me e parlare come un tempo”.

E’ stata una specie di confessione quella che mi ha rilasciato Cibotto, in occasione del nostro incontro: ricordi di momenti entusiasmanti ed altri venati di malinconia.

Adesso ci restano le sue opere, e in tutti noi la consapevolezza del suo impegno di scrittore ed animatore culturale. Gian Antonio Cibotto si è sempre interessato di letteratura e teatro, alternando la narrativa alla saggistica. E’ stato il primo a riproporre nel dopoguerra Ruzzante, Giancarli, il Cieco Groto, contribuendo alla rinascita del teatro veneto.

Ha scritto veramente tanto, molti suoi libri sono stati oggetto di prestigiosi premi letterari, quali il Premio Marzotto con La Vaca Mora, il premio Comisso e il Premio Napoli con Stramalora, il Premio Salotto Veneto con Il Doge è Sordo. Dall’opera Scano Boa inoltre è stato tratto un film intitolato Scano Boa Dannazione diretto dal giovane regista Giancarlo Marinelli, interpretato da Franco Citti e Giorgia Bongianni. Nel 2002 uscì il romanzo della sua vita Il Principe Stanco.

Ora, dopo che lo scorso 12 agosto 2017 l’angelo è arrivato per lui con la “funicolare celeste”, il Polesine è rimasto senza una delle sue voci più autentiche; Gian Antonio ha lasciato pagine intense che sarà bene leggere e meditare per ritrovare – con lui – il sapore di questa nostra terra.

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Come citare questo articolo

Manuela Tavian. “Gian Antonio Cibotto (1925-2017)”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/gian-antonio-cibotto-1925-2017/

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