Da più parti è stato detto che l’unica rivoluzione riuscita del Novecento – fra le molte tentate e fallite – è quella femminile. Negli ultimi centocinquant’anni circa, infatti, la condizione femminile, almeno nella società europea, è drasticamente cambiata, tanto dal punto di vista giuridico che nella mentalità diffusa: le legislazioni dei maggiori paesi europei tutelano oggi i diritti della donna e favoriscono la parità tra i sessi; le donne hanno acquisito diritti un tempo negati, sia nel mondo della formazione scolastica, sia nel campo del lavoro e delle professioni, sia all’interno della famiglia.
Nel nostro Paese, tuttavia, terreno meno sensibile ai primi movimenti proto-femministi, già attivi in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi all’insegna delle suffragette – che ottennero dopo la Prima Guerra Mondiale il diritto di voto -, anche i primi risultati della cosiddetta “rivoluzione femminile” arrivarono più tardi. E, ciò nonostante, si ebbero a registrare cambiamenti proprio con l’arrivo del grande conflitto.
Una situazione di dipendenza e sottomissione
La presenza della donna all’interno della società italiana era più arretrata rispetto alla maggior parte dell’Europa, così come tutta l’economia. Non dimentichiamo che lo status giuridico delle italiane era al tempo di totale sottomissione agli uomini, che preferivano relegarle in casa, nel ruolo consolatorio di “angelo del focolare” o in immagini stereotipate di una perfezione fittizia da “principesse”, peggio, tiranneggiandole e disponendo di loro come di oggetti. Madri e figlie sottomesse e senza diritti all’interno delle proprie famiglie, senza poter essere ammesse nei pubblici uffici, economicamente impossibilitate a gestire i propri averi.
Generalmente le donne non potevano andare a lavorare senza il permesso del marito; e nei posti di lavoro, quando vi arrivavano, erano discriminate: sfruttate e sottopagate, potevano perdere il lavoro se si sposavano o restavano incinte.
Questo status quo fu improvvisamente interrotto dall’avvento della Grande Guerra, che impose una frattura nell’ordine familiare e sociale. Il ruolo della donna divenne fondamentale: fu infatti chiamata a sostituire i soldati, per mandare avanti le attività di un intero Paese sia in campagna sia in città; in più fu impegnata al fronte come crocerossina e ausiliaria (un caso a parte quello delle portatrici carniche).
Il nuovo ruolo determinato dalle esigenze del conflitto
A partire dal 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, si era reso necessario riaprire alcune fabbriche di vitale importanza per le esigenze belliche. Il governo allora, con gli uomini impegnati al fronte, aveva fatto appello alle donne affinché occupassero i posti e le mansioni che fino a quel momento erano considerati maschili.
Così tra il 1914 e il 1918 le italiane acquisirono sempre più importanza all’interno della società, avendo in mano il destino di un’intera nazione, tanto per mandare avanti le attività all’interno quanto per garantire i rifornimenti vari di armi ed approvvigionamenti necessari al conflitto. Proprio a quegli anni risale, dunque, nella storia della nostra nazione, il primo fenomeno d’inserimento in massa delle donne nel mondo del lavoro. Spuntavano pertanto autiste di tramvai e di trattori, pompiere e postine, spazzacamini o produttrici di munizioni, mentre altre donne cominciarono a studiare e laurearsi divenendo infermiere e medici.
Cambiamenti di costume
Ciò provocò epocali cambiamenti anche di costume: furono smessi i corsetti a stecche ed i caratteristici gonnelloni lunghi sostenuti da sottogonne in cerchi di legno, che imbrigliavano impedendo letteralmente ogni forma di movimento.
Le donne cominciarono a vestirsi in modo più pratico indossando i pantaloni e tute da lavoro, che le rendevano più libere agevolandone le varie mansioni. Anche la moda femminile, con l’antesignana stilista Coco Chanel, ne reinterpretò le nuove esigenze: gonne sempre più corte, dalle caviglie ai polpacci al ginocchio, vestiti dalle linee più morbide (prima della guerra, imperava la Belle Époque), pantaloni e camicie maschili, mentre anche il taglio dei capelli diventava più funzionale e meno legato ad orpelli e criteri meramente estetici.
Le donne iniziarono a cavalcare alla maschile, ad andare in bicicletta, a guidare automezzi; soprattutto a muoversi con maggiore indipendenza ed autonomia. Insomma, è proprio in quegli anni che prese il via l’attuale concezione dell’abbigliamento femminile, giunta sino a noi, pur declinata periodicamente in variazioni e reinterpretazioni, che tuttavia non si discostano dal modello base.
Non dimentichiamo però che l’inserimento nel mondo del lavoro non diminuì i loro impegni domestici (che solo in rari casi e all’estero veniva alleviato con l’istituzione all’interno degli stabilimenti di asili per i figli delle lavoratrici). Le donne rimanevano prima di tutto mogli, madri e figlie, che si ritrovarono per la prima volta a rivestire in modo attivo e dinamico il ruolo del capofamiglia, tradizionalmente spettante all’uomo. Ma questo, lungi da segnarne un avanzamento, le caricò semplicemente di doppi oneri, costringendole a dividersi fra casa e lavoro.
Tutto questo accelerò l’integrazione femminile nella produzione sia agricola sia industriale e nei servizi, ma soprattutto avviò la presa di coscienza delle proprie capacità. Tale consapevolezza le spingerà a scendere in campo attivamente come supporto alle truppe impiegate sul fronte e nelle retrovie operando nell’industria militare e nella sanità: dalle donne-soldato alle spie alle più rassicuranti crocerossine. Donne quindi che sono uscite dai canoni e dalle regole in cui erano state confinate fin dagli albori della civiltà e che seppero mantenere la propria femminilità senza mascolinizzarsi, per non perdere la propria identità.
Le rivendicazioni sociali
Tutto ciò portò le donne ad attivarsi anche sul piano delle rivendicazioni sociali. In quegli anni parteciparono infatti a numerose rivendicazioni, reclamando aumenti salariali e protestando contro l’incremento dei prezzi. Operaie e contadine divennero protagoniste di rivolte popolari spontanee, macchiandosi anche di azioni violente nei confronti di coloro che venivano ritenuti i sostenitori della guerra: parroci, nobili, imprenditori; esse, si sa, per il loro istinto materno, sono tradizionalmente contro la guerra. Oppure la loro protesta si canalizzava contro lo sfruttamento del lavoro e per la richiesta di miglioramenti delle condizioni lavorative. La rivolta, una volta scesa in piazza, non risparmiava persone e cose; ne derivarono processi nei quali le protagoniste vennero condannate a risarcire per i danni provocati.
A questo proposito, il nostro Polesine ci ha tramandato qualche pagina turbolenta di storia, perché fu proprio nelle nostre campagne che avvennero i primi scioperi organizzati in Italia e con protagoniste donne. Sono note le misere condizioni del nostro territorio all’epoca, rese particolarmente drammatiche dall’arretramento del fronte dopo Caporetto. Il conflitto era arrivato in una terra che si trascinava una povertà endemica provocata da passate contese territoriali e a sua volta causa di gravi malattie (febbri malariche, pellagra, morbillo), ma soprattutto sofferto frutto di un duro rapporto con la terra: una terra acquitrinosa e paludosa che diventava valliva nel basso Delta e per di più periodicamente messa sotto scacco dai grandi fiumi. I prosciugamenti nell’Ottocento con le prime idrovore a vapore e la timida introduzione di pochi macchinari agli inizi del ‘900 non avevano giovato, se non al capitalismo agricolo, che a sua volta aveva mandato in crisi produzioni abituali come il riso, la canapa e il lino (sostituiti da colture estensive di frumento e barbabietola) ed i tradizionali sistemi di lavoro (piccola proprietà, fittavolanza e bracciantato avventizio), provocando il dilagare della disoccupazione e del conseguente fenomeno migratorio, oltre alle prime sollevazioni della popolazione con proteste e scioperi.
Ancora vivo il ricordo dello sciopero detto “La Boje” (1884-’86), durante la Prima guerra mondiale si ebbero altre due manifestazioni di protesta, che videro le donne polesane in prima linea: le mietitrici di Castelgugliemo, nel 1917, e le operarie del canapificio di Polesella, nel 1918; iniziative considerate di ribellione che ebbero larga eco anche nel 1919 per i processi che ne seguirono.
La lunga strada dell’emancipazione femminile
In altri casi, furono le stesse donne lavoratrici a divenire vittime di dissensi. La loro nuova posizione nella società, infatti, era vista come pericolo per il mondo maschile; così iniziarono le prime manifestazioni contro le donne lavoratrici arrivando persino ad aggredirle nei tram, a seguito anche di persistenti atavici pregiudizi che le vedeva come un pericolo al volante.
Alla fine della guerra, poi, gli stessi governi, che le avevano chiamate a salvare una nazione, fecero pressione affinché lasciassero le attività e tornassero alle loro mansioni “naturali”, la cura della famiglia e del focolare. Vennero licenziate dalle fabbriche e si ritrovano a dover svolgere ancora una volta un ruolo subalterno, relegate nel contesto domestico. Molte accolsero l’invito a tornare nel solco della secolare tradizione, mentre altre dovettero adattarsi a svolgere quei compiti che gli uomini rifiutavano, ma altre ancora rifiutarono di tornare agli antichi ruoli. In ogni caso il cambiamento era stato innescato
Anche se la strada per l’emancipazione femminile delle italiane era ancora lunga – e, per altro, per diversi aspetti tutt’ora in atto -, la lezione della Grande Guerra ci restituisce l’immagine di una donna mai rassegnata alla disperazione, ma attiva, dinamica, forte, appassionata, materna, ribelle; una donna che ha saputo cercare e trovare in vari canali una sua identità e ridisegnarsi un nuovo ruolo in una società finalmente in grado di comprenderne il valore, pur non ancora pronta ad accettarlo.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Rosanna Beccari. “Le donne e la Grande Guerra”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-donne-e-la-grande-guerra/