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STORIA - TRADIZIONI

“Bianchi” e “Rossi”

Nelle memorie di Battista Soffiantini - anno 1920 - uno squarcio della conflittualità, originatasi cento anni fa, nel periodo del “biennio rosso”

di Ventaglio Novanta

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 50–55

Siamo nei turbolenti anni seguiti alla conclusione della prima guerra mondiale, sfociati – cento anni fa – nel famoso “Biennio rosso”, 1919-1920: in Italia si verificano occupazioni di fabbriche e una radicalizzazione del movimento socialista, nell’ambito del quale prende sempre più voce l’ala massimalista sulla scia del successo della Rivoluzione che in Russia ha portato al potere Lenin.

In questo “caldo” contesto si svolge a Badia una accesa controversia sindacale all’interno del Calzaturificio Veneto, allora attiva industria locale. Alla vertenza si interessò in prima persona Battista Soffiantini portando avanti, come rappresentante del sindacato “bianco”, le istanze dei lavoratori, in un confronto con i rappresentanti del padronato.

Ma la situazione si complica…

Soffiantini nel suo scritto – raccolto nel volume “Un Cattolico della prima metà del Novecento, Battista Soffiantini, al servizio di una grande idea” – tratteggia gli iniziali buoni risultati ottenuti, anche grazie alla sua mediazione, per dar conto poi dell’originarsi di una conflittualità non tanto con il padronato, quanto col sindacato “rosso” che interviene con azioni a danno dei militanti del sindacato “bianco”.

Fa cenno anche ad un intervento moderatore attuato da Giacomo Matteotti nell’ambito dei movimenti “rossi”; iniziativa che però viene vanificata dallo svolgersi successivo degli eventi. Infatti la tensione col sindacato “rosso” portò il padronato del Calzaturificio Veneto a far pressione sui lavoratori “bianchi” affinché questi si iscrivessero alla Camera di Lavoro, vanificando così l’azione del movimento cattolico.

Battista Soffiantini sarà così disgustato dalla piega assunta dagli avvenimenti, che deciderà ritirarsi dall’attività sindacale, rendendo nota la sua decisione con una lettera aperta che al tempo fece molto scalpore.

Ecco dunque la narrazione dei fatti – verificatisi nell’anno 1920 – come sono esposti all’epoca da Battista Soffiantini nel suo scritto, che qui dividiamo in capitoletti:

Le due leghe

Gli operai e le operaie del Calzaturificio Veneto s’erano stretti in due leghe. In una, facente parte della Camera del lavoro, pontificava, sotto l’egida di Carlo Marx, Giovanni Quaranti, nell’altra s’erano organizzati una quarantina di lavoratori e lavoratrici, che non si erano sentiti di passare sotto le forche caudine dell’anticlericalismo rosso e che, oltre l’interesse economico, intendevano difendere la loro libertà spirituale. La dirigeva il segretario dell’unione del lavoro, un bravo giovane del paese: Leonello Patroncini.

A un certo momento, sorse nella fabbrica il solito problema delle tariffe: in realtà le paghe, paragonate a quelle in uso in altri opifici del genere, erano un po’ troppo basse, e mancava inoltre un regolamento, che precisasse con alquanta chiarezza gli obblighi e i diritti della maestranza.

La Camera del lavoro, a nome de’ suoi organizzatori, presentò un memoriale. Non chiedeva molto; ma il fare offese la direzione del Calzaturificio, per quanto il suo principale dirigente non avesse antipatie per l’organizzazione rossa.

L’unione del lavoro, sollecitata da’ suoi aderenti, prese allora in esame il memoriale presentato, e – scrive G. B. Soffiantini – mi pregò di assisterla nelle trattative con gli industriali. Il memoriale fu da noi ritoccato e migliorato in più parti: furono aumentate le tariffe proposte per le operaie e gli apprendisti; e, cosa nuovissima nel Polesine, fu aggiunta la domanda di rendere i lavoratori compartecipi degli utili annuali, e di costituire un probivirato interno per l’eventuali vertenze di carattere professionale.

Profittando dell’amicizia che mi legava al giovane presidente dell’opificio, – continua nel suo resoconto Soffiantini – presentai a lui stesso il memoriale, che, benevolmente accolto e passato alla direzione, venne con questa discusso e quasi integralmente accettato. Il 2 giugno 1920, alla mia presenza, la commissione nominata dalla Lega… bianca firmava col direttore del Calzaturificio il contratto di lavoro, amichevolmente e lealmente concordato.

In tale contratto, lo ripeto, le norme riguardanti l’assunzione e il licenziamento dell’operaio, i casi di malattia, la diminuzione del lavoro, la soluzione delle vertenze erano più chiare e migliori di quelle proposte dalla Camera del lavoro; le tariffe più alte e complete; eppure la Camera del lavoro, arbitro il suo Quaranti, lo respinse: mancava il suo preventivo nulla osta. Giovanni Quaranti impose lo sciopero; la ditta per quanto non fosse il caso, rispose con la serrata.

La politicizzazione della vertenza

Cortei, comizi in piazza, raduni in teatro: Quaranti se la piglia con Badia… dondolona e l’inquisizione di Spagna; l’onorevole Felice Pavan, neo-deputato al Parlamento, con gli evolutissimi del paese, inveisce in teatro contro il grosso capitalista(!!!) Battista Soffiantini, padrone di tutti gli stabilimenti della città e d’altri ancora!.. E pensare che le mie …laute entrate non arrivano al terzo di quanto il Pavan gode come semplice Deputato contadino.

I trentasette lavoratori della Lega bianca, raccolti nel salone delle Coperative, ascoltano entusiasti i discorsi dei nostri propagandisti venuti dal di fuori, aspettando con serenità la fine dell’artificiosa baraonda.

A mettere molt’acqua nel vino, interviene il sabato sera l’onorevole Giacomo Matteotti, che nel partito socialista rappresentava la parte moderata; e un telegramma chiama a Rovigo un rappresentante della Lega rossa, che sarà assistita dal social-capitalista Franchi; mentre un altro telegramma invita a Rovigo i nostri, perché si mettano a disposizione dell’onorevole Umberto Merlin, sollecitato dallo stesso Franchi a promuovere un incontro presso la Prefettura fra gli operai e gli amministratori del Calzaturificio.

I nostri andarono a Rovigo accompagnati dal segretario della «Tommaseo», il maestro Cascini e da quello dell’Unione; essi furono subito ricevuti dal Prefetto, che, presente l’on. Merlin, li complimentò per il loro comportamento e i felici risultati ottenuti nelle loro trattative con gli industriali, che ormai dovevano ritenersi definitivamente accolti, e sui quali non si sarebbe ammessa alcun’ulteriore discussione.

I nostri rappresentanti, avute queste assicurazioni, ritennero per loro superfluo e non conveniente intervenire all’incontro fra i leghisti rossi e gli industriali; e fu bene, perché questi dovettero firmare molto semplicemente e poco dignitosamente il contratto di lavoro da noi concordato, contentandosi d’ottenere – cosa che nessuno dei nostri aveva mai sognato d’impedire – che nella commissione arbitrale interna i cameristi fossero equamente rappresentati.

Potevano restare più sbaragliati di così? Pensare poi che i signori Pavan e Franchi dovettero anche rinunciare definitivamente all’imposizione della tessera rossa, al controllo sull’assunzione degli operai e al pagamento delle giornate di sciopero. Eppure Franchi cantò vittoria! «Patto conchiuso – stop – Commissione bianca esclusa udienza». Così telegrafò il piccolo capitalista Franchi; e il suo telegramma, il lunedì mattina, fu esposto nella bacheca d’un tabaccaio.

Per una solenne bugia non v’era miglior mostra. Ma a mettere le cose a posto, la sera dello stesso giorno alla Casa del popolo si tenne una grande riunione: oltre una cinquantina d’operai del Calzaturificio; vi intervennero i componenti di tutte cooperative e opere cattoliche: più di quattrocento persone. Ecco la relazione dell’importante raduno, che riporto dal Numero unico redatto dalla «Tipografia Badiese Giuseppe Tocchio»¹.

«Il vasto salone della Casa del popolo era insufficiente a contenere la folla accorsa. L’entrata dell’amico Soffiantini fu salutata da entusiastica acclamazione; e così furono salutati al loro presentarsi i membri della Commissione operaia.

«Ringraziati gli intervenuti, il cav. Soffiantini pregò l’egregio maestro Cascini di riferire su fatti di Rovigo. Il Cascini, calmo e convincente, parlò una mezz’ora. Accennando al telegramma del sig. Franchi, disse che la Commissione dei Bianchi si astenne dall’intervenire nelle trattative fra i rossi e l’industriale perché questi, presente l’on. Merlin, aveva dato la parola d’onore, che fu poi mantenuta, che un accordo coi rossi non avrebbe potuto aver luogo se non sul rispetto del contratto stipulato il 2 giugno (coi bianchi). (…)»

Lo stesso Numero unico commentando la splendida vittoria della Lega bianca, scriveva:

«L’alto coraggio di trentasette lavoratori ha fatto trionfare a Badia il principio della libertà d’organizzazione di fronte alla Camera del lavoro, la quale voleva imporre a tutta la massa operaia l’organizzazione rossa. Trentasette libere coscienze hanno dimostrato che a Badia, per guadagnarsi un pane, non sia ancora necessaria la tessera d’un’organizzazione che, col pretesto economico, tenta esercitare sulle masse un’odiosa tirannia politica… Assistiti validamente dal signor Battista Soffiantini essi hanno concluso con gli Industriali del Calzaturificio un patto vantaggiosissimo… Mentre sembrava che in tutto il Polesine stesse per spegnersi l’ultimo barlume della libertà, voi (operai e operaie) avete accesa una nuova fiaccola: portatela alta perché additi a tutti la vera via. E’ per merito vostro se, innanzi alle bandiere rosse, s’innalzerà presto, non in atto di sfida, ma come affermazione di libertà e di giustizia, la bandiera bianca, simbolo di una fede viva e sincera, di un serio e fermo proposito di voler vivere».

Gli eventi successivi e le dimissioni di Soffiantini

La vittoria della Lega bianca ebbe un immenso benefico effetto; così che avrebbe potuto segnare il principio d’un nuovo, fecondo lavoro d’organizzazione, se altri uomini fossero stati alla direzione dell’opificio. Questa, con la propria acquiescenza, incoraggiò le persecuzioni dei rossi contro le operaie della Lega bianca, e abbatté l’animo di queste.

Intervenni più volte – sottolinea Soffiantini – presso la direzione, mi rivolsi direttamente agli industriali, sollecitai l’intervento degli amici di Rovigo; ma, in altre faccende affaccendati, tutti promisero e non fecero nulla; così che tutto il lavoro fatto co’ miei amici, in meno di quattro mesi andò a rotoli. La sola Lega rossa dominò al Calzaturificio.

Era l’ottobre del 1920 e Battista Soffiantini, di fronte alla “delusione” descritta nel brano successivo, decise di abbandonare l’attività sindacale.

Ricordo una sera d’ottobre.

Ero solo nel mio ufficio: quattro ragazze e un giovane operaio si presentarono a me addolorati, avviliti: erano l’ultima scolta dell’organizzazione bianca. La direzione del Calzaturificio aveva fatto loro intravedere la necessità d’un licenziamento, qualora non si fossero iscritte alla Camera del lavoro!… Piansi con loro. L’operaio e due giovani erano disposti a subire la grave ingiustizia del licenziamento, piuttosto che cedere alla tirannia dei rossi. Scrissi subito agli amici di Rovigo, mi rivolsi a Caio e Sempronio; non ottenni niente: gli affari, al Calzaturificio, andavano piuttosto maluccio, e non c’era bisogno di scosse. Una settimana dopo, il giovane e due ragazze lasciavano lo stabilimento, l’altre due operaie prendevano la tessera rossa. Che mi restava a fare?… Ritirarmi dall’organizzazione e attendere alla mia famiglia e al mio ufficio.

Lo feci con la seguente lettera aperta² che suscitò un gran scalpore: ebbe aspre rampogne e larghissimi consensi.

«Egregi Amici,

Uscito da una battaglia civile alla quale diedi quanto più potei delle mie povere forze, assolto l’impegno d’onore liberamente accettato, oggi, anche per attendere a nuovi uffici, mi ritiro nel silenzio… Lascio ogni incarico nel campo politico-sociale, mi dimetto da presidente dell’Unione del lavoro senza rancori e amarezza. L’ira follaiuola, che mi perseguitò in questi giorni, se anche eccedette, fu effetto d’una esaltazione, d’una manovra politica, ebbe solo scopi partigiani, mirò a far passare me, povero impiegato, che guadagnava meno d’un capo-reparto di fabbrica, privo di risparmi e che fece tutto gratuitamente, per un capitalista e un alleato del capitalismo agricolo-industriale, a cui fui sempre e sono tuttora contrario. So d’aver combattuto per un’idea; qualunque sconfitta non mi lascia perciò né avvilito, né sfiduciato. Ritirandomi protesto che verso gli avversari, qualunque sia il loro giudizio passato e futuro sul mio conto, non conserverò che una sincera carità, un grande desiderio che quel vero bene, quel vero giusto, a cui possono aspirare essi pure, sia presto attuato; per voi, amici carissimi, conserverò sempre una forte gratitudine e un fraterno amore. Né vi prenda il dubbio che il passaggio di parecchi di voi alla Camera del lavoro mi abbia offeso: abbandonati da chi avrebbe potuto e, per impegno preso, dovuto difenderli, hanno ceduto alla forza; la colpa è di altri: i nostri compagni sono sempre degni del nostro rispetto… Trionfi presto la giustizia!…

«Oggi vi sono due grandi ingiustizie da riparare. Da una parte sta la borghesia capitalistica, che – qualunque ne sia il colore – avendo per unica legge l’interesse materiale, brancola a destra e a sinistra e, negando il giusto quando ha innanzi un debole, a tutto rinunciando quando trovasi di fronte un forte, incoraggia la violenza; dall’altra sta una folla di lavoratori fortemente organizzati, ma male condotti, che non sanno quello che vogliono, perché tenuti all’oscuro della verità e dei loro reali bisogni. Speriamo che abbiano presto a sorgere uomini forti, onesti, capaci, i quali sappiano imporsi con la bontà e serietà delle loro opere, e riescano a stabilire un giusto equilibrio fra i proprietari e i loro dipendenti; a preparare – nello sviluppo pieno della cooperazione – il terreno adatto al costituirsi dell’unica classe, che avrà importanza nell’avvenire: quella dei lavoratori amministrativi, tecnici e manuali, proprietari indipendenti delle fabbriche e dei terreni; segnando con ciò la fine dello speculatore assenteista e del semplice salariato.

«La grande idea fattaci balenare alla mente nella nostra giovinezza dalla calda parola di don Davide Albertario e dalla sapienza di Giuseppe Toniolo, la grande idea a cui abbiamo sempre pensato e che prese le prime forme nella Democrazia Cristiana, verrà così maturando nella realtà, e darà vita a quella nuova Società di fratelli e di liberi che non è di nessun partito, perché superiore a tutti, e che i cattolici di Vienna e Berlino hanno coraggiosamente indicata con il nome di Socialismo cristiano.

Badia Polesine, 18 ottobre 1920.

Battista Soffiantini

Uscita questa lettera, gli avversari mi salutarono con un “requiescant in pace”, che non mancava però d’acidume; alcuni amici badiesi, i più benestanti, fecero gli scandalizzati, la maggior parte invece mi manifestò un’affettuosa solidarietà; i maggiorenti di Rovigo, specialmente i bancari, arricciarono il naso, contraddetti da tutta la bassa forza; Monsignor Vescovo, pur comprendendomi, deplorò la pubblicazione atta a sfiduciare i buoni; parecchi vecchi amici del Veneto e della Lombardia si congratularono con me del mio coraggio, e s’unirono meco nell’ampliare il trionfo della nostra grande idea.³»

NOTE

1. La Lega Bianca nello sciopero del Calzaturificio, numero unico, seconda edizione, 7 giugno 1920

2. Si tratta di un manifestino: “Lettera aperta a’ miei amici di Badia Polesine”, sul retro del quale sono annotati i nominativi di alcuni destinatari suddivisi tra: “A mano”: Antonio Montini, Martinelli don Angelo, Munari Giuseppe, Antonio Bellinazzo, ed altri (illeggibili) e “Spedizione del 20-10-1910”: Vescovo a Rovigo, Don Pierino Mazzocco, Don Leonardo Porta, Don Luigi Corradi, Dott. Giovanni Alberti, avv. Umberto Merlin, Bozzolan Guglielmo, Ferracini Umberto, Edo Chieregato, Ferrante Luigi, Tardivello Valentino, Ribecchi Giuseppe, Berton Napoleone, Zerbinati Angelo, Rinaldi Angelo, Avanzo Pietro, Bressan Fausto, Trentin Sante, Ferrari Vincenzo, e diversi altri (illeggibili).

3. Anche Umberto Ferracini, a nome dei compagni e delle compagne del Calzaturificio, esprime ringraziamenti, e solidarietà.

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Come citare questo articolo

Ventaglio Novanta. ““Bianchi” e “Rossi””. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/bianchi-e-rossi/

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