Novembre: un mese, a mio giudizio, speciale fin dal suo debutto. Un tempo nono mese, ora è l’undicesimo, ma tradisce, ancor oggi, la sua origine nell’annunciarsi e nel proferire il suo nome. In tempi di rivoluzione fu detto anche “brumaio” a segnare le sue nebbioline, le brume mattutine e serali e quella vaga aria di tristezza e malinconia che prende, inspiegabilmente, l’animo umano all’appressarsi della brutta stagione. Tempo di trapasso, di crisantemi e di pietosi riti.
La dimensione religiosa della vita
Forse sarà per questo che, all’aprirsi del mese, tutti gli anni, al tocco dell’Angelus serale, non posso fare a meno di ricordare un’antica consuetudine che fu mantenuta in vita fin circa alla metà degli anni sessanta, finché non si spense l’ultimo vero campanaro di Bagnolo di Po: il buon Gustavo Allegri. Altri continuarono, poi, nell’ufficio di sacrestano anche se non più a tempo pieno. Il rito, perciò, si perpetuò ancora per poco e, alla fine, non si compì più: una modernità cieca e smemorata avanzava prepotentemente travolgendo e trasformando abitudini, modi di essere, di pensare, di agire, di esprimersi.
Le campane furono elettrificate e, dunque, non ci fu più bisogno né di campanari né di suonatori. Parlo dell’antico rito e tradizione delle campane dei Morti che accompagnavano l’ultima recita dell’Ottavario dei Morti. Esso si compiva, puntualmente, tutti gli anni, la sera di Ognissanti e da tutti noi ragazzi era atteso con grande gioia e trepidazione.
Allora la dimensione religiosa, con i suoi riti, le sue consuetudini, i suoi gesti e simbologie – di cui spesso si era dimenticato o non si conosceva il significato profondo – permeava tutta la vita quotidiana che si sostanziava in una fede spesso ingenua, abitudinaria, ma tuttavia ineliminabile e necessaria.
Nella nostra cultura, di origine contadina, da sempre, la vita e la morte costituivano i due poli estremi dell’esistenza, eventi importanti di un intervallo temporale che occorreva vivere cristianamente sulla base di un assioma non discutibile: si nasceva per volontà e bontà divina e si moriva per ritornare al Padre ed affrontare il suo giusto ed inappellabile giudizio; tutta la vita era una preparazione a questo incontro e questo l’uomo non doveva mai dimenticarlo.
Il monito era continuo. Il nostro parroco di allora, il buon don Giuseppe Melandri, ce lo ricordava ad ogni piè sospinto dall’altare, ai riti dei fioretti, nelle prediche quaresimali e, non ultimo, anche con il suono delle campane. Sì, anche le campane servivano a questo: a ricordare all’umanità che siamo polvere e che in polvere ritorneremo. E l’appello incalzante, martellante, quasi ossessivo al “Memento homine” trovava la sua apoteosi la vigilia della festa dei defunti.
Quella sera, dall’Ave fino a mezzanotte, ad intervalli regolari, la squilla delle campane risuonava da tutti i campanili per omaggiare tutti i defunti e per ricordare, nel contempo, la nostra fragilità di esseri umani: la gente diceva che erano le campane che svegliavano i Morti e che la mattina seguente, come da consuetudine, bisognava alzarsi presto per lasciare i letti vuoti, liberi per il riposo dei defunti: “tornano i morti in silenzio, nei letti usati / tornano a riposare e a salutare i vivi”, dice il poeta.
Se questo era l’intento, ben diversa era la percezione che ne avevamo noi ragazzi: sicuramente non vivevamo quel momento, secondo le intenzioni della dottrina o della credulità popolare. Le gioie della vita, un futuro pieno di speranze e promesse e un passato troppo corto perché l’esperienza potesse guastare questo impeto giovanile ci rendevano immuni da questi tristi pensieri. Per noi quella sera, era un’occasione speciale di divertimento a buon mercato. Ma costituiva anche una specie di rito di passaggio, di riconoscimento sociale, di attestazione dell’“essere divenuti grandi”. Per questo la competizione era dura e non era facile essere ammessi nel gruppo.
La conquista della campana
Dunque quella sera, verso le otto, noi ragazzi di piazza, circa una decina, ci si ritrovava davanti al campanile insieme con i più grandi, di solito chierichetti esperti e di lungo corso. Vi erano anche i piccoli ai quali però, non era concesso di fare niente. Si attendeva l’arrivo di Gustavo, il vecchio campanaro, un tipo particolare, che puntualmente arrivava a cavallo della sua bicicletta con l’eterno mozzicone ai lati della bocca e che, in omaggio al suo ruolo di servitore di Dio, come diceva lui, parlava sempre in italiano e vestiva sempre elegante in giacca e cravatta.
Noi, i prescelti, entravamo baldanzosi e trepidanti nel piccolo cubicolo del campanile e prendevamo posto sulle panchine e gli occhi, subito, correvano a guardare speranzosi le grosse funi che penzolavano dal soffitto, quattro grossi canapi che, nel nostro immaginario erano come le liane di Tarzan. Cominciava così la discussione per la conquista della campana.
Tutti aspiravano al “campanon” di San Gottardo, riservato ai ragazzi più grandi e forti perché, essendo pesante, richiedeva non poca forza per farlo partecipare al concerto. Riuscire a farlo suonare era segno di virilità, di vigore e ti faceva avere il rispetto e la considerazione di adulti e coetanei. A seguire era molto ricercata anche la campana di San Sebastiano, la mezzana, e la campana dei Caduti. La campana di Maria Bambina, detta anche la campanella, era snobbata dai grandi e veniva lasciata, ai più giovani.
A mettere a posto le cose, a spegnere discussioni e baruffe, interveniva Gustavo che assegnava i turni. I piccoli assistevano alla cosa. Speranzosi della crescita futura, attendevano con ansia il momento in cui anche loro avrebbero potuto partecipare e stringere in mano quella fune. Già però si sentivano privilegiati essendo partecipi di un rituale a cui, solo pochi erano ammessi in virtù di conoscenza, amicizia, vincoli di parentela o frequenza alle pratiche devozionali. Gustavo gestiva la cosa e ne era il supremo arbitro.
Stabilito l’avvicendamento, al via si dava mano alle corde e, dopo gli sforzi iniziali per dare l’abbrivio, il bellissimo concerto riempiva la notte, accompagnando le preghiere e il salmodiare della teoria di donne, che contemporaneamente, dalla chiesa procedeva fin davanti al cancello del cimitero, e lì, nel buio ovattato, rischiarato solo dalla moltitudine delle fiammelle dei ceri e dei lumini, si celebrava il pietoso rito del rosario per defunti. La sonata durava tre /quattro minuti e i suonatori attendevano con impazienza l’ordine perentorio: “Fermate !”.
Era quello il momento più atteso. Per fermare le campane ci si attaccava alle corde che, ondeggiando, salivano e scendevano ritmicamente facendoti provare l’ebbrezza del volo verso l’alto e dell’improvviso precipitare verso terra. Verso Dio e verso la terra. Naturalmente, più la campana era pesante, più in alto si saliva e più a lungo durava il saliscendi che era il motivo per cui tutti cercavano la San Gottardo. Gustavo, in quel momento tremava per paura che ci facessimo male. A volte capitava, in virtù di un fratello di turno alla corda grossa, che ti venisse concesso, non senza insistenti preghiere, di attaccarti alla corda per provare il salto.
A poco a poco, lentamente il rintocco cessava e tornava il silenzio, ma non nel campanile perché il sacrestano cominciava a tirar fuori la ricompensa per i suonatori. Magicamente comparivano i sacchetti di “bagigie”, la “fava luina”, le “brustoline” e qualche volta era comparsa anche la “gnocca” della Ida, una specie di castagnaccio di cui solo lei conosceva la ricetta che custodiva gelosamente.
Si mangiava, si rideva, si scherzava; nell’intervallo si giocava a carte o a “s-ciafeta” e, ai più grandi, era concesso anche un assaggio di clinto o di clìnton, un vino rosso che Gustavo Allegri versava con molta attenzione, attento a non sprecarne e a non eccedere, quando si trattava del bicchiere degli altri; sì, perché il suo era sempre pieno, e non solo nell’intervallo, rendendolo a fine serata allegro di nome e di fatto!!!
Ma il padrone era lui e non c’era tanto da discutere. E così la serata trascorreva chiudendosi verso le undici. Felici per aver provato la campana grossa per la prima volta o promettendosi di provarla l’anno successivo.
Contenti, per il momento, di esser stati promossi alla mezzana, si ritornava a casa in allegria. L’anno dopo i defunti ci avrebbero atteso ancora per il dovuto omaggio. Purtroppo l’attesa, ad un tratto divenne inutile e qualcuno, con suo grande dispiacere, sta aspettando ancora di provare “el campanon”.
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Come citare questo articolo
Massimo Vigna. “Le campane dei Morti”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-campane-dei-morti/