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STORIA - TRADIZIONI

La Fiera di Trecenta

Istituita nel corso del ‘600 su proposta del locale governatore, precede di una settimana quella di Rovigo

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 65–67

Come tutte le fiere non legate alla ricorrenza del Santo Patrono, anche la fiera d’ottobre di Trecenta trae origine da un particolare mercato che, per un giorno all’anno, era consentito in totale esenzione dalle gabelle e dai pignoramenti dei creditori (quindi, vi potevano partecipare anche i condannati per insolvenza), il cosiddetto “mercato franco”.

In tale circostanza l’economia rurale, non più limitata da dazi e vincoli giudiziari, si apriva al mondo del libero commercio e al flusso di denaro contante, dimostrando tutta la sua vitalità. Era un’occasione importante per la realtà socio-economica dei secoli passati, attesa con ansia da venditori e compratori, ma che oggi, con la libera circolazione delle merci, non ha più riscontro, per cui buona parte delle fiere-mercato che la tradizione ci consegna, sono alla ricerca o già si sono date, una nuova identità (per lo più di tipo eno-gastronomico), totalmente diversa da quella originaria. E allora vediamo di riscoprire, le radici di quella che fu una delle più importanti fiere-mercato del Polesine: la fiera d’ottobre di Trecenta.

Fino all’arrivo dei Francesi (giugno 1796), Trecenta era il paese più a Nord dello Stato Pontificio (che dal 1598 era subentrato al dominio degli Estensi) e faceva parte di un territorio detto Traspadana Ferrarese, soggetto al dominio politico e religioso della città e della diocesi di Ferrara.

Situata a due passi dal confine col territorio di Venezia – stabilito dal 1484 sul corso del fiume Castagnaro (ramo di rotta dell’Adige, oggi scolmatore delle Valli Veronesi) – Trecenta era luogo di transito obbligato nei collegamenti tra Ferrara, Verona ed Este: questa ubicazione la rendeva strategica come presidio militare e come località commerciale. Perciò era sede di un Governatore, nominato direttamente da Roma, col compito di vigilare sulla sicurezza dei confini e con ampia giurisdizione civile e penale sulla comunità.

Il mercato franco

Va innanzitutto sottolineato che la morfologia del territorio trecentano era caratterizzata da ampie depressioni dove la falda freatica molto superficiale permetteva la crescita rigogliosa di foraggi anche nei mesi estivi (prati umidi) e talora emergeva in piccole sorgive (pozze), adatte all’abbeveraggio degli animali. Era perciò un territorio particolarmente vocato all’allevamento brado di bovini ed equini¹ che, per la ricchezza dei fieni, la salubrità dell’aria e la premurosa cura di bovari e cavallari, vi crescevano particolarmente sani e vigorosi. In particolare, i cavalli allevati in questa zona godevano di ottima fama e costituivano la principale fonte di reddito per i proprietari di queste terre non idonee ai seminativi.

Nel mese di ottobre avveniva la cernida, cioè la levata di quei cavalli che erano pronti per la vendita; si realizzava così il reddito dell’allevamento e, nello stesso tempo, si riduceva il consumo di foraggi nel periodo di scarsa disponibilità, tipico dell’inverno. Il mercato trecentano nel mese d’ottobre era perciò caratterizzato dall’offerta di un gran numero di equini, che spesso non potevano trovare compratori fra gli angusti confini della Traspadana Ferrarese.

Per favorire l’economia locale, serviva un mercato aperto anche agli operatori esteri e fu così che, per interessamento del Governatore, verso la metà del Seicento (secondo il Sartorelli, ma il documento non è ancora stato reperito), il Legato di Ferrara concesse l’immunità fiscale e penale per il mercato della seconda domenica d’ottobre (cfr. Arch. Storico Comunale Fe, misc. Migliori, tomo 33, f. 2: “Fiere della Legazione di Ferrara”).

Questo giorno divenne così mercato franco, attirando gente d’affari da ogni parte, specialmente dal confinante Stato Veneto. Molti acquirenti e venditori arrivavano già il sabato e vi si trattenevano fino al successivo martedì, giorni del tradizionale mercato trecentano, trasformando il paese in un grande caravanserraglio, animato anche dalla presenza di saltimbanchi, cantastorie, cavadenti, sensali, ciarlatani e quant’altro era di corollario alle fiere dell’epoca.

Nasceva in tal modo la fiera-mercato dei cavalli di Trecenta, un appuntamento di grande richiamo, data l’importanza che il cavallo rivestiva nell’economia di quel tempo. Il cavallo, infatti, era il principale mezzo di trasporto individuale o collettivo, ma anche strumento di lavoro per il traino di carri o barche e molto richiesto anche dai reggimenti di cavalleria militare, nelle cui azioni era purtroppo soggetto ad una notevole falcidia. Non meraviglia pertanto, se anche il Doge inviava a Trecenta i suoi emissari ad acquistare cavalli per le compagnie di cappelletti impegnati nella interminabile guerra contro i Turchi.

Il Prato delle Cavalle

Ma vi sono per lo meno altri due motivi che contribuirono a rendere famosa ed apprezzata la fiera-mercato dei cavalli di Trecenta. Anzitutto, il centro del paese offriva gli spazi adatti per il mercato equino: il grande Prato delle Cavalle, un recinto contiguo alla piazza che si prestava benissimo al carosello dei cavalli; nessuno infatti avrebbe comperato un cavallo senza prima averlo provato, facendolo correre adeguatamente. Il rischio di incappare in un animale asmatico (bolso), zoppo o balzano, era in tal modo evitabile. Ottobre d’altra parte, con il suo clima mite e il terreno non ancora inzuppato di piogge, era l’ultimo mese utile per queste galoppate; più avanti c’era il rischio per cavallo e cavaliere di buscarsi una polmonite.

L’altro motivo che contribuiva alla buona fama della fiera-mercato di Trecenta era la qualità eccellente dei cavalli messi in vendita, cavalli che per lo più provenivano dagli allevamenti dei due grandi latifondisti della zona: Pepoli e Bentivoglio.

I primi si erano specializzati nella selezione di una razza elegante, veloce, briosa, detta corsiera (corsiero è tutt’ora sinonimo di cavallo), adatta alla sella e al tiro di calessi e carrozze, un cavallo ambito dalla nobiltà e dai clienti più facoltosi.

I secondi invece, incrociando le giumente con stalloni di notevole mole, offrivano sul mercato stornelli grossi (ma anche bai, leardi e melati),² cavalli robusti e docili, adatti al lavoro duro ma anche alla guerra, in quanto capaci di sopportare cavalieri con pesanti armature e bagagli (da questa razza deriverà il famoso cavallo da tiro rapido pesante ferrarese).

Vi era quindi un’offerta per tutte le esigenze e, se qualche esemplare rimaneva invenduto, la settimana successiva si portava al marti franco di Rovigo, altra famosa fiera-mercato per cavalli che si teneva alla porta orientale della città, dove venne costruito un ippodromo, con funzioni simili al trecentano Prato delle Cavalle. Verso metà Seicento, alla fiera-mercato di Trecenta un buon cavallo era quotato attorno ai 40 Scudi romani (circa € 4000), che era certamente un prezzo interessante per gli allevatori di quel periodo.

Una tradizione da rilanciare

Col declino dei due casati e la messa a seminativo di molti prati in seguito alle bonifiche, l’allevamento dei cavalli perse l’originaria importanza, ma la fiera d’ottobre si adattò alla nuova situazione diventando un grande mercato di animali di vario genere, equini, bovini e suini in particolare. I più anziani ricordano che nelle fiere degli anni Trenta, l’esposizione degli animali era talmente vasta da occupare non solo il centro del paese, ma anche le strade d’accesso, prolungandosi fin lungo gli argini del Tartaro. Particolarmente attiva in quegli anni era la compravendita di maialini per l’allevamento domestico.

Di questo mondo un po’ arruffato, ma in perfetto equilibrio ambientale, non resta più nulla. Automobili e camion che ci avvelenano l’aria (e il clima), hanno sostituito i cavalli, i verdi pascoli sono coltivati a cereali desertificatori (consumano più acqua di quanta ne disponga il terreno) e l’antico Prato delle Cavalle è stato occupato da asfalto e costruzioni. Persino la strada che l’attraversava, un tempo Strada delle Cavalle, ha cambiato nome, oggi è denominata Via De Amicis, un nome bello ma senza alcun collegamento con la storia trecentana.

È rimasta la tradizione della fiera, svuotata dei suoi contenuti originari, anche se ricca di eventi, dove però il popolo non è più protagonista, ma spettatore.

Forse è su questo che si dovrà agire nel futuro: far tornare il popolo protagonista di una grande festa di piazza, dove tra folklore e rievocazione si possa rivivere a Trecenta l’atmosfera del bel tempo passato. Sarà un’occasione per rilanciare una fiera altrimenti destinata al declino e con essa promuovere l’immagine di una comunità che sa valorizzare le sue antiche tradizioni e la sua gloriosa storia

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “La Fiera di Trecenta”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fiera-di-trecenta/

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