Per molti appassionati di arte e cultura è stata una vera gradita sorpresa “scoprire” nel paese di Salvaterra (frazione di Badia Polesine) una importante villa eretta nell’ultimo scorcio del XVII, sconosciuta ai più e da tempo purtroppo in condizione di quasi totale abbandono.
L’importante occasione è stata resa possibile grazie alle Giornate FAI, organizzate lo scorso autunno dalla Delegazione Fai e il Fai Giovani di Rovigo, un attivo gruppo di volontari che ha provveduto ad una pulizia degli ambienti prima di accogliere le centinaia di persone interessate alla conoscenza del patrimonio storico-architettonico del Polesine.
Affacciata sulla piazza principale di Salvaterra, Villa Pellegrini-Lorenzoni fu costruita agli inizi degli anni '90 del '600, ed inaugurata il 16 aprile 1693, data annotata nel progetto dell'architetto Vincenzo Santini, riprodotto dal nipote Antonio Santini in una raccolta di disegni.
Numerosi sono lavori realizzati dall’architetto ferrarese non solo nel territorio emiliano ma anche in Polesine. Una particolarità che si riscontra relativamente a Villa Lorenzoni è rappresentata dagli scostamenti rispetto al progetto iniziale. Tre le varie modifiche notiamo la costruzione delle due ali laterali con le 9 arcate superiori, non previste nel progetto, e che probabilmente sono state volute in corso d’opera dal committente. Le arcate della loggia di destra successivamente sono state murate, ma la traccia è ancora visibile nella facciata.
Tre le varie modifiche notiamo la costruzione delle due ali laterali con le 9 arcate superiori, non previste nel progetto, e che probabilmente sono state volute in corso d’opera dal committente. Le arcate della loggia di destra successivamente sono state murate, ma la traccia è ancora visibile nella facciata.
La villa appartenne alla famiglia bergamasca dei Lorenzoni fino alla metà del 1800 quando, alla morte prematura dell’ultimo erede, l’avvocato Antonio Lorenzoni, la villa passò al ramo Pellegrini di Bergamo. Ad oggi i signori Lunardi e De Venzi sono i proprietari di un'ala mentre il resto del complesso è di proprietà della Curia.
Dopo un periodo di splendore, la villa ha purtroppo avuto anni di trascuratezza e utilizzi non conformi alla sua progettazione. Ad esempio, durante la prima guerra mondiale, venne usata come ospedale militare e, dopo la seconda guerra mondiale, come rifugio per le famiglie sfollate, uso a cui venne riadibita dopo l’alluvione del 1951.
Attualmente la villa si presenta disabitata, manifestando ambiti di degrado dovuto alla trascuratezza e alla mancanza di interventi di risanamento. Ciononostante l’immobile manifesta tuttora un aspetto interessante e meritevole di essere apprezzato, come ha dimostrato il successo dell’iniziativa di apertura straordinaria attuata dal FAI.
L'intero complesso ricalca la tipica villa veneta, con un salone centrale e numerose stanze laterali ed è impreziosita da decorazioni a stucco ed affreschi realizzati da Andrea Urbani dal 1773 al 1776.
Nel salone centrale al pianoterra troviamo paesaggi notturni e scene di caccia, inseriti in elementi finto-architettonici e ad imitazione marmorea su cui troviamo divinità o allegorie. Nelle altre sale, decorate con stucchi o riquadrate con cornici, troviamo raffigurate anche la piazza e la villa di Salvaterra. La decorazione al piano nobile è invece più sontuosa, con dipinti a tempera di fiori, ghirlande e piccoli paesaggi.
Oggi purtroppo lo stato delle pitture della villa è pessimo, molte sono cancellate o quasi illeggibili, probabilmente perché realizzate a tempera e quindi meno resistenti. Nonostante gli aspetti di degrado nel suo complesso la villa trasmette però tuttora i valori della sua studiata architettura; e nel corso dell’apertura autunnale molti visitatori, sorpresi dalla presenza a Salvaterra di un bene tanto apprezzabile, hanno chiesto ai volontari FAI informazioni sul futuro dello storico immobile.
“Ciò che possiamo dire – ha osservato il capo delegazione Daniel Fusaro – è che le Giornate Fai, oltre ad essere fonte di sostentamento principale per il Fondo Ambiente Italiano grazie ai contributi ed alle iscrizioni raccolte, sono nate proprio per far accendere i riflettori su luoghi sconosciuti, poco visibili o normalmente chiusi, per dare la possibilità al maggior numero di persone di conoscerli ed apprezzarli. La speranza è l’ultima a morire, quindi, visto l’ottimismo mosso da questi eventi, si spera sempre in un loro recupero futuro. Per portare a termine un restauro su un immobile del genere, le forze da mettere in campo sono molte: devono trovare un punto d’incontro, e tutto deve stare all’interno di un progetto concreto di utilizzo futuro. Il restauro fine a sé stesso, come questo immobile ci dimostra dopo l’importante intervento degli anni 90, non ha senso senza un progetto concreto da mettere in campo. Il nostro territorio ha molti immobili di prestigio lasciati all’incuria: erano immobili di nobili, case di campagna, centri dirigenziali per le aziende agricole, ora potrebbero tornare ad essere fulcro di un sistema di turismo lento, utile ad implementare la visitazione della nostra provincia spingendo l’attrattività del Delta del Po fino all’Alto Polesine”.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Irene Magon. “Villa Pellegrini Lorenzoni”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/villa-pellegrini-lorenzoni/