Nello scorso numero, con la pubblicazione dell’articolo Materiali edili nell’antichità (Ventaglio Novanta n. 61 pagg. 52-55) è iniziata una breve trattazione panoramica riguardo il tema materiali da costruzione e tecniche edilizie nel Polesine antico.
In accordo con il direttore della rivista prof. Lino Segantin, al quale vanno i miei ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto nel curare le edizioni della presente rivista, questo contributo si focalizza sulla seconda parte dell’argomento, le tecniche edilizie.
Sulla base dei dati disponibili pubblicati e quindi consultabili, di seguito verrà approfondito come i materiali indicati nel precedente articolo venissero impiegati nella costruzione di strutture (edifici e manufatti utilitari). Durante il lavoro di ricerca sono state prese in esame numerose indagini archeologiche, assieme alle relative documentazioni, effettuate in siti riferibili ad un arco cronologico che parte dal periodo preromano.
Variazione delle tecniche edilizie nel corso dei secoli
Le fondazioni, nell’età preromana del Polesine antico, risultano costruite in prevalenza con fasciame e con elementi lignei di vari tipi e dimensioni: essi avevano una funzione strutturale per il sostegno e il rinforzo delle pareti. In quest’epoca le fondazioni lignee sono in prevalenza riconducibili a palafitte. Diversamente da tutti gli altri esempi riscontrati, solo nello scavo di San Cassiano si sono ritrovate fondazioni litiche di edifici.
Per l’epoca romana, ad Adria si può citare l’edificio riscontrato in una delle fasi dello scavo di via San Francesco, questa costruzione monumentale è risultata con fondazioni a plinti, porticata sul lato lungo e con una grande aula.
Presso Corte Cavanella si sono ritrovate due principali tipologie di fondazioni: la prima datata alla prima fase dell’insediamento, risultava caratterizzata da blocchi squadrati di trachite euganea legati da malta senza nucleo cementizio, mentre la seconda, più tarda è costruita, in materiale laterizio. Alcune fondazioni erano a platea lignea.
Nello scavo della villa rustica di San Basilio, si sono riscontrate fondazioni in tegole e frammenti laterizi, fondazioni in sesquipedali e a vespaio.
A Villadose la tecnica di fondazione che risulta prevalente è in laterizio, cioè in mattoni sesquipedali e tegoloni ridotti in frammenti, come riscontrato anche nei casi di Corte Cavanella e San Basilio.
Le pavimentazioni riferibili all’età preromana riscontrate da Francesco Antonio Bocchi nell’area del pubblico Giardino tra il 1878 e il 1879 risultavano costituite prevalentemente da sostanze vegetali quali stecchi e canne: queste, per il Bocchi, formavano “fascinate e graticci” per una pavimentazione praticata su un terreno “fangoso e acquoso”. Nel caso del cortile Ornati ad Adria, Bocchi riscontrò un pavimento in tavolato di rovere ed un piano in cotto.
In via San Francesco, sempre ad Adria, un tipo di pavimentazione era costituita da una preparazione limo-sabbiosa contenente materiali di risulta. A San Basilio si sono rinvenuti resti di pavimentazione in argilla e battuto: queste pavimentazioni sono tutte riconducibili ad ambienti abitativi. Per il periodo romano è da ricordare il rinvenimento, durante gli scavi del Bocchi presso il pubblico Giardino ad Adria, di una pavimentazione stradale formata da lastre e blocchi marmorei. Particolare la pavimentazione rinvenuta nello scavo di località Retratto: qui un piano di calpestio di una riva risulta preparato con intonaco bianco. Sempre ad Adria in via San Francesco nello scavo dell’edificio romano si rinvenne una pavimentazione in cocciopesto.
Un mosaico di pregio venne scoperto ad Adria nel 1755, da D. Giuseppe Bocchi canonico della cattedrale di Treviso, nel luogo allora denominato “Confortin” situato nei pressi del convento dei SS. Padri Riformati (nucleo storico dell’odierno Ospedale Civile). Su richiesta dello scopritore, il mosaico composto da tessere di marmo bianco e nero venne disegnato dal sig. pubblico perito Niccola Campanella. La stessa decorazione musiva successivamente rinterrata, rispuntò nel 1936 durante gli scavi per la realizzazione del padiglione di Ostetricia, Ginecologia e Pediatria, che portarono alla luce parte di un quartiere della città romana con abitazioni e varie fasi di ristrutturazione. Allora si accertò anche che il mosaico scoperto da D. Giuseppe Bocchi insisteva su un precedente pavimento a signino (cocciopesto con inserzione di pietre colorate) databile tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.
Sempre rimanendo in tema di pavimentazioni di rilevanza, è da ricordare come ad Adria, nell’area ospedaliera, durante gli scavi effettuati tra il 2010 e il 2011 per la costruzione delle nuova palazzina dei servizi, sono venuti alla luce dei mosaici riferibili ad una grande domus sviluppatasi nel corso dell’età romana imperiale (I-III secc. d.C.) dotata di ambienti mosaicati in tessellato bianco e nero, due con motivi geometrici ed uno con un motivo di carattere vegetale. Questi, con tessere grandi ed irregolari, sarebbero da ricondurre dalla metà del II d.C. in poi. Significativi tipi di pavimentazione sono risultati anche presso Corte Cavanella, come nel caso di pavimento formato da cubetti di cotto, uno in opus signinum con inserzione di crustae marmoreae bianche, una pavimentazione in cocciopesto a grossa tessitura. A San Basilio, con i ritrovamenti effettuati da fine ‘800 al 1930, si sono riscontrate ma non documentate pavimentazioni musive di grandi dimensioni e notevole bellezza, poi gli scavi più recenti hanno accertato pavimenti in mattoni sesquipedali e due loro misure sottomultiple, in battuto, in lastre di pietra, in cubetti di cotto infissi in una gettata di cocciopesto. In opus spicatum era formato un pavimento funzionale ad un vano absidato databile alla fase più antica (dalla fine del I a.C. a tutto il I d.C.), parte di un impianto termale. Significativo anche il pavimento con tessere in mosaico bianche e nere su una preparazione in cocciopesto in un settore abitativo della villa rustica di Villadose.
Gli alzati degli edifici in età preromana hanno caratteristiche che delineano un’architettura in legno, paglia, canne palustri e argilla, come è attestato negli scavi del Bocchi ad Adria. Una particolarità da rilevare è che le strutture di alzato erano formate anche da pali infissi nei fossi laterali alle costruzioni; questi costituivano lo scheletro delle pareti perimetrali, come accertato nello scavo degli edifici in via San Francesco ad Adria.
Un esempio di alzato diverso in età preromana è quello dell’edificio di San Cassiano, il quale era eretto su alti zoccoli di trachite euganea. Per l’età romana vi sono vari esempi di strutture d’alzato. A Corte Cavanella gli scavi hanno accertato due tecniche di costruzione delle strutture murarie: si passa da quella di prima fase in blocchi di trachite legati da malta senza nucleo cementizio (età augustea – I secolo d.C.) a quella che risulta in laterizio (seconda metà del I secolo d.C. al III-IV d.C.).
Nel complesso della villa rustica di San Basilio, la tecnica di costruzione degli alzati risulta in prevalenza con muri in laterizio legati con calce. Anche per la villa rustica di Villadose, la tecnica edilizia utilizzata è in prevalenza di laterizio in mattoni sesquipedali e tegoloni. Negli scavi condotti presso l’Ospedale Civile ad Adria si è riscontrato che le strutture delle fornaci da calce erano costruite con mattoni e blocchi di trachite.
Le coperture in età preromana sono principalmente realizzate in paglia e canne palustri; l’unico esempio di copertura in laterizio risulta quello dell’edificio di San Cassiano. Per l’età romana esempi di copertura di edifici sono documentati negli scavi di Corte Cavanella e della villa rustica di Villadose. La copertura ritrovata a Corte Cavanella consiste in una tettoia a doppio spiovente in tegole fittili e coppi, impostata su una intelaiatura lignea a capriate da ricondurre ad una darsena. A Villadose le coperture e le tettoie negli spazi della villa rustica sono in prevalenza di materiale fittile.
Per quanto riguarda le strutture idrauliche, negli scavi presso il cortile Ornati ad Adria, il Bocchi ritrovò un condotto, che interpretò come parte di un acquedotto o cloaca di cotto, questo risultava costruito in mattoni ed attribuito all’età romana. Presso Villadose (località Cambio – podere A. Pugina) nel 1966 si rinvenne una cisterna per la raccolta dell’acqua: il pozzo, del diametro di circa un metro, aveva pareti costruite a corsi ben connessi di pietre squadrate alte 15-16 cm.
Altre testimonianze di strutture idrauliche in età romana risultano a Corte Cavanella e presso la villa rustica di San Basilio. A Corte Cavanella si ritrovò una canaletta in sesquipedali connessa con un piccolo vano dotato di una vasca di mattoni; questa è stata rinvenuta nei pressi di una sala adibita forse ad uso termale e dotata di un’abside circolare con contrafforti esterni in trachite. Fu rinvenuta anche una seconda vasca in mattoni, di pianta rettangolare; a questa si congiungeva una struttura lignea interpretata come uno strumento di captazione idrica, formata da pali disposti a zatterone in orizzontale fissati da laterizi; di grande interesse anche una struttura in legno per lo scorrimento idrico, costituita da due palizzate infisse con lieve obliquità su due sponde nel terreno. Si ritrovarono anche pozzi costruiti in trachite euganea e frammenti di laterizi legati da malta e strutture in legno affondate nel sottosuolo per l’utilizzo di acqua di falda, caratterizzate da una semplice struttura con cerchiature lignee. Presso la villa rustica di San Basilio, nei pressi di una fornace per laterizi, si rinvenne una vasca rettangolare in mattoni, collegata ad un sistema di canalette di scarico, costruite a cassetta con sesquipedali per base, parete e copertura e per la parte iniziale in trachite dei Colli Euganei con la faccia superiore concava. Un’altra canaletta risultava costruita con spezzoni di mattoni infissi verticalmente e paletti di legno e mattoni a forma di parallelepipedo.
In conclusione, l’analisi e lo studio delle pubblicazioni su numerosi scavi effettuati in Polesine, assieme ad alcuni disegni ed immagini che completano le documentazioni, ci aiutano a ricostruire un quadro sull’utilizzo dei materiali da costruzione e le tecniche edilizie tra l’età arcaica e il tardo antico, con particolare attenzione all’area del delta del fiume Po. In futuro l’argomento sarà sicuramente definito ed aggiornato, grazie a nuovi dati risultati dalle indagini condotte recentemente. Tali risultati consentiranno di arricchire con altri interessanti particolari la materia e con il passare del tempo giungere sempre più ad una definitiva sintesi.
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Come citare questo articolo
Edoardo Zambon. “Tecniche edilizie nell’antichità”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/tecniche-edilizie-nellantichita/