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NARRATIVA

Gigion, la Parata e le altre

di Gianni Vidali

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 114–116

Florindo (il protagonista del racconto pubblicato nel n. 60, pag. 118 e successive) trascorse l'adolescenza tra Polesine Camerini, Scano Boa e la borgata di Pila. Allora quel paese era formato da fatiscenti edifici costruiti vicino all’argine del Po. In seguito, subito dopo la guerra, fu edificato un blocco di case popolari, ma di nuovo sotto l’unghia arginale, per cui, con le frequenti piene del Po, i fontanazzi zampillavano nei cortili delle abitazioni come delle fontanelle.

A quei tempi vivevano in paese un tale chiamato “Gigion” e una donna dai facili costumi sopranominata “la Parata”. Erano entrambi sposati ma si trovavano spesso nel Cason sullo Scanno ad amoreggiare di nascosto. La donna giustificava quei suoi frequenti trasferimenti sullo scanno, dicendo che andava a "tartufle" nelle golene dei rami del Po. Col termine "tartufle" venivano indicati i tuberi del topinambur, molto simili nell'aspetto alle patate, quasi insapori, ma che avevano il pregio di riempire la pancia, togliendo così i crampi della fame.

Quando decidevano d’incontrarsi, “la Parata” si portava a metà tragitto con una barca a remi, poi saliva su quella del "Gigion" e insieme, vogando energicamente, si portavano verso il capanno. L’uomo era alto, muscoloso e longilineo, dicevano che assomigliasse a Rik Battaglia l’attore di Corbola che, assieme a Sofia Loren, interpretò il film di Mario Soldati "La Donna del fiume".

Lei era una bella donna, non molto alta, bionda, con le labbra sempre rosse di belletto. A quei tempi vedere in giro una donna sposata, sempre in ghingheri che, camminando per l’unica via del paese, ancheggiava e sculettava provocatoriamente era cosa insolita. È stato questo il motivo per cui la chiamavano “la Parata”, che in gergo voleva significare una donna incline a sfilare per attirare su di sé particolari attenzioni.

Lui era uno che, oltre ad essere ammirato dalle giovanette e dalle spose per la sua prestanza, era molto sveglio e smaliziato. Per queste doti si era creato la fama di donnaiolo e si era guadagnato l’appellativo di “Gigion”. In paese giustificavano quei suoi comportamenti e i tradimenti nei confronti della moglie, perché lei non era bella, un po’ grassoccia e “gnoranta”, ossia poco furba.

Non c’era argomento che non stimolasse “Gigion” ad intervenire, e quando all’osteria intavolava una discussione, difficilmente trovava chi osasse tenergli testa: aveva sempre ragione lui, gli altri non lo contraddicevano mai perché, se alzava la voce, grande e grosso com’era, incuteva timore. Quindi nessuno azzardava dargli torto. Era anche un po’ sbruffone e si vantava spesso delle sue avventure amorose sullo scanno. Spesso invitava il marito della “Parata” a giocare a carte con lui, con le conseguenti risate dei compari pescatori alle spalle.

La Parata non era la sola che “Gigion” frequentasse. Si diceva che se la facesse anche con sua cognata, la sorella della moglie. Anche in quel caso i paesani sostenevano che faceva bene a cornificare il cognato, perché era un uomo di scarso carattere che soffriva di depressione, e sembra che quella malattia gli facesse dei brutti scherzi anche a letto con la moglie.

Gigion, a parte i “vizietti”, era un tipo che si dava molto da fare nel lavoro. L’energia e la forza fisica non gli mancavano: le braccia erano robuste e, quando calava le reti nella laguna del Basson, non c’era giorno che non portasse a casa qualche mastello pieno di anguille, orate e ombrine. La sua specialità però era quella di saper calare particolari reti destinate alla cattura delle passere. Allora in paese dicevano che egli era un “esperto” di quel tipo di pesce piatto e di forma triangolare che abbondava nelle acque salmastre del Delta, e che lui era predisposto e attratto da quella particolare forma. Raccontavano che era un fissato perché, quando la sera andava al bar, diceva sempre, in modo ironico e gasato, di essere un artista nell’attirare e catturare le passere, anche quelle delle mogli di suo compare e del cognato.

Gigion era uno che aveva anche delle idee innovative, una marcia in più rispetto ai suoi compaesani: oltre che fare il pescatore, si era messo in testa di allestire un capanno sullo scanno per ospitare i “siuri” che venivano da Padova, Bologna e Ferrara per cacciare nel Delta. Dopo averli fatti dormire a casa sua, di mattino prima del sorgere del sole, con la barca conduceva i facoltosi ospiti nella coegia in Basson che aveva costruito con le canne palustri.

Terminata l’indiscriminata mattanza di uccelli, verso mezzogiorno portava i cacciatori nel cason e offriva loro il pranzo a base di risotto alla folaga e anguille arrostite sulla brace.

Qualche volta invitava anche la Rosina del “capo” e l’Angelina della “maga” per tenere compagnia alla gaudente combriccola a conclusione della giornata. Rosina era la nipote del capo risaro, Angelina era la figlia di Gigia, una che si diceva praticasse la magia. Pare che facesse le fatture bruciando nel camino dei pupazzetti di stoffa trafitti da uno spillo, per togliere le disgrazie agli sfigati del luogo.

Verso le tre, prima che scendesse la nebbia, che nel Delta quando cala è sempre molto fitta, "Gigion" accompagnava gli ospiti al paese e si faceva dare qualche migliaio di lire che, a quei tempi, erano dei bei soldi. Essi se ne andavano beati e soddisfatti, anche per le moine di Rosina e Angelina.

Una sera, dopo una giornata di caccia con gente che veniva da Ferrara, mentre erano nel bel mezzo del “Basson”, scese all'improvviso un nebbione che li costrinse a rientrare velocemente, però, anziché indirizzarsi nel paradello che portava a Pila, s’infilarono in quello opposto e finirono nella laguna del Canarin. Disorientati com’erano, finirono nel Po delle Tolle e tornarono a casa che era quasi mattina. In paese avevano pensato che fosse successa una disgrazia. All'arrivo trovarono ad aspettarli, nello sgangherato porticciolo, i familiari e gran parte dei paesani singhiozzanti.

La sera quando andò al bar dalla “Blandina” per la solita partitella a carte, nessuno ebbe il coraggio di chiedergli informazioni sull’incidente, accaduto proprio a lui che spesso si vantava di conoscere le lagune come le sue tasche. Fu lo stesso Gigion ad anticipare i risvolti dello sgradevole episodio per evitare che qualcuno glielo chiedesse.

Raccontò che di solito capiva e “annusava” quando sarebbe giunta la nebbia: quando sentiva spirare l’aria da nord-ovest, ovvero il venticello di “Garbin”, sapeva che sicuramente sarebbe calata la nebbia, e lui allora era pronto ad imboccare la via del ritorno. Disse che quel giorno si era però distratto a causa delle moine e delle esibizioni fatte dalla “Parata”, che assieme alla Rosina del “Capo” e l’Angelina della “maga” l’aveva raggiunto al casone… e perciò non aveva avuto tempo di annusare il “Garbin” che in breve fece calare la fitta nebbia ingannatrice.

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Come citare questo articolo

Gianni Vidali. “Gigion, la Parata e le altre”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/gigion-la-parata-e-le-altre/

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