Il giorno, caldo e afoso – un giorno come tanti di una qualsiasi estate polesana – cede il passo lentamente, quasi controvoglia, alla sera imminente.
Gli ultimi bagliori del crepuscolo illuminano il cielo di sprazzi rosso-violacei: un “braccio di ferro” con le ombre della sera che, dominatrici e baldanzose, avanzano prepotentemente, sicure della vittoria.
Una leggera brezza, a tratti, mitiga l’aria e rende sopportabile, se non piacevole, lo stare seduti sull’uscio in attesa della cena. Silenzio, tranquillità: la piazza è vuota, sparite le luci dei negozi e delle botteghe. La voce gracchiante di qualche radio e della TV esce dalle finestre spalancate a catturare, a fatica, una bava di vento che zanzariere abbassate ostacolano. Silenzio, quasi assordante: anche le rane, un tempo colonna sonora della campagna, hanno smesso il loro monotono gracidio.
Una bicicletta. È un amico che passa – “Ehilà! A ne gh’è ponsar ca straca! Vero!!?” – è la battuta, cui segue una pronta risposta altrettanto arguta, forse nemmeno sentita nella foga del pedalare.
“Altri tempi, altri mondi, altra vita” – penso.
Ed eccomi, io ragazzo adolescente, seduto sull’uscio, al crepuscolo, di una serata di luglio di un’estate polesana che sembra ormai lontana un secolo. Via vai di biciclette: erano donne che a gruppi più o meno numerosi – a seconda della grandezza del fondo cui erano a “opara” – all’imbrunire tornavano dal lavoro e che non perdevano l’occasione di un saluto, di una battuta, di una chiacchiera veloce; non c’era molto tempo perché bisognava correre a casa per fare il resto: la famiglia aspettava. Ma erano anche braccianti con l’eterno mozzicone di sigaretta in bocca, la faccia stravolta dalla fatica e l’immancabile sporta con il bere appesa al manubrio: “vin piccolo”, a calmare l’arsura sotto il sole ardente del pomeriggio.
Si era mietuto o tagliato il fieno. Piano piano, lento lento, dondolando, ecco apparire alla svolta della chiesa un placido tiro di buoi: “Ohh ! Vai Mora!! Vai Italia” – nomi comuni tra i buoi da lavoro. Avanzavano dolcemente, aggiogati, trascinando il carro sul quale stava seduto, come in trono, uno dei tanti mezzadri o affittuari che lavoravano le terre della Canaletta, della Fabbrica, della Sbarretta o di San Giuliano. Li incitava, stanco e desideroso di giungere al più presto a casa, alla stalla, al meritato pasto serale. L’odore buono del fieno e delle erbe odorose si mescolava a quello del caprifoglio proveniente da chissà dove.
Dalla mia postazione osservavo lo spettacolo serotino: agli occhi di un bambino tutto appariva magico, misterioso, insondabile e permanente. Era quello uno dei momenti che amavo di più: c’era pace, tranquillità, attesa. Le certezze e le speranze nel futuro erano salde e granitiche, l’ombra del dubbio non ci sfiorava: eravamo sicuri che avremmo raggiunto i nostri obiettivi e potevamo goderci il presente in santa pace, attimo dopo attimo.
La strada – allora Via Roma in omaggio ad un decreto del Ventennio che voleva in ogni contrada una via così denominata – si snodava dal Municipio fino a Canda. Priva d’asfalto, era un nastro sterrato e polveroso. Per evitare che la polvere sottile s’insinuasse in ogni fessura e penetrasse in ogni dove depositandosi su pavimenti e mobili, il buon Rino Veronese, lo stradino comunale, combatteva ogni giorno la sua inutile battaglia passando e ripassando con l’innaffiatrice. Dopo poco, la terra riarsa, bruciata dalla canicola pomeridiana, era di nuovo asciutta; né andava meglio se l’operazione veniva compiuta nel tardo pomeriggio.
L’asfalto era un miraggio, buono per le città, ma nessuno ne sentiva la mancanza. Dalla terra bagnata si alzava un leggero calorino misto ad umidità e la fata Morgana era di stanza perenne tra noi.
Al suono dell’Ave, ad una ad una, si accendevano le luci nelle case, e dalle finestre aperte uscivano i profumi più vari frammisti a risate di bimbi, a voci di mamme che chiamavano o rimproveravano alternate a quelle più gravi dei padri, più autoritarie e decise.
Le luci delle case seguivano, quasi a comando quelle dei lampioni della via che, con tutta la loro buona volontà, non riuscivano a fugare l’oscurità che per qualche metro. Appesi ad un filo, a cavallo della strada, dondolandosi tra due pali che li sostenevano, le piccole luminarie di vetro bianche, spesso bersaglio di fionde galeotte, oscillavano ad ogni soffio di vento e si sforzavano inutilmente di fare il loro onesto mestiere sparando una debole luce giallognola presso cui svolazzavano nugoli di falene e zanzare che frotte di pipistrelli, in un continuo volo radente, come a banchetto nuziale, spazzavano via allegramente in una luculliana gozzoviglia.
Ma era dopo cena che l’estate si compiva nei suoi riti più veri: ogni età aveva il suo!
Il bar centrale, il più grande e frequentato, l’unico con il televisore, rigurgitava allora di nuvole di fumo. Non era da meno quello di Stellin e anche l’osteria della Teresa, tutti nel breve giro di pochi metri. L’aroma dei toscani si mescolava al greve delle Alfa e delle Nazionali che Azzolini, il droghiere-tabaccaio, ti vendeva dentro a piccoli sacchettini di carta trasparente, anche sfuse. Il caffè era ancora un lusso, ma il vino scorreva a fiumi tra una partita di briscola, un tressette col trionfo, una scopa. Non mancava chi, per sbaglio o per volontà, alzava un po’ il gomito. “In vino veritas”, recita un antico adagio e l’ubriaco di turno, sotto la protezione di Bacco, poteva liberamente esternare tutte le sue verità spaziando a trecentosessanta gradi, dalla politica alla religione, dal personale al privato, proprio o del vicino con cui magari si aveva avuto una lite o un diverbio. Ogni assioma era seguito da una sequela di risa ed incitamenti da approfondire e chiarire.
Si venivano così a sapere vicende familiari, affari privati, retroscena, anche piccanti: nascevano da lì le notizie di piazza che, proprio perché dette in piazza, assurgevano a verità incontrovertibili!!. Si sa: una chiacchiera tira l’altra, e le confidenze e i segreti passavano sottovoce dall’uno all’altro diffondendosi come un tam tam.
Non mancavano le liti e le discussioni politiche: opinioni divergenti ed opposte si scontravano con tutta l’animosità derivante da profondi convincimenti a difesa della propria identità o appartenenza: storia politica che si confondeva con la storia familiare di cui si raccontavano aneddoti e situazioni a sostegno della bontà della propria tesi.
Paese rosso da sempre, terra di Badaloni, Dante Gallani, Matteotti: molti i comunisti, e i socialisti; altrettanto numerosi però i democristiani e i liberali. I Monarchici? Pochi! Non si dichiaravano e si esponevano solo in qualche rara occasione ostentando, dal poggiolo del palazzo, la bandiera savoiarda il 2 di giugno.
Se si era in campagna elettorale il clima diventava rovente e il comizio della domenica precedente (offuscata e disturbata l’Internazionale Socialista dal suono delle campane per la messa o le funzioni) era il tema dominante della discussione alla Don Camillo e Peppone!!
Bella palestra di formazione politica: era lì e nelle sezioni che apprendevamo i rudimenti e fortificavamo le nostre identità. All’osteria le classi si mescolavano: non c’era un bar dei Signori e il bar dei poveri come in altri paesi.
All’animazione serale concorrevamo anche noi, bambini, ragazzi e ragazze. Trangugiata in fretta la cena, ecco farsi il capannello: la televisione era agli inizi e nessuno l’aveva. C’eravamo sempre tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi, i primi agli ordini dei secondi, maestri e guide che nessuno metteva mai in discussione.
Ci ritrovavamo tutti quanti davanti all’Ufficio Postale, allora sistemato nel palazzo municipale. Fatta una conta veloce, iniziava il gioco che poteva durare anche tutta la sera. Erano giochi semplici in cui si sfogava tutta la vitalità dell’infanzia e della gioventù. Spesso erano delle monellerie, qualcuna anche pesante, al limite del lecito, ma più spesso roba di poco conto: ragazzate che lasciavano il tempo che trovavano e che si esaurivano in una risata o nella sgridata di un minuto, senza conseguenze.
Era il nascondino nel grande vigneto di villa Morellini, erano i quattro cantoni sulla pesa pubblica, erano le belle statuine, i morti, mussa, gnào, stazioni, il musichiere; erano anche racconti di storie paurose, di morti viventi, di sepolti vivi, raccontate dai grandi ai piccoli, di morti che si aggiravano per le chiesa, memori le lapidi scolpite sul pavimento della navata centrale, raccontate, a bella posta, seduti in circolo sul sagrato, da esperti af-fabulatori.
Loretta, la figlia della levatrice, ne era la massima esponente. Comandava a bacchetta i fratellini e anche tutti noi che pendevamo dalle sue labbra, lei più grande di 5/ 6 anni: voleva diventare maestra e si allenava a ricoprire quel ruolo con autorità.
Una volta, era quasi sera, lo ricordo con nostalgia, decise di giocare a “stazioni”. Lei, naturalmente era la capostazione. Armata di bicicletta, ci caricava sul sellino e, dopo averci chiesto per dove volevamo partire, ci portava a destinazione: Bologna era il monumento, Firenze, “el pradin”, Roma da Francescetti, Napoli, “El penelo”. Per Milano si andava al cimitero.
Quella volta , io e Vincenzo, avevamo optato per Napoli e lei, ben felice di poter scorazzare per le strade libere e tranquille, ci portò alla meta con la raccomandazione di restare lì che sarebbe poi venuta a riprenderci una volta fatto il giro d’Italia con gli altri. Se non che, tornata in piazza, trovò altro da fare, dimenticandosi di noi, poveri turisti abbandonati in quel di Napoli.
E così il tempo passò: mai il nostro treno era stato così in ritardo, e l’imbrunire avanzava. Qualche timore cominciava a far capolino nelle nostre anime, subito sopito da una nuova situazione. Nugoli di lucciole ammiccavano fra l’erba del fosso e l’impresa di catturarne qualcuna da tenere racchiusa nella mano in attesa di vederla accendersi, ci faceva dimenticare l’abbandono. Richiesta dalla madre dove fosse il fratellino, all’improvviso si ricordò di noi e arrivò trafelata a rilevarci. Naturalmente nessuno seppe nulla dell’accaduto, ma nemmeno noi eravamo coscienti che fosse successo qualcosa di particolarmente grave: a Napoli, tutto sommato, ci eravamo molto divertiti.
“Anche quella Napoli” – penso – “ è sparita!”, come sono spariti il vigneto di Morellini, teatro di epiche scorribande e mitiche avventure notturne, il viale del cimitero, “el semaforo”, un semplice palo di ferro al centro del crocicchio che indicava le quattro direzioni, le botteghe artigiane, i bar della piazza, le voci dei bimbi, le vecchiette e le famiglie che, come personaggi leopardiani, si sedevano davanti alla porta di casa a “ciacolare” o a sferruzzare.
E allora una profonda, ma dolce ed affettuosa malinconia per ciò che è stato e non è più mi prende nell’animo, ma la ragione vince sui turbamenti del cuore e mi riconsegna al presente e ai quotidiani riti serali della cena e della tv!
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Come citare questo articolo
Massimo Vigna. “Sere d’estate”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/sere-destate/