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STORIA - TRADIZIONI

1849 Assalto a Palazzo Vacca

Un’azione di brigantaggio perpetrata a Bagnolo di Po. La durezza delle condanne a morte e le motivazioni sociali dell’aggressione

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 76–81

Fra le imprese dei briganti polesani di metà Ottocento ve n'é una particolarmente ardita, seppure poco nota, organizzata dagli stessi capibanda che due mesi prima, con gli stessi metodi, avevano realizzato il celebre assalto alla casa dell’orefice-possidente Migliorini di Fiesso (Ventaglio 57 pag.64). Si tratta della “presa” di palazzo Vacca, situato a Bagnolo di Po, nella borgata Capo di Sopra (sulla strada in direzione di Trecenta), avvenuta nella notte fra il 5 e il 6 agosto 1849, anno in cui le bande “della trave” seminavano il terrore fra gli “agrari” del Medio e Alto Polesine, la zona più turbolenta della provincia di Rovigo.

La repressione di questo fenomeno fu attuata dagli austriaci con l’applicazione di norme d’emergenza (il Giudizio Statario, cioè veloce) e con l’istituzione di un tribunale speciale itinerante (la Commissione Militare di Este), che sono già stati oggetto di trattazione nei numeri 57 e 58 di questa rivista. Qui ci si limiterà alla descrizione del fatto e a qualche riflessione di contorno.

Gli aggrediti, gli aggressori, gli arresti e le condanne

Iniziamo con lo scoprire chi erano gli aggrediti: si tratta dei fratelli Francesco ed Antonio Vacca, nati a Bagnolo rispettivamente nel 1818 e nel 1825, figli di Petronio e Rosa Lombardi¹. (Sulle origini della famiglia vedi scheda a pag.80). I due erano proprietari di un vasto compendio di terreni agricoli (oltre 100 ettari) e risiedevano in località Capo di Sopra in un palazzone a due piani con sovrastante granaio, senza rifiniture di pregio, tutt’ora noto come Palazzo Vacca, sebbene da molti decenni sia stato frazionato e ceduto a diversi inquilini.

Quando esercitavo la professione medica in questo comune, ho avuto più volte occasione di entrare nell’ormai ex palazzo Vacca per eseguire visite domiciliari. Ricordo che ad ogni visita un assistito, tale Ferlin Foscari ivi residente, mi raccontava in modo concitato alcuni particolari dell’assalto da parte dei briganti. Notizie evidentemente apprese dai suoi genitori relative al fatto criminoso che nella borgata Capo di Sopra aveva suscitato notevole impressione, tanto da essere tramandato da una generazione all’altra. “Vedelo dottore, questa l’é la stanza dove el conte Vacca s’è salvà, scondendose sora l’armaron”. E ancora: “Qua de sora al granaro ghe g’era la campanela par sonare a martelo, ma i briganti co na sciopetà i g’à troncà la corda e cussì el conte no g’à podù dare l’alarme”; “I g’à sfondà la porta co na trave e po i je entrà in casa, i g’era in tanti” e via di questo passo. Erano storie simili a quelle che avevo sentito raccontare dai miei genitori quando abitavo a Stienta, perciò le ascoltavo con attenzione, nonostante i famigliari del Ferlin dimostrassero incredulità.

Non immaginavo che a distanza di anni avrei avuto la conferma di quei fatti, grazie al reperimento della notificazione di condanna dei responsabili dell’assalto, emessa dalla Commissione Militare di Este, nella quale viene riportata anche la sintesi del crimine, che si trascrive integralmente:

“Verso le ore 11 pomeridiane del 5 agosto 1849, mentre Francesco Vacca possidente di Bagnolo, Distretto di Badia, provincia del Polesine, stava per ritirarsi a letto, intese latrare il suo cane; affacciatosi ad una finestra della stanza vide irrompere nel suo giardino posto dirimpetto la casa, una quantità di gente la massima parte armata. Si ritirò dal balcone, ma in buon punto, perché subito fu esplosa contro di lui un’archibugiata e sentì intimarsi con minacce e bestemmie di aprire la porta e di loro consegnare 400 scudi [circa 50 mila Euro]. Rispondeva di non averne e insistendo coloro che erano al di fuori che li ricercasse, soggiunse alquanto alterato e gridando che non avrebbe ceduto corse ad una vicina stanza, si diede a suonare una campana sovrapposta alla casa, ma fatalmente nel tirare la fune si ruppe [in quanto, secondo il Ferlin, lesionata dalle schioppettate dei briganti].

Pietro Pasqualini, cursore comunale di Bagnolo, appena intese le archibugiate si appressò alla finestra, ma dovette ritirarsi per qualche archibugiata che anche contro di lui fu esplosa. Non si perdette però di coraggio, ma preso il suo palosso [calesse?] corse alla casa Vacca e, giunto nel giardino, fu assalito da 10 o 12 malfattori i quali lo percossero qua e là pel corpo a furia di calci e colle canne dei loro archibugi cagionandogli varie contusioni. Corse in casa Vacca e gridò a Francesco Vacca che avesse coraggio e non aprisse, ma circondato da sei o sette malandrini, dovette ritirarsi nel cortile, dove anche là ne trovò degli altri che fecero contro di lui delle archibugiate, però senza colpirlo, sicché dovette fuggire e si diresse verso Bagnolo con intenzione di far ivi sonare a storno, ma si sentì venir meno per le ricevute percosse e ferite sicché dovette sdrajarsi sull’erba.

Pensò allora Francesco Vacca di gettare a qué malfattori del denaro mentre suo fratello Antonio li pregava di desistere dalla loro impresa per non spaventare sua moglie e quella del fratello [entrambe incinte] e gettò anche egli abbasso dell’altro denaro, ma dovette ritirarsi perché contro Antonio venne esplosa una archibugiata. I malandrini non contenti del denaro loro gettato, ripetevano di voler l’oro, di voler entrare in casa e tagliarli a fette. Per acquetarli vennero loro gettate abbasso le posate d’argento, ma inutilmente perché a forza di colpi resero aperta la porta ed entrarono in casa. Nella stanza ad uso di tinello ruppero i serramenti delle mobilie, forzarono il rastrello della scala, facendo uso di una pianta [trave] a modo di ariete. Alla sommità della scala ruppero con una mannaia la porta e la ridussero a schegge. Intanto Francesco Vacca tentò di salire nel granajo ma trovatane chiusa la porta, sentendo che gli aggressori si avvicinavano nel timore che effettuassero le già espresse minacce si nascose sopra un alto armadio nella camera attigua alla sua da letto, ove rimase inosservato.

La moglie di Francesco Vacca [Roveroni Maria, figlia di possidenti locali] quando vide entrare in casa gli assassini si presentò loro con un lume acceso in mano e circondata da essi le approntarono al petto delle pistole e degli stili e chiesero dove fosse il padrone, al che rispose che era partito per Rovigo, indi non essendo pronta a passare loro le chiavi dell’armadio esistente nella sua stanza, ne ruppero il coperchio a colpi di mannaia e da di là le tolsero del denaro; passati indi ad un altro armadio da questo levarono degli effetti preziosi che poi le restituirono a sua ricerca.

Alla moglie di Antonio Vacca [Lucia Pelà di Castelguglielmo] che era rimasta a letto, si presentarono cinque o sei malfattori tra i quali uno armato con fucile a bajonetta in canna e le tolsero vari effetti d’oro e della biancheria.

Stettero per più di un’ora in casa Vacca gli assassini che erano in numero di 36, quasi tutti armati e dopo aver girato per ogni stanza violentando le varie mobilie e facendo a pezzi quelle ove speravano trovar denaro, si allontanarono dopo di aver cagionato un danno complessivo di austriache Lire 1187,07.

Tradotti nei giorni 21 e 22 marzo ultimo decorso [1851] dinanzi all’Imperial Regio Giudizio Statario Militare riunitosi a Badia provincia del Polesine e chiamati a discolpa:

Benedetto Carnevale, campagnolo, di anni 27, domiciliato a Stienta, confesso di un’altra rapina e imputato di altre 3;

Antonio Nicoletti, campagnolo, cattolico, di anni 22, domiciliato a Stienta imputato di un’altra rapina.

Tradotti nel giorno 26 marzo [1851] dinanzi all’I. R. Giudizio Statario Militare riunitosi a Massa Superiore e chiamati a discolpa:

Angelo Tamascelli, campagnolo di anni 23, domiciliato a Stienta, celibe di cattiva fama, confesso di altre 3 rapine e incolpato di due furti;

Antonio Bonatti detto Tugnon, campagnolo celibe di anni 21, domiciliato a Stienta, imputato di un’altra rapina;

Pietro Montagnana, sarto, d’anni 35 ammogliato con tre figli, domiciliato a Stienta, ebbe una condanna per contravvenzione al precetto politico, una sentenza dubitativa per delitto di furto, confesso di un’altra rapina e imputato di altre tre, una con omicidio;

Alfonso Bolognesi detto Fazenda, campagnolo d’anni 23, domiciliato a Stienta, celibe, confesso di un’altra rapina e imputato di altre sei;

Giuseppe Ghiraldini, detto Sulfanin, campagnolo d’anni 36, domiciliato a Stienta, ammogliato con 4 figli, di fama pregiudicata e dedito ai delitti ebbe una sentenza dubitativa per delitto di grave ferimento, confesso di un’altra rapina e imputato di altre due.

Confessarono di aver commesso il fatto in danno di Francesco e Antonio Vacca e vennero a voti unanimi dichiarati colpevoli del delitto di rapina con possesso di armi proibite e condannati alla pena di morte da eseguirsi colla forca e a pagare in solidariamente a Francesco Vacca Austriache Lire 580,42 ad Antonio Vacca austriache Lire 580, a Patrizio Vacca centesimi 15, …a Carolina Vacca austriache Lire 12, finalmente ad Eleonora Zamberlini austriache Lire 3”².

La pena di morte fu commutata in 20 anni di carcere duro a Benedetto Carnevale, 12 anni ad Antonio Nicoletti e 15 ad Antonio Bonatti; non conosciamo la loro sorte, probabilmente la stessa di gran parte dei condannati al carcere di rigore in Padova: la morte entro alcuni anni per stenti e malattie.

Per i rimanenti 4 imputati la sentenza capitale fu eseguita con “polvere e piombo” (in assenza dell’apparato per l’impiccagione), nel giorno 26 marzo 1851 a Castelmassa.

Sociologia degli aggressori

Dunque, il nucleo centrale della banda (il gruppo di fuoco), era formato da 7 elementi di Stienta, ma gli altri componenti ad arrivare al numero di 36 chi erano? I documenti non ce lo dicono, perciò tornano rivelatrici le parole del Ferlin: “I g’era i operai ca lavorava dai siori Vacca”. Non a caso il cursore comunale li riconosce, scende in mezzo a loro e li esorta a desistere, ma inutilmente. Come pure la moglie di Francesco Vacca che li affronta in vestaglia da notte col lume in mano, tratta con loro e ottiene la restituzione dei gioielli più cari. E chi, se non gli operai dell’azienda, poteva sapere che i Vacca avevano appena venduto il grano di nuova produzione e incassato una somma considerevole: 400 scudi? (la valuta pontificia era rimasta in uso nelle comunità ex ferraresi per il solo pagamento delle derrate o dei canoni di locazione). E anche Francesco Vacca dall’alto dell’armadio dove si era nascosto, secondo la narrazione del Ferlin, ne avrebbe riconosciuti diversi.

Ma a questo punto sorge un’altra domanda: cosa spinge dei braccianti agricoli a trasformarsi in briganti per aggredire il loro datore di lavoro? Non abbiamo una risposta sicura, però sappiamo che uno dei principali motivi di attrito fra i possidenti e i braccianti era la quota di mietitura (detta anche meanda o mdadura), che veniva corrisposta a compenso del lavoro prestato. Questa si aggirava sul 15% del grano crivellato in mucchio sull’aia, ma i lavoratori chiedevano che fosse innalzata almeno al 20% (negli scorsi Anni Cinquanta sarà portata al 33% nonostante il lavoro manuale fosse ridotto dall’impiego di falciatrici e trebbiatrici meccaniche) e di fronte alla resistenza dei padroni, anni dopo, nel giugno 1884, scoppiarono i primi scioperi nelle campagne, noti come “la Boje”. Ma nel 1849 la situazione era ancor peggiore, perché alcuni possidenti (non tutti) avevano trovato il modo di far pagare ai lavoratori le addizionali di guerra imposte dagli austriaci, riducendo la loro quota di meanda al 10-12% e questa potrebbe essere stata la discriminante per la scelta delle fattorie da assalire.

La classe bracciantile, priva di tutele sindacali e afflitta da un cronico esubero di manodopera (non ancora assorbito dall’emigrazione nelle Americhe), aveva dovuto piegare la testa, finendo nella miseria più nera. Ovvio quindi che nelle campagne regnasse il malcontento o meglio l’odio verso il padrone affamatore, ben espresso con la minaccia di volerlo “tagliare a fette” equivalente del “morte ai siori!” gridato dagli scioperanti del 1884.

Vista l’insensibilità ai problemi sociali dimostrata dalle autorità austriache ed eccitati dal clima rivoluzionario del “48”, alcuni decisero di passare alle vie di fatto, per risolvere a modo loro l’ingiustizia e lo sfruttamento, approfittando del vuoto politico determinato dalla Prima Guerra d’Indipendenza. Così i braccianti dei Vacca ricorrono all’aiuto dei briganti stientesi, meglio armati ed esperti in assalti notturni, presentandosi compatti al palazzo del padrone per reclamare quello che ritenevano spettasse loro, non a caso l’importo della mietitura. E non avendolo trovato, è stato quasi ovvio lo sfogare la rabbia col saccheggio del palazzo.

Infine, resta un altro aspetto da chiarire in questa vicenda: perché furono catturati e condannati solo i briganti di Stienta, mentre nessun soggetto di Bagnolo compare fra gli imputati? Eppure i banditi locali erano stati riconosciuti sia dal cursore comunale che dagli stessi aggrediti. A questo punto, torna ancora una volta preziosa la narrazione del Ferlin, secondo la quale furono i fratelli Vacca a non voler denunciare alla polizia i nomi dei loro operai (e la cosa trova riscontro oggettivo).

Fu per timore di vendette o per compassione nei confronti di quei poveracci? Forse l’una e l’altra cosa. Non si può nemmeno escludere un intervento pacificatore dell’arciprete don Flaminio Morellini, nativo del luogo e buon conoscitore della situazione bracciantile.³ Di certo, il silenzio dei Vacca evitò alla comunità di Bagnolo un bagno di sangue (e una pericolosa ferita sociale) e così a pagare con la vita furono solo gli stientesi.

Almeno per il momento, perché il fatto ebbe uno strascico giudiziario a distanza di quattro anni.

Due ulteriori condanne a morte

La Commissione Militare Inquirente infatti, nel corso delle sue indagini, aveva riconosciuto in Pietro Liboni,⁴ detto Bendolo, di anni 31, residente a Bagnolo nella frazione di Corà, già arrestato per diserzione dall’esercito austriaco, un altro degli assalitori di palazzo Vacca. E la stessa accusa era stata rivolta anche a Montagnana Domenico residente alle Zampine di Stienta, pure lui catturato e in arresto per diserzione, compagno del Liboni in molte scorribande. Tipi pericolosi i disertori, perché avevano le armi d’ordinanza e perché costretti a vivere da latitanti, procurandosi il necessario con furti e rapine.

Il Tribunale Militare decise allora che una dimostrazione di severità doveva essere data anche alla popolazione di Bagnolo, mediante il macabro rituale di eseguire il giudizio e la pena capitale (fucilazione), sul posto ov’era stato commesso il crimine.

Riunitosi il 18 giugno 1853 presso corte Casellata (così si tramanda), a due passi da palazzo Vacca, il tribunale giudicò il povero Pietro Liboni colpevole di questo e altri crimini e lo condannò a morte, pena eseguita con “polvere e piombo” poco dopo emessa la sentenza (la lettura del tristemente noto befér), davanti al muro di recinzione della fattoria. Stessa sorte toccò a Montagnana Domenico, ultimo di tre fratelli a finire davanti al plotone d’esecuzione per reati di brigantaggio.

Come da prassi, la gente del luogo fu costretta ad assistere alla crudele esecuzione, riportandone forte sgomento, tant’è che la memoria di quel fatto qui ancora si tramanda.

Nella stessa sessione furono condannati a pene detentive due altri soggetti: Poggetti Giuseppe detto Favarin, carrettiere di Occhiobello (5 anni) e Putomatti Alfonso detto Canatin, villico di Stienta (8 anni).

Si trattò tutto sommato di una sessione “leggera” ben diversa da quelle tenute due anni prima a Massa Superiore (Castelmassa) o a Stienta, dove vi fu una vera e propria mattanza di popolo, perché ormai sull’implacabile Commissione Militare di Este piovevano critiche da tutte le parti.

Lo sdegno per tanto sangue versato, le proteste per la severità delle pene detentive inflitte e le conseguenze sociali per le numerose vedove e orfani in stato miserevole, avevano indotto le autorità di governo ad istituire dal primo ottobre 1853 una Commissione Civile, che giudicasse in modo più umano di quella Militare, rimasta operativa solo per il disbrigo dei processi in corso e definitivamente sciolta il 30 aprile 1854, in coincidenza con la fine dello stato d’assedio nel Lombardo Veneto.

Quella di Bagnolo sarà perciò l’ultima trasferta in Polesine di questo temutissimo tribunale militare e, con l’esecuzione dei giovani disertori (ma patrioti secondo l’ottica risorgimentale), Pietro “Bendolo” Liboni e Domenico Montagnana, si chiudeva uno dei periodi più tragici e meno noti della nostra storia. E anche controversi, dal momento che la rivisitazione di certi fatti criminosi, come quello descritto, fa sorgere molti dubbi sulla effettiva natura delinquenziale del fenomeno brigantaggio.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “1849 Assalto a Palazzo Vacca”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/1849-assalto-a-palazzo-vacca/

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