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STORIA - TRADIZIONI

L’oratorio di San Felice

A Masi una corte rurale nata nel XVI secolo, in seguito a consistenti investimenti fondiari della famiglia Grimani

di Federica Guerra

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 82–84

Oltre il ponte di Badia Polesine, nel padovano, a Masi, e più precisamente nella frazione Colombare, è tuttora presente lo storico complesso di San Felice; una grande azienda agricola con annesse pertinenze e oratorio, punto di riferimento primario nel paesaggio fra due corsi d’acqua: l’Adige e il Fratta.

Si tratta di una grande corte agricola, realizzata nel XVI secolo in seguito all’acquisto di terreni utili per l’agricoltura di pertinenza della Repubblica di Venezia. Nel 1570, infatti, una “cordata” di nobili veneziani con a capo la potente famiglia Grimani, acquista dalla Serenissima Repubblica i campi posti “in territorio Villa Mansorum districti Castribaldi”.

Nel panorama del 1570 però la chiesetta di San Felice – che doveva dare il suo nome anche alla grande corte – ancora non c’era. I Grimani la faranno costruire al termine del secolo successivo (nel 1694 secondo lo storico ottocentesco padovano Andrea Gloria) per sopperire alle necessità spirituali di tutte quelle persone a cui la loro campagna aveva iniziato a dare lavoro.

Sempre Andrea Gloria afferma infatti che, grazie alla presenza dei Grimani, Masi conosce un forte incremento demografico durante tutto il XVII secolo.¹ La forte concentrazione di famiglie, che era andata costituendosi, diede vita ad un vero e proprio paese, lontano circa tre chilometri dal centro abitato di Masi e dalla sua parrocchia.

La chiesa dedicata a San Felice

Per le famiglie stabilitesi nel nuovo insediamento rurale non era agevole raggiungere la chiesa di San Bartolomeo di Masi per assistere alle funzioni. Fu così che, alla fine del XVII secolo, Pietro Grimani fece costruire una piccola chiesa ad uso del popolo, intitolata al Beato Felice da Cantalice cappuccino e alla Vergine Maria.

Nel 1702 chiese poi che la chiesetta fosse istituita parrocchiale proprio adducendo l’argomento della lontananza e delle pessime condizioni delle strade, ma non ottenne il permesso. Il nobile Grimani però non desistette dal suo obiettivo, raggiunto in buona parte successivamente, cosicché nel 1708 un suo incaricato gli comunica di essere riuscito ad ottenere una parziale concessione dal vicario foraneo: “che per quest’anno non s’opponga alla celebrazione della Santa Pasqua nel privato oratorio di Vostra Eccellenza, quando vi sia l’accennato pericolo, che la distanza dalla parrocchiale e le male strade presenti possino impedire gl’abitanti di quel vicinato dall’adempimento del precetto d’ascoltarla”² …”.

Nello stesso scritto viene però precisato che è negato un uso più esteso dell’oratorio: veniva infatti esclusa la possibilità di esecuzione delle funzioni più importanti, che dovevano essere svolte nella chiesa principale del paese. Tuttavia, proprio riconoscendo l’importante funzione sociale che l’oratorio svolgeva, viene lasciata al Grimani la possibilità di gestire, in accordo col parroco di San Bartolomeo lo svolgimento delle funzioni secondarie della liturgia cristiana e, con decreto del Senato della repubblica del 1720, anche la libertà di istituire delle rendite per il mantenimento in perpetuo della chiesetta e del sacerdote (o sacerdoti) che vi officeranno le funzioni religiose.

In un punto del testamento di Pietro Grimani è inoltre esplicitata l’attività religiosa svolta: “…ho fatto celebrare ogni giorno la s. messa e due nelli giorni festivij per commodo maggiore di quel popolo; pubblicar con l’assenso del parroco le feste e vigilie che cadono fra la settimana, insegnar doppo pranzo la dottrina cristiana, recitar una parte di rosario con le litanie et il venerdi la corona del signore in quell’ora che il cappellano ha creduta più comoda per il maggior concorso del popolo e desiderando che quest’opera abbi a continuare in perpetuo ho supplicato et ho ottenuto dal Ecc.mo Senato con decreto 10 agosto 1720 la permissione di poter assegnar ducati centodieci d’entrata de fondi da me acquistati soggetti alla fattoria di detto luoco della quale assegnazione ne ho fatto pur il giorno 16 maggio 1721 in atti del signor Tomaso Parisato notaro di Castelbaldo pubblico instromento e ne farò il traslato alli X Savii dal mio nome a quello di mansionaria di san Felice in villa de Masi”³.

Le rendite a sostegno della chiesa

Nel 1720 viene dunque istituita la “mansioneria” di San Felice, strumento giuridico contabile che assicura le entrate necessarie per il mantenimento in buono stato della chiesa, il pagamento delle funzioni, il sostentamento del parroco, nonché il pagamento delle tasse alla Serenissima.

Ma quali furono le zone scelte per svolgere questo compito di assicurare le fondamentali rendite? Dai documenti dell’epoca apprendiamo che si tratta di aree situate in un raggio abbastanza ampio comprese fra Masi, Badia Polesine fino a Salvaterra, dove ruotavano gli interessi dello stesso Pietro Grimani:

1) Campi quattro posti nel luogo de Masi in contrà della Pezza

2) Porzione di casa e terreno posto in detto luoco in contrà del Borgo della Chiesa,

3) Campi due e mezzo in detto luoco in contrà del Polesine

4) Una casa nel detto luogo de Masi nel Borgo di mezzo del Pilastro

5) Casa e terreno posto in Salvaterra in contrà delle Giare

6) Campi dieci e mezzo in contrada dette Le Abriane posti nel territorio della Badia in contrà della Schiasara dà quali si ricavano in contanti L195 più formento…⁴

Il sostegno alle necessità della chiesa di San Felice si configurava dunque come un’iniziativa importante sotto il profilo della fede, a favore della collettività rurale insediatasi in loco. Qualche vantaggio (sempre di tipo spirituale) se lo assicura però anche il Grimani: un beneficio non immediato ma post mortem. La mansioneria, infatti prevedeva l’obbligo di una messa giornaliera in perpetuo per l’anima del defunto proprietario e a protezione della sua famiglia. Obbligo che doveva espletare il sacerdote incaricato.

Il sacerdote, sempre secondo le volontà di Pietro Grimani, sarebbe stato designato non dall’autorità ecclesiastica, ma dagli stessi Grimani, i quali potevano nominarne anche più di uno se lo avessero ritenuto necessario, come pure potevano decidere della sua sostituzione in vita e designarne il successore dopo la morte, così in perpetuo. Il sacerdote era pure il responsabile della riscossione delle rendite assegnate all’oratorio alle scadenze stabilite dai contratti.

Così esprime chiaramente Pietro Grimani nel suo testamento: “Per la quale assegnazione resterà il sacerdote in perpetuo obbligato di supplire alle cose sudette e di pagare le pubbliche gravezze […] e di far vedere di anno in anno a miei eredi le partite de pagamenti e di conservar in acconcio le case[…].⁵”

La decadenza dell’istituzione

La mansioneria resterà attiva per almeno un secolo, fino ai primi decenni dell’ottocento. Poi, alcuni appunti sparsi inseriti alla fine della busta che ho consultato, suggeriscono un decadimento delle attività dell’oratorio dovuto a diverse cause, che andrebbero approfondite con ulteriori indagini, almeno due delle quali sembrano darci alcuni suggerimenti: innanzitutto si parla di una defalcazione dei beni di Masi a causa di assegnazione di dote avvenuta nel 1813 e poi la vendita dei (residui?) beni di Masi alla famiglia Splendori con atto del 21 gennaio 1818.

Così facendo l’oratorio perdeva le basi del proprio sostentamento, non avendo i nuovi proprietari lo stesso interesse al mantenimento in vita delle antiche tradizioni volute dal fondatore.

Con l’allontanamento degli interessi dei Grimani da Masi, quindi, San Felice perde la sua importanza, ma non la sua storia, ed ancora oggi sta lì ad affascinare chi vi si accosta: un singolare complesso rurale, per il quale sarebbe opportuno individuare qualche forma di valorizzazione e recupero, specie delle parti più soggette a degrado.

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Come citare questo articolo

Federica Guerra. “L’oratorio di San Felice”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/loratorio-di-san-felice/

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