E’ un po’ come giocare a scacchi, ma secondo le regole dell’Universo. Scienziati, astronomi ed esperti lo fanno ormai da anni, alla ricerca di nuovi pianeti extrasolari.
In questo ambito si muove a suo agio il polesano Roberto Ragazzoni, docente di ottica all’Università di Padova, ordinario di Astronomia all’osservatorio astronomico di Padova (Inaf), personaggio annoverato tra i massimi esperti mondiali di ottica adattiva, responsabile delle ottiche dei 34 telescopi che verranno lanciati nello spazio nel 2024 sull’avveniristico satellite Plato.
Egli racconta le nuove sfide spaziali, che proseguono da anni in competizione tra Europa e America, chiarendo che, mentre l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) nel 2017 spedirà in orbita Cheops (Characterising Exoplanet Satellite) per collaudare le tecnologie di Plato, nello stesso anno l’ente americano NASA farà volare Tess (Transiting Exoplanet Survey Satellite), dopo che il Kepler Science Office della Nasa, al Meeting della Società astronomica americana a Seattle, ha annunciato la scoperta del nuovo corpo celeste nella direzione della costellazione della Lyra, battezzato Kepler-438b, molto simile alla Terra.
I telescopi che insieme alla sonda spaziale Cheops (2017) e Plato (2024), viaggeranno per il cosmo, accompagneranno dunque i due satelliti “cacciatori di pianeti”: in tutto trentacinque “occhi” e un milione di stelle attorno, per scovare i gemelli della Terra, ovvero esopianeti anche potenzialmente abitabili.
“L’Agenzia Spaziale Europea, riunitasi a Parigi, ha approvato il progetto per la costruzione e lancio di Cheops e Plato. Il cuore dei due satelliti è rappresentato dal sistema di telescopi, progettato a Padova, la città dove Galileo 400 anni fa alzò per la prima volta al cielo il suo cannocchiale al cielo – spiega Ragazzoni, alla guida del gruppo di studiosi che hanno ideato e progettato i telescopi -. Cheops volerà nel 2017 in orbita attorno alla Terra, mentre Plato salirà in rampa di lancio nel 2024 per immettersi in orbita attorno al Sole”.
I telescopi montati sui due satelliti, veri e propri osservatori astronomici specializzati in queste ricerche, saranno molto diversi fra loro. “Su Cheops uno unico a orbita bassa scruterà una stella alla volta – sottolinea l’astrofilo – mentre il rivoluzionario Plato avrà ben 34 obbiettivi grandangolari che scandaglieranno per 8 anni il cielo”. I telescopi della missione Plato avranno nel complesso “la stessa vista dell’occhio umano, e insieme saranno l’equivalente di un unico telescopio di un metro di diametro. Staranno in orbita intorno al Sole, non attorno alla Terra – aggiunge Ragazzoni – per evitare che il nostro pianeta intralci la visuale. Gli strumenti cercheranno nuovi pianeti studiandone il loro eventuale passaggio che si manifesterà attraverso la loro ombra, proiettata davanti alla luce delle stelle più vicine e più brillanti, come nel mito di Platone e la caverna, dove i prigionieri rinchiusi avevano percezione del mondo soltanto vedendo le ombre buie di persone e oggetti proiettate su un muro esterno alla caverna”.
Ragazzoni aggiunge altri particolari della propria entusiasmante esperienza, evidenziando le differenze tra il modo di lavorare americano e quello europeo.
“La differenza tra Kepler e Plato è sostanzialmente una: il primo satellite monitora stelle molto deboli attorno alle quali ruotano eventuali nuovi pianeti – spiega Ragazzoni -. E’ una rilevazione più facile, che si esaurisce però proprio nell’eventuale scoperta di sconosciuti corpi celesti. Plato, invece, si concentra su stelle più brillanti, in media le più vicine alla Terra. E quando percepisce la presenza di nuovi pianeti, sarà quindi possibile effettuare osservazioni con altri strumenti da Terra e dallo spazio (es. ELT, JWST, ecc. ) per la completa caratterizzazione del pianeta, della sua atmosfera e dell’intero sistema planetario”.
Roberto Ragazzoni è alla guida del gruppo di scienziati, in gran parte dell’Inaf, che lavorano alla progettazione della strumentazione e alla preparazione scientifica di Plato in tutta la penisola, da Padova a Catania, Milano, Firenze, Palermo, Torino, Napoli, Roma.
È italiano anche un segmento del centro elaborazione dati, curato dall’Asdc, il centro per i dati scientifici dell’Agenzia Spaziale Italiana. Suoi stretti collaboratori sono Demetrio Magrin, Jaopo Farinato, Valentina Viotto, Maria Bergomi. “Plato, è un satellite, tecnologicamente molto sofisticato, composto da una batteria di 34 piccoli telescopi ma con un enorme campo di vista, in grado di osservare per la prima volta contemporaneamente immense zone di cielo, con l’ambizione di trovare il primo pianeta “abitabile” simile al nostro – aggiunge Ragazzoni -. Ognuno è in grado di vedere correttamente una regione di cielo di area 5000 volte quella della luna piena, tutti insieme abbracciano un campo di vista simile a quello dell’occhio umano. Con i suoi occhi Plato potrà osservare centomila stelle brillanti alla volta, e per sei anni cercherà mondi sconosciuti che per dimensioni, composizione e temperatura potrebbero permettere lo sviluppo della vita”.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “A caccia di pianeti”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-caccia-di-pianeti/