Catullo, si sa, ce lo portiamo dietro dai banchi di scuola. Ci sono i cento e mille baci che gli innamorati vorrebbero scambiarsi, il piccolo e ironico lutto per il passerotto morto, ma anche il duolo per il fratello perduto e sepolto lontano.
Ci sono inoltre le insidiose e sparse censure per una parola troppo forte (è sempre il linguaggio a far scandalo e non proprio le azioni), per quei morsicini che accendono le labbra, per quel monello furbastro che corre a nascondersi fra i seni delle peripatetiche, per le acri invettive contro faccendieri e politici. Se ci annoiamo con i cori nuziali è perché non abbiamo avvertito lo scricchiolio del sandalo di una fanciulla che non può trattenere l’ansia per il ritardo dell’amato. Così, nel crudele trascorrere degli anni, cancelliamo crudelmente sentimenti e parole e pensiamo che, forse, in Catullo c’è troppa poesia e poco pensiero.
Ma provate a prendere quegli stessi versi, censurati e sussurrati in classe all’orecchio di una compagna che arrossisce di imbarazzo e piacere, spiaccicati sul quaderno in una traduzione illusoria, provate a prenderli e metterli in bocca a due giovani attori, che hanno più o meno l’età di Lesbia e Catullo e soprattutto sanno trovare l’incrinatura della voce in cui si rannicchia l’amore, la violenza dell’amante tradito, l’indifferenza di chi non vuole più e perfino la pallida e amica ombra di Saffo lontana.
Provate, e scoprirete che Catullo può finalmente destarsi dal sonno inutile degli immortali e tornare fra noi, per ripercorrere, ancora una volta (chissà quante altre dopo), quella storia di amore e dolore cui resta avvinghiato il suo destino. Provate a pensare che il volto di Catullo è febbrile e affilato con lo sguardo che si volge lontano, mentre gli occhi di Lesbia sono chiari e intensi quando si tratta di confessare la passione e di sorridere lasciando intravedere i denti bianchissimi.
Ma aggiungete, anche l’ombra complice di una sera dell’estate matura, i tavoli di un antico banchetto affollati di cibi raffinati e discorsi divaganti e le danze improvvise e composte di fanciulle che occhieggiano oltre il portico, mentre nell’aria persiste, stranamente, il concerto delle cicale che copre il latrato della solitudine di un cane nei campi.
Sono questi gli ingredienti di una serata che conserva intatta una sua memorabilità e che ci riconcilia con gli amori della nostra giovinezza.
Niente più di uno scampolo di qualche ora, accuratamente ritagliato da quel sogno che è la festa della centuriazione di Villadose; un’idea del G.A.V. che distilla sapientemente archeologia e quotidianità, antico e presente, frastuoni e silenzi del tempo.
Niente di strano, allora, se, dopo i mirabili cortei e le declamazioni e gli accesi combattimenti e mille altre suggestioni, fosse finalmente giunta l’ora dei sapori e delle contaminazioni di un banchetto, che, appunto, esaltava con sottile intelligenza la contraffazione di una realtà tanto remota.
Non fosse stato per certa quotidianità negli abiti e nei modi dei numerosi commensali, non sarebbe stato difficile credere di trovarsi in uno di quei quadri di Alma Tadema che, sul finire dell’Ottocento avevano restituito e attualizzato la pittura pompeiana. Insomma, non la copia, ma quello che è, appunto, contraffazione dichiarata e visibile e anche, paradossalmente, sommo rispetto per l’originale.
Ma contraffazione di cosa? Di cibi e sapori, naturalmente, prendendo a prestito nomi e parole, rinverdendo ricette, regole e riti, così come li troviamo negli scrittori antichi, da Catone a Virgilio e Apicio. Ma senza esagerare e senza volgersi a pernici e a quei pavoni cucinati e ricoperti delle loro fascinose penne, deprecati da Orazio, che spartiva con Mecenate la frugalità delle sue Epistole.
Certi crostini che accompagnavano profumati bicchieri di vino al miele ben rispondevano ai palati odierni, ma con la civetteria di esibire il pedigree con espressioni latine. E una gustosissima salsa firmata da Apicio (ma si sa che le ricette e i manicaretti descritti da questo maestro dei banchetti di Tiberio hanno conosciuto nei secoli numerose trasformazioni) aveva invece sapore antico. Ecco, ancora, una densa crema di fave intitolata a Vitellio, in miracoloso equilibrio fra passato e presente, evocando del primo il sapore rurale e del secondo, al contrario, la raffinatezza di una "nouvelle cuisine" aggiornata e corretta nella genuinità. Il tutto sempre annaffiato da vini opportuni e talora ottimi, fra tralci di vite e verdi serti, seriche sciarpine gialle e rosse e bianche.
La perfezione del banchetto, ideato da Donatella Girotto Marangoni della Cooperativa Turismo & Cultura, e realizzato dallo chef Sergio Schiesari risiedeva proprio nella programmatica assenza di pretese e di arroganza gastronomica. Lo scopo era quello di dare senso e attualità ad antiche prescrizioni.
E Catullo, dov’era mai? C’era, sì, l’abbiamo detto, nella voce e negli occhi di Luigi Marangoni e Livia Carmignani del Teatro Mistral di Genova. Eccolo, lui, cucire insieme versi in latino e traduzioni, lasciando a lei la seconda voce, nelle spire di un doppio canone, che consentiva all’illusorietà dello specchio.
Belli entrambi, sussurrava qualcuno, sì, ma di quella bellezza che si accende solo con la luce della poesia. Perché la grandezza dell’attore è soprattutto quella di essere, per poco, un altro. Altro da sé e dal pubblico, qualcuno che viene su dal nulla e poco per volta diventa vivo, si impadronisce dello spazio e del tempo e uccide il silenzio con le sue parole. Qualcuno che torna da un passato remoto e che noi abbiamo solo immaginato con l’aiuto di parole studiate a scuola. Sono Catullo e Lesbia, che nei sorrisi invitanti e negli sguardi di fuoco perdono di nuovo la loro identità, per assumere la voce soffocata del nostro cuore, i brividi dei nostri sentimenti, la storia del nostro amore.
Certo, ad allietare e alleviare l’alternarsi dei cibi, c’erano anche Fedro e Ovidio e Orazio. Ma la poesia era tutta per Catullo, al quale lo stendhaliano “ampir-passion” impediva letteralmente di pensare, per continuare, tremante, a gridare di gioia e di dolore, fino all’arrivo di Bacco agreste e caracollante, ancora pronto al brindisi e lesto a passare la mano al Gruppo Danze Antiche di Villadose, diretto da Silvia Melotto, che hanno concluso la serata.
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Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “A Cena con Catullo e gli antichi romani”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-cena-con-catullo-e-gli-antichi-romani/