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ATTUALITÀ - INIZIATIVE SOCIALI E CULTURALI

A colloquio con Adriano Mazzetti

Per il direttore dell’Accademia dei Concordi è giunta l’ora della pensione e di nuovi impegni

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 174–175

Un giro di lancette, e tra incontri, impegni, obiettivi, problemi, soddisfazioni, l'orologio della vita segnala che sono trascorsi trentacinque anni… velocemente, incredibilmente, ma è proprio così. Ed è tempo di concludere una delle tante fasi dell'esistenza.

Adriano Mazzetti, direttore dell'Accademia dei Concordi di Rovigo, accolto nell'Istituzione il 2 gennaio 1969, sta per salutare la Concordiana, per andarsene in pensione. “Fa parte della mia personalità chiudere le esperienze a scadenza naturale, senza rimpianti, per intraprendere altre sfide – racconta il direttore – tanto più che ho maturato gli anni di servizio giusti per il pensionamento. Con serenità, dunque, saluterò l'Accademia per perseguire altre mete, dedicarmi a nuovi impegni e coltivare altri interessi”.

– Com'è mutato – gli chiediamo – il concetto di cultura durante tutti questi anni? Ha assistito alla metamorfosi dal cartaceo al digitale…

“L'Istituto è cresciuto, da locale si è proiettato in realtà vaste, quella italiana ed europea fino a diventare testimonianza della cultura italiana all'estero. È cresciuto nelle persone, nei rapporti con altre istituzioni, come patrimonio. Basti pensare all'acquisizione, grazie a lasciti, di alcuni edifici come palazzo Oliva, Matteotti (in sede di trattative), Nagliati, punto di riferimento, quest'ultimo, dei giovani e di tutta la città. Sul piano culturale, grazie all'Accademia, Rovigo si è trasformata da piccola cittadina a realtà provinciale di largo respiro”.

– Cosa rammenta del suo lungo cammino durato 35 anni? Sicuramente da questa esperienza poliedrica sboccia qualche ricordo che lascia il segno più di altri nel bagaglio della memoria…

“Di certo è ancora viva nella mia mente l'immagine della mia entrata in Accademia. Ero carico di ottimismo e fiducia giovanili. Sono stato accolto nell'ufficio di direzione dal professor Alberto Broglio, già anziano e pensionato, che aveva guidato l'Istituto per 40 anni. Nelle settimane successive, la dottoressa Maria Bonetti, che aveva ricoperto per decenni l'incarico di vicedirettrice, mi ha fatto conoscere i vari settori della Concordiana, illustrandomi in particolare fondi e raccolte di pregio della biblioteca accademica. Presidente era l'onorevole Giuseppe Romanato, apprezzato per la grande onestà intellettuale e la sensibilità verso i giovani”.

– Come vede l'Accademia del futuro?

“Di certo, al passo con i tempi, in evoluzione, utile nella molteplicità di proposte culturali fortunatamente presenti nella realtà polesana, attenta alle innovazioni legate soprattutto all'introduzione dell'automazione nelle procedure bibliotecarie, alle iniziative di dialogo con istituzioni lontane, alla ricerca di una nuova forma di organizzazione aziendale e amministrativa. Ma soprattutto, si dovrà far leva sul coinvolgimento di giovani professionalità, puntare sull'unione di forze che, lavorando insieme, potranno davvero creare un'istituzione all'avanguardia. Da sottolineare, inoltre, che l'Accademia è libera, indipendente, politicamente parlando: di fronte a un obiettivo, tutti si danno da fare per perseguirlo. La concordia è una delle sue caratteristiche, termine, non a caso, presente nella denominazione e nello stemma”.

– Come definirebbe il rapporto tra cultura e giovani nell'ambito dell'Accademia?

“La mia esperienza, umana e culturale, mi ha proiettato al centro di un rete di rapporti nella quale ero in grado di captare il polso di una situazione in continuo movimento, dove cultura e nuclei culturali sono punto di riferimento per i giovani: un aiuto ad esprimersi, un incoraggiamento, una realtà per aprire la strada alle nuove generazioni. La cultura è come un fiume carsico: improvvisamente fuoriesce dal letto e semina i propri frutti”.

– Cosa augura all'Accademia?

“La sollecito ad evitare bilanci, a raccogliere energie, a cercare nuove collaborazioni, a riprendere il cammino. La strada che, pur tra limiti inevitabili, spero potrà avvalersi di quella ‘sapientia’ che, in ambienti privilegiati quali l'Accademia, matura come frutto della vita, dello studio e del dialogo. ‘Sapientia’, per ripetere le parole di Roland Barthes, che è nessun potere, un po' di sapere, un po' di saggezza e quanto più sapore possibile”.

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Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “A colloquio con Adriano Mazzetti”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-colloquio-con-adriano-mazzetti/

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