Sembra più silenzioso il mondo quando un velo di nebbia si stende sulla campagna. Ma forse nella grande corte di Ca’ Venezze, che raggiungiamo deviando a destra dalla strada principale, il silenzio è ormai da decenni un aspetto connaturato. Da quando lo stupefacente complesso agricolo ha perso completamente i connotati per cui era stato ideato a partire dal ‘500 e poi via via ampliato e definito in tutta la sua poliedrica struttura nel ‘700.
Qui ci sembra di vivere in una situazione metafisica per certi aspetti sconcertante. Sembra di essere davvero fuori dal mondo, anche se si ha la consapevolezza di trovarsi in una realtà tutt’altro che lontana dal centro del comune di S. Martino di Venezze.
Camminiamo leggeri sulla grande aia coperta di erba ormai ingiallita e dominata dalla grande casa padronale. Ci avviciniamo alle grandi barchesse, poi, dalla parte opposta, arretrata rispetto alla corte, scopriamo la chiesetta ed il forno per il pane.
Un secolo fa qui era un brulicare di persone dedite alle tante attività connesse con la gestione di un’immensa tenuta… Oggi il silenzio… In lontananza il rombo di un trattore ci ricorda che è il tempo dell’aratura.
Lasciamo la corte, imboccando via Barbarighe, regno assoluto della campagna. In un grande rettangolo sul quale l’occhio si perde, spezzoni di canna ci dicono che qui si è raccolto il granoturco. Attorno altri grandi rettangoli di terreno si presentano scuri e ordinati per la recente aratura.
Proseguiamo fino ad una fattoria isolata. Un signore, che poi apprendiamo essere il titolare dell’azienda, ci scorge, ci fa un cenno di saluto e, intuita la nostra curiosità, ci invita ad entrare nella corte.
Si presenta: è Leonardo Gagliardo e l’azienda porta il nome della via: “Le Barbarighe”. Con viva sorpresa apprendiamo che qui funziona un mulino, il fiore all’occhiello dell’impresa agricola.
Non un mulino industriale. Tutt’altro, ci chiarisce il Sig. Gagliardo che, con il trasporto di chi crede profondamente in ciò che fa, ci parla della sua “conversione” all’agricoltura biologica.
La sua è una famiglia da sempre impegnata nel settore primario: alcune foto, appena un po’ ingiallite, documentano i premi ricevuti dal nonno a partire dal 1927, al tempo della “battaglia del grano”. Consistenti poi le innovazioni avviate dal padre fin dal primo dopoguerra, quando, oltre che provvedere alla cura del proprio fondo, gestiva buona parte dei poderi di Corte Venezze, successivamente in parte acquistati.
Ora tocca a Leonardo farsi interprete di un’agricoltura al passo con i tempi, coadiuvato in questo dalla moglie Silvia, che, per essere vicina al marito nella nuova impresa e per dedicare più attenzioni alle esigenze della famiglia ha rinunciato al posto di bancaria.
Una parte dell’azienda – quella cui va tutto il cuore dei conduttori – è stata dunque destinata a colture ottenute col metodo biologico: si producono orzo, grano tenero, farro, miglio, soia ad ilo bianco e soprattutto mais, nelle varietà bianco perla e marano, una vera rarità quest’ultima, individuata dalla prestigiosa associazione “Slow Food” come uno dei sette “presidi” veneti, ovvero colture da difendere con attenzione primaria per scongiurarne l’estinzione.
Per molti aspetti è un ritorno al passato quello che si persegue alle Bargarighe di S. Martino di Venezze. Si è partiti dalla constatazione che soprattutto le persone anziane non riconoscevano più nella polenta il gusto genuino, apprezzato nella loro gioventù: non solo una nostalgia del passato, ma una realtà effettiva. L’obiettivo delle colture “industriali” non punta infatti tanto sull’esaltazione del sapore del cibo, quanto sulla facilità di coltivazione e sulla quantità del prodotto.
Occorreva invertire la rotta, partendo dalla ricerca, non facile, di sementi di vecchie varietà non ibride (ad impollinazione libera) che sono state introdotte in azienda con gli opportuni isolamenti, in modo da evitare il pericolo di contaminazione da OGM. Per garantire il rispetto delle norme ambientali si è pure proceduto a far tornare l’ambiente simile al passato, provvedendo all’impianto di siepi, bande tampone, erbai e colture a perdere ai fini faunistici, con il risultato di fare del podere una zona di ripopolamento della selvaggina.
Tutto ciò aderendo al regolamento CEE 2078, con la consapevolezza di un sicuro sacrificio sul piano delle rese e quindi degli introiti, ma anche con la convinzione di aprire una via interessante che nel tempo dovrebbe premiare anche sotto il profilo economico.
Ma a Leonardo Gagliardo non bastava fermarsi alla produzione biologica, ed ecco farsi strada, a poco a poco, l’idea che è divenuta realtà: quella del mulino. E’ stato così approntato un sistema di macinazione dei cereali “a pietra” rifacendosi alle vecche tradizioni polesane dei mulini natanti.
Ubicazione ideale per il mulino delle Barbarighe, un vecchio granaio opportunamente ristrutturato. Nella parte superiore sono stati collocati i silos ove vengono stivati, a protezione ermetica, i cereali appena raccolti dopo essere passati attraverso un piccolo essiccatoio appositamente ideato con scambiatore di calore a basse temperature.
Dai silos i grani vengono richiamati nel sottostante mulino “a pietra”, dove avviene la macinazione che è avviata solo su ordinazione. Ciò per assicurare la freschezza delle farine, consegnate ancora fragranti. Nell’azienda non c’è infatti alcun deposito di macinato in sacchi, solo piccoli quantitativi sotto vuoto per assecondare i clienti occasionali. Oppure predisposti per partecipare alle iniziative dei mercatini biologici seguiti con passione dai coniugi Gagliardo, i quali gradiscono incontrarsi direttamente con gli estimatori dei loro prodotti, o rapportarsi con altri produttori che seguono l’indirizzo biologico in altre filiere produttive.
L’azienda, che ha aderito con convinzione all’associazione BIO-ROVIGO, avviata dall’assessorato all’Ambiente della Provincia di Rovigo, è inserita nel circuito delle “fattorie didattiche”, offrendo ai bambini la possibilità di seguire il percorso del pane; uno stimolo anche per avvicinarsi ai principi di una corretta alimentazione con cereali integrali. Nelle stagioni idonee le scolaresche possono recarsi sul campo, riconoscere le varie colture, raccogliere le spighe o le pannocchie, procedere alla macinazione ed infine impastare la farina per ricavarne polenta, pane o dolci.
Ed ecco che, mentre apprendiamo tutto ciò, arriva la signora Silvia con un vassoio di biscotti in cui la farina biologica è stata amalgamata con pezzettini di noci biologiche. Una prelibatezza che alcuni del gruppo gradiscono accompagnare con del buon prosecco portato in tavola dal signor Leonardo, mentre altri fanno festa con un succo di mele coltivate, è ovvio, biologicamente.
Un pomeriggio d’Autunno davvero speciale, in cui c’è spazio anche per apprendere dalle labbra del Sig. Gagliardo un suo sogno: riattualizzare nel vicino Adige un mulino ad acqua, seguendo i sistemi costruttivi dei molti ancorati lungo le rive del fiume fino agli anni ‘50 del secolo scorso.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Alle Barbarighe”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/alle-barbarighe/