Il recentissimo restauro degli affreschi della "Sala Cinese" di villa Valmarana a Noventa Padovana ha riproposto la figura e l'opera di Andrea Urbani, che ha lasciato diverse opere anche in Polesine, dove invece è stato dimenticato e negletto.
Eppure, Andrea Urbani è stato sicuramente uno dei più interessanti fra i pittori che, nel corso del Settecento, avevano dedicato le loro cure e gran parte della loro attività all'affresco ed alla decorazione. Non certo un "minore", ma un artista dotato di straordinaria fantasia, capace di rinnovare la varietà di estri e umori di quel mondo che ritroviamo nel teatro goldoniano, ma anche nei resoconti dei viaggiatori settecenteschi.
Nei suoi affreschi e nelle sue decorazioni, che si allontanano dalla lezione scenografica e prospettica dei Bibiena, per riconquistare la libertà della pittura, del colore e delle forme, Urbani non si limita a raccontare Venezia e il Veneto, ma inserisce scene ed elementi di sapore orientale e addirittura immagini dal "Nuovo Mondo".
Andrea Urbani era nato a Venezia il 23 agosto 1711. Da tempo immemorabile, l'attività della famiglia era quella di tessitori della seta, e dalla pratica del padre, Francesco, gli erano venute le prime e più elementari nozioni sul colore e sugli impasti, che lo avevano indotto a dedicarsi alla pittura, senza seguire un apprendistato regolare, ma da autodidatta, ispirandosi agli esempi di alcuni artisti del tempo, come Mengozzi Colonna.
Così, al momento di lasciare la bottega paterna di tessitore, aveva già acquisito una buona preparazione tecnica che lo portava specialmente verso la decorazione.
Al 1742 risalgono le sue prime opere note: la decorazione della cappella della Madonna nella chiesa dei Servi di Portogruaro (dove in seguito, pare, eseguì anche quelle del soffitto del coro) e le pitture sulle volte delle cappelle prossime all’ingresso per il Duomo di Udine. E otto anni più tardi, sempre a Udine, l'artista realizzò un ciclo di decorazioni nel palazzo Mangilli-Dal Torso.
Ritroviamo Andrea Urbani attivo come scenografo al Teatro S. Samuele di Venezia tra il 1754 al 1758; sono gli anni in cui stringe amicizia con altri artisti e conosce i maggiori ingegni del tempo come Carlo Goldoni, l'abate Chiari e i fratelli Gozzi. In quello stesso periodo sposa Cecilia Grassi e mette su famiglia. Nel 1758 è a Treviso, dove collabora con Jacopo Guarana alla decorazione del soffitto della chiesa di S. Teonisto.
Nel giugno del 1760, forse per sostituire Mengozzi Colonna che si era ritirato all'ultimo momento e su sollecitazione di Giuseppe Valeriani il pittore prediletto della zarina Elisaveta Petrovna, intraprende un viaggio in Russia, insieme a Francesco Fontebasso, saltuario collaboratore del Tiepolo che aveva probabilmente conosciuto durante il soggiorno a Treviso.
Poco o nulla sappiamo dell'attività di Urbani a San Pietroburgo e forse sono a lui attribuibili le quadrature e gli ornati dello scalone d'onore del Palazzo d'Inverno e la Prospettiva Nevski all'Ermitage.
Nel 1763, quando il loro protettore a corte Giuseppe Valeriani è morto ormai da un paio d'anni, Urbani e Fontebasso faranno ritorno a Venezia.
Nei dieci anni successivi, Urbani opererà specialmente a Venezia, dove affrescherà il soffitto di alcuni palazzi e continuerà con successo l'attività di scenografo al Teatro S. Samuele. In quegli stessi anni otterrà importanti commesse per lavori nell'entroterra veneto, finendo per spostare la sua attività soprattutto nel padovano, al punto che nel 1775 si stabilirà definitivamente nella città del Santo.
Al 1768 è ascrivibile la decorazione del tinello di Villa Zoldan a Fossolovara e al 1770-72 le decorazioni delle ville Giustinian, Manzoni e della citata Valmarana a Noventa Padovana. In queste opere la conquista stilistica ed espressiva di Urbani è ormai al suo apice e si rivela nella grande libertà prospettica e nel gusto ricorrente per quei motivi orientali che erano di moda in quel tempo e che, nel suo caso, rimandavano talora al soggiorno in Russia.
In Polesine, come testimonia anche il nipote Domenico, Andrea Urbani aveva lavorato a Villa Pellegrini a Salvaterra, intorno al 1775 o poco più avanti. Gli interventi di Urbani sono probabilmente da mettere in relazione con il risanamento della parte più rappresentativa di questo splendido edificio di origine secentesca alle porte di Badia Polesine. Le decorazioni interessano, infatti, la grande sala a pianoterra e tutte le stanze del corpo centrale, con stucchi e delicati motivi di ornato. Pitture sovente volte verso una verdastra monocromia, ma anche scene di tenui colori e di carattere squisitamente scenografico, con architetture e prospettive, intrecci di fiori, personaggi e animali, battelli e immagini di raffinato e insolito esotismo. Queste decorazioni sono in più di un caso analoghe a quelle veneziane di Ca’ Sagredo a S. Sofia (oggi Pospil), risalenti ad un paio di anni prima.
Il salone a pianoterra è sicuramente quello che ha più impegnato l'artista, purtroppo le pitture sono in parte cancellate e irrimediabilmente danneggiate fino ad una certa altezza. A trasformare il salone in una sorta di palcoscenico, ci sono certe architetture fantastiche che si aprono a traforo su fondali più chiari, dove affiorano putti, piante, uccelli e pappagallini, e poi colonne e vasi e ingannevoli nicchie di diversa grandezza in cui dormono busti e statue. C'è perfino un grande e illusorio vano scala dipinto simmetricamente a quello vero. La volta della scala è arricchita da una decorazione tenue con motivi ad arabesco tra l'azzurro e il verdastro. Non diversamente nel salone al primo piano, al centro del soffitto, tra ornamenti rococò, appaiono due amorini.
Quasi certamente, Urbani, in quello stesso periodo, lavorò in una dimora patrizia di Lendinara, sulle cui pareti, ancora oggi, nonostante le cattive condizioni di conservazione, si può ritrovare quell'affollato mondo tardo settecentesco, in cui veneziani di terraferma, cineserie e perfino gli indiani d'America convivevano felicemente.
Fino al 1782, quando concluse la decorazione del Castello di Montegalda, l'artista fu impegnato in chiese e palazzi, ma anche come scenografo al Teatro S. Samuele di Venezia.
La morte lo colse nella sua casa di Padova il 24 giugno 1798, quando ormai del mondo che aveva amato e nel quale aveva trascorso gli anni più intensi della sua esistenza non c'era più. Il fatto che venisse sepolto nella Cattedrale ci induce a credere che la sua celebrità non fosse ancora appannata. Ma in capo a pochi anni, tranne i familiari e gli amici superstiti, nessuno più ricordava il suo nome. Come, del resto, ancora oggi in Polesine.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Sergio Garbato. “Andrea Urbani a Salvaterra”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/andrea-urbani-a-salvaterra/