Sono passati quasi cinquant'anni dal tempo della mia infanzia, l'età che lascia nel cuore petali di ricordi. Piano piano, col trascorrere del tempo, questi si tramutano in evanescenti bolle di sapone che scoppiano con un PLUFF!… Ed a noi non resta che la dolcezza un po' fantasiosa della memoria.
Fatti, situazioni, personaggi ci scorrono davanti in una sorta di sfilata magica, danzante al carillon della vita che inventa ritmi e tonalità differenti. Allora, basta una strada, un angolo di casa, un portone, un viso singolare ad indurti a rievocare fatti o a ricomporre ricordi.
È ciò che mi succede quando raggiungo Rovigo, città che amo e che dista pochi chilometri dal mio paese: Stanghella, che invece si trova in provincia di Padova, pur essendo separata da quasi quaranta chilometri dalla "città del Santo".
Gli stanghellesi o più semplicemente, gli stanghellani sono da sempre avvezzi a far capo a Rovigo per effettuare acquisti, sbrigare pratiche negli uffici, usufruire delle strutture sanitarie o, ancor meglio, lavorare!
Nei decenni passati, questo legame con il capoluogo polesano, era ancora più forte proprio per il breve tragitto da percorrere che, quando la motorizzazione era agli albori, veniva superato in bicicletta o addirittura a piedi.
Il mercato del bestiame, nei ricordi di mio padre agricoltore era una tappa d'obbligo che si concludeva, per un accordo finale sui prezzi, al caffé Borsa. I mediatori, alcuni di grosso calibro, erano ricercati proprio in questo locale. Ricordo che, al ritorno da Rovigo, papà si toglieva da sotto il cappotto un doppio foglio di giornale che lo aveva protetto durante il viaggio in bicicletta dal freddo invernale. Poi faceva il suo resoconto dei mediatori incontrati: inveiva contro uno che aveva svalutato la sua proposta o ne lodava un altro perché era riuscito a vendergli una vacca ad un prezzo vantaggioso.
E al ritorno da Rovigo c'era sempre nelle sue tasche qualche cioccolatino, di quelli buoni, con la ciliegia liquorosa che ancora in paese non erano arrivati!
Sono ancor oggi i lucenti cioccolatini che mi ricordano l'indimenticabile atmosfera visiva ed… odorosa del caffé Franchin, in piazza Vittorio. Era un piccolo mondo magico nel quale entravo una o due volte l'anno. Costituiva la tappa conclusiva di qualche visita specialistica al vecchio Policlinico ed era il premio per non aver pianto quando entravo nell'ambulatorio del severo e serio dottore che non aveva proprio nulla che lasciasse presagire gli attuali colorati travestimenti dei medici che non spaventano più i bambini. La consolazione però c'era anche allora, ed era proprio il caffé Franchin.
Nel bancone in vetro luccicante con rifiniture liberty d'ottone erano allineati pasticcini dall'aria assolutamente irresistibile. Il rosso vivo dell'alchermes sottolineava scure farciture al cioccolato e rilassanti cascate di glassa avvolgevano bigné dall'aspetto soffice e cremoso. Nelle bocce panciute stavano adagiati in un silenzioso ma lucente esibizionismo cioccolatini avvolti nelle livree più favolose.
Io, la mamma, il papà sedevamo al tavolino ed io, timida bambina di campagna, ero felice e disperata allo stesso tempo: quando il cameriere con l'immacolata giacca bianca veniva per le ordinazioni, tenevo gli occhi bassi e desideravo con tutta me stessa che non mi domandasse come mi chiamavo.
Era una domanda alla quale rispondeva la mamma e sulla quale il papà rimarcava: "La xé 'na boscarola!" Per dire che mi vergognavo perché ero abituata a vivere in campagna.
Mi rincuoravo a poco a poco e, guardandomi intorno, ammirando piccoli pagliaccetti colorati fatti con pasta di confetto accanto a porcellini rosei di diverse grandezze. Un aroma inebriante di caffé misto a quello della cioccolata si univano in una sorta di meraviglia aerea che si respirava col desiderio che non finisse mai.
La cosa più singolare era l'arrivo delle pastine allineate in bella mostra su di un vassoio a forma di conchiglia a due valve, sostenute da uno stelo, come un grande calice. Di fronte a me si schiudeva un piccolo tesoro. Potevo scegliere la pasta che più mi piaceva: il cannoncino alla crema! Aveva un gusto indimenticabile nel quale si univano la dolcezza dello zucchero con la delicata fragranza della vaniglia racchiusa nella spirale della pasta sfoglia.
Immancabilmente un ricciolo di quella crema mi gocciolava sul vestito da festa e così ogni volta tornavo a casa con un "timbro-ricordo" del mio viaggio in città.
A pochi passi dal caffé Franchin era un altro posto di cui ricordo l'ampiezza che sembrava presagire gli attuali centri commerciali. Era il negozio del cavalier Gasparetto.
Affacciato sul lato est di piazza Vittorio, vendeva abbigliamento: dall'intimo ai capi da indossare tutti i giorni. Il locale era molto esteso e su ogni lato erano posti i banconi dove stava sistemata in bell'ordine la merce. Al centro, alla cassa, su una specie di trono stava il cavaliere che, elegantemente vestito ed ornato di occhialini a mezza luna, teneva sotto controllo i dipendenti e la situazione generale.
Lì si trovava di tutto e spesso vi si ricorreva per acquistare, con i soldi appena guadagnati dal raccolto o dalla vendemmia, capi invernali caldi e pesanti. Erano indumenti destinati a durare tantissimo e spesso trasmessi a fratelli o cugini anche con qualche sapiente rammendo.
Sul lato opposto, all'angolo sud-ovest del liston, era il caffé Pedavena, dove aleggiava invece, tra un continuo tintinnare di tazze e bicchieri, il penetrante aroma della birra e l'appetitoso profumo di toast inimitabili.
Negli anni '70 era un rifugio per gli studenti che "bruciavano" qualche lezione e negli angoli bui del locale aspettavano l'ora di uscita dalla scuola per rimescolarsi a coloro che avevano frequentato.
Ci si avviava ormai adolescenti verso la stazione delle corriere che occupava lo spazio ora onorevolmente dedicato a Giacomo Matteotti.
E lì era un brulicare di persone, varie per età e dialetti, che ricomponevano il variegato mosaico polesano creando una colorita atmosfera nella quale lo studente carico di libri era accanto alla massaia che aveva fatto una capatina al mercato o al contadino venuto al consorzio per comperare sementi.
Gli altoparlanti alternavano annunci di arrivi e partenze e si sentivano i nomi di paesi come Ca' Tron, Ca' Emo rievocanti l'illustre passato polesano all'ombra della Serenissima.
Con le corriere, di quella che un tempo era la SIAMIC, si arrivava e si partiva per tornare a casa. Si rientrava dalla città, da quella Rovigo che per noi costituiva il punto di riferimento dei nostri studi effettuati nei diversi Istituti scolastici ancor oggi attivi, presenti, rinnovati.
Il percorso per Stanghella era di pochi minuti: attraversato a Boara il ponte sull'Adige si era già in provincia di Padova…
Così si spegne il fiammifero che ha illuminato piccoli ricordi, semplici ma per me preziosi, legati a questa città, a volte un po' "snobbata", ma dal cuore antico e forte che ha fatto parte della mia vita e di quella di molti miei compaesani.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Arrivare a Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/arrivare-a-rovigo/