Le mire espansionistiche dei paesi europei a inizio ‘900 portarono a un’intensa politica coloniale che arricchiva i paesi leader e non risparmiava l’Italia. Si registrò un’inedita accelerazione, più nei programmi che nei mezzi, con una folle corsa agli armamenti e alle ingenti spese che ne conseguirono.
In questo quadro si inserisce la conquista italiana della Libia. Tra il 1911 e il 1912, con Giolitti alla guida del governo, avviene la conquista di questo lembo d’Africa.
Alla fine degli anni ‘30 i coloni italiani stabilitisi nel territorio oltremare raggiungevano il 13% della popolazione. A guidare la Libia italiana al tempo del governo Mussolini, un giovane Italo Balbo che la divise in quattro province più un territorio sahariano. La sua politica di colonizzazione italiana del territorio libico tentò di raggiungere un’integrazione con la cittadinanza locale; e lo sviluppo che mise in atto coinvolse diversi ambiti: infrastrutture, sanità e sistema scolastico, migliorando, nella maggior parte dei casi, la situazione degli abitanti.
Poi la seconda guerra mondiale, la perdita della colonia, la scoperta dei giacimenti di petrolio; in seguito la dittatura di Mu’am-mar Gheddafi che mise in atto un programma di nazionalizzazione con pesantissimi risvolti sociali per i coloni italiani penalizzati dalla confisca di tutti i beni e dall’improvviso e forzato allontanamento: entro il 15 ottobre 1970 tutti costretti a lasciare il paese.
La storia riporta i fatti, le date, i conflitti, ma non il vuoto che certi avvenimenti lasciano nella vita delle persone.
Il nostro viaggio all’interno della storia si ferma qui, per raccontare la vita di Silvana Mellacina, ad iniziare dalle sue origini, senza le quali non sarebbe possibile apprezzare e capire l’artista che si cela dietro la donna.
Silvana, una bambina nata a Tripoli, in Libia, e costretta a subire le cause e gli effetti di una migrazione di cui, a suo tempo, non poteva capire il senso.
“Avevo undici anni e mezzo – racconta – era un giorno strano, non capivo cosa stava succedendo. Presero me e la mia famiglia e ci portarono al porto di Tripoli, sul luogo campeggiava la polizia araba armata che orchestrava la nostra uscita. Ci imbarcarono su una nave tipo carro bestiame dal nome ‘Argentino’, era tutto così confuso e orribile, ce ne siamo andati coi vestiti che avevamo addosso. E dire che la mia era una famiglia rispettabile, perché tanto odio? Avevamo sei o sette operai che lavoravano nella nostra tenuta, stavamo bene e il rapporto coi dipendenti era buono. Avevamo anche una cavalla, Giuliana che aveva vinto molti premi, poi ho scoperto che il governo di Gheddafi aveva portato via anche lei oltre al nostro bestiame.
Ma il popolo libico non era così, amavano gli italiani perché avevano portato l’agricoltura in una terra che viveva ancora di pastorizia, le strade, le infrastrutture… ma il petrolio faceva gola ai politici che hanno poi sobillato il popolo. Ho un ricordo dolcissimo della mia terra, l’arabo era obbligatorio nelle scuole e, pur difficilissimo io, lo avevo imparato, lo sapevo scrivere e parlare.
Ero innamorata di mio padre, era un grande filosofo, mi ha trasmesso l’amore per l’arte e per le cose belle, nella sua famiglia sono tutti baritoni, tenori… ah la musica! che grande cosa. La realtà in cui vivevo da piccola era così dolce e ovattata. I nostri vicini di casa erano arabi, con noi avevano instaurato un rapporto di reciproca stima e riconoscenza e quel giorno al porto erano venuti a salutarci in lacrime.
Cosa ricordo di Tripoli? Il bianco accecante delle case, i fichi d’India, i mandorli, gli ulivi e il deserto che nel momento del tramonto ha mille sfumature. Questa è la mia Africa: le case bianche, la mia città e la velocità con cui tramonta il sole lasciandoti in un buio pesto, ma non privo di contenuti… LA FELICITA’ IN MEZZO A UN DESERTO… è un ricordo disarmante.
Ma io sono stata fortunata, sai, ho avuto un’infanzia bellissima, sono stata tanto amata. Dall’Italia i miei genitori avevano portato anche la nonna che, come molte nonne romagnole, era grossa e un’ottima cuoca. Era una donna molto cordiale, se penso a lei ricordo le tagliatelle stese su di un tavolo di legno di una casa di Tripoli e la cena di Natale per la quale faceva dei cappelletti grossi ‘come delle pizze’. Dopo i festeggiamenti partivamo da casa sua per tornare verso casa nostra; mio padre mi prendeva in braccio e percorrevamo quattro km a piedi nel buio totale del deserto. Avevo paura di quell’oscurità, ma il canto stonatissimo di mio padre in mezzo a quell’immenso di spazi e tempo mi dava un senso di estrema tranquillità.
Questa è la mia storia, i miei ricordi. Da allora tutto è cambiato, ma le sensazioni che derivano dai colori, dai sapori e dai profumi si innestano in noi con una tale prepotenza che è direttamente proporzionale all’intensità con cui le hai vissute.
Il colore bianco mi accompagna da sempre perché mi ricorda i tetti delle case di Tripoli, è il colore della mia vita, della mia anima e di quell’innocenza che ho perso in Africa in un’infanzia felicissima e fortunata. Non ho trovato mezzo migliore dell’arte per lasciare impressi i miei ricordi, e le creazioni che progetto hanno il senso del passato.
I materiali delle mie sculture sono diversi. A volte uso la carta di marmo, un amalgama di cellulosa pura, polvere di marmo di Carrara e un inedito conglomerato di cui gelosamente custodisco la ricetta. La cartapesta invece è stata un’autentica riscoperta, ha origini molto antiche ed è stata ampiamente usata nei secoli; la amo particolarmente per l’intenso lavoro che prevede, per la sua apparente fragilità e per la versatilità delle soluzioni finali. Adotto anche altri composti, come l’argilla che uso sempre a crudo ed il cuoio che trovo affascinante, plasmabile e ‘docile’, ma con un carattere vigoroso.
La pietra grattugiata e la polvere di pietra hanno in me il senso del ricordo della sabbia del deserto e di tutto ciò che è polveroso, lontano e fiabesco, lo conservo come un bene prezioso e un monito all’artigianato che va scomparendo. Amo usare le mani per plasmare e sentire le grinze del cuoio lavorato, le superfici irregolari, le rughe della carta e le asprezze della pietra. Questa sono io, ai colori e alla mia fantasia affido il resto”.
Silvana è un’artigiana straordinaria, e nella rosa delle sue creazioni troviamo lampade, sculture, vasi e piatti con una plasticità ruvida che va ricercata nei materiali e nel ricordo lontano di sabbia, vento e sole della sua amata Tripoli.
L’artista affronta la materia come una sfida e la polvere di pietra sembra conferirle ancora più carattere e temperamento. Singolare è l’opera religiosa del Cristo in croce eseguita in cuoio in cui il corpo del Signore si perde in un degradare di grinze ondulate e dove si bilanciano la pesantezza della materia e la dolcezza delle pieghe in un pressante misticismo che fa di quest’opera un’aula liturgica.
Qui l’ultimo movimento divino corrisponde al primo scatto di muscolo dell’umanità lavata dai suoi peccati e l’artista si limita a traghettare l’attenzione su una veste sintetica che sta per la sofferenza universale e non accenna a dettagli fisici iniziando a corrompere l’idea di ordine estetico del Cristo in croce a cui siamo abituati. L’assoluta sobrietà di quest’opera è talmente agghiacciante nel suo silenzio che sembra immortalata nel tempo e nello spazio mentre il soggetto è potentemente comunicativo da infondere un senso di impotenza.
Silvana Mellacina è un laboratorio di idee ed è anche poetessa, affida la cabina di regia delle opere a un sentire squisitamente femminile, non soffre dei suoi cambiamenti stilistici perché in accordo con la sua articolata fantasia. Silvana ha partecipato a diversi concorsi, vive e lavora a Polesella, ha un curato sito internet ‘Le cose di Silvana’ e da qualche anno a questa parte propone le sue creazioni in diverse esposizioni pubbliche e private.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Con l’Africa nel cuore”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/con-lafrica-nel-cuore/