“Cuor di rugby ‘70” (www.ags-edizioni.it) è il libro fotografico realizzato da Luciano Pavanello e curato da Graziano Zanin, un volume che ha riscosso ampi consensi, e che, tramite le istantanee di Pavanello, ricostruisce la storia sul campo del rugby rodigino, veneto e nazionale degli anni Settanta.
Sfogliando le pagine di questa bella pubblicazione si rimane colpiti dall’entusiasmo e dalla passione con i quali Luciano Pavanello ha ripreso i vari momenti, quelli più emozionanti e coinvolgenti degli incontri di rugby.
“I nostri “Bersaglieri” li ho visti nascere – ricorda Luciano – e, nel dopoguerra, ho vissuto in prima persona questo sport che mi appassiona da sempre. Sono stato prima giocatore, poi cronista e, in seguito, padre di giocatori. Ho realizzato moltissimi servizi per il Resto del Carlino e mi sono dedicato con grande impegno alla fotografia che mi ha dato gratificazioni di vario genere”.
Ma Luciano Pavanello è soprattutto un artista del ferro battuto, un artista che dal ferro sa ricavare splendide opere. Allievo di Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, Luciano ha fatto tesoro degli insegnamenti del suo maestro ed ha coltivato nel tempo con successo l’arte del ferro battuto.
“L’ing. Marchesini, fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, mi chiamò a collaborare come docente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori – dice Pavanello – ed io accettai con gioia. Mi è sempre piaciuto poter insegnare, trasmettere ai giovani la passione per quest’attività che richiede sacrifici e impegno, ma ripaga con la soddisfazione di veder realizzate materialmente le proprie idee.”
Luciano Pavanello mi ha ospitato nell’antica casa da lui adibita a laboratorio e mi ha mostrato diverse sue opere: piccole deliziose chiocciole in ferro, una graziosissima tartaruga, una scultura che rappresenta il Golgota, un raffinato tavolino, un elegante candelabro, bellissime farfalle, portapenne originali e artistici, tante splendide rose in ferro battuto e rame, crocifissi stilizzati. Tutte opere che mi hanno affascinato per la cura dei particolari, per la raffinata eleganza e per la poesia che da esse traspare.
Protagonista principale dell’opera di Luciano Pavanello è la natura: figure animali e vegetali, fiori, foglie, libellule, farfalle popolano i suoi oggetti.
La lavorazione a caldo (quella usata da Pavanello) in uso soprattutto nell’antichità, sfrutta una delle caratteristiche più importanti del materiale: la duttilità, proprietà che permette di battere, comprimere e allungare il metallo senza alterarne il volume. Con il calore il pezzo di ferro diventa, quindi, plasmabile e può essere modellato come una scultura; inoltre ad alte temperature può anche essere unito per fusione ad altri pezzi senza l’ausilio di viti o di chiodi. Come spiega il Maestro Pavanello “dopo la forgiatura a caldo, l’oggetto o la lastra di metallo possono essere incisi a freddo, lavorazione che permette di rifinire il manufatto.”
Nella “bottega” di Luciano Pavanello troviamo vari strumenti: oltre all’incudine e al martello, la morsa, le tenaglie, i punzoni. “L’opera finita, – dice l’artista – affinché non subisca l’attacco della ruggine quando è esposta alle intemperie, dev’essere trattata. A questo scopo sono stati usati vari metodi: anticamente gli oggetti venivano verniciati e in alcuni casi dorati; oggi la zincatura unita alla verniciatura a grafite affianca il tradizionale trattamento antiruggine col minio”.
Luciano Pavanello ama il ferro e ne evidenzia l’importanza nella storia dell’umanità: “Nessun materiale – sottolinea – è stato più importante del ferro per lo sviluppo della civiltà umana. La sua scoperta risale intorno al 1400 a.C.; a quei tempi era di gran lunga più costoso dell’oro, proprio per la difficoltà di lavorazione. Solo temperature molto elevate (circa 1600 °C), difficili da raggiungere nell’antichità, consentono di liberare il metallo dai minerali in cui è inglobato: intere foreste sono state sacrificate a questo scopo.”
Luciano non apprezza la produzione di oggetti per fusione. “La fusione – spiega- produce sempre una copia dell’originale; la fusione per sua natura produce una copia, perché riproduce a posteriori un oggetto nato a priori dalle mani dell’artista (che ha lavorato sulla creta, sulla cera, sul gesso) e che dopo viene distrutto. Personalmente prediligo l’incisione, lo scolpire a bassorilievo, ad altorilievo, con il bulino, con lo scalpello ed il martello. Amo il bulino e la mola che mi consentono di osservare, di lavorare anche sui particolari, di riprodurre ciò che l’occhio sa osservare. Mi piace dare vita ad un’idea tramite la materia”.
Fotografia e ferro sono dunque le due passioni di Luciano Pavanello: la prima “f” per documentare ciò che ama, la seconda per consegnare al mondo opere che non moriranno.
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Come citare questo articolo
Angioletta Masiero. “Cuore d’artista”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/cuore-dartista/