L’animus di un artista è più che mai un paese straniero. Se ci si propone di viaggiare dentro la sua produzione cromatica, limitandosi a uno sguardo ai suoi manufatti, si può non avere una visione completa della qualità artistica, perché chi porta sulla tela l’incanto dirompente delle proprie emozioni, va conosciuto nel suo habitat naturale, quello in cui si coagula la realtà del suo vissuto.
L’atelier che ci accoglie trova posto nella parte bassa di una grande casa bianca, rassicurante come un ventre materno. Qui Rossi si è ritagliato un suo rifugio. Ed è gratificante vedere, con quanto buon gusto ha saputo crearsi un angolo caratteristico, soltanto suo. Pennelli, spatole, tele affastellate o appese alle pareti parlano di un lungo viaggio che parte da un lessico accademico di deliziosi ritratti in punta di matita – frutto di seri studi di chi sa veramente disegnare, con soste in figure carnascialesche, per giungere ai primi tentativi di pittura astratta, maturati nella sicurezza di una personalissima stazione nel metafisico, approdando ad una maniera astratta pura che ha saputo del tutto spogliarsi della rassicurazione figurativa.
Raggiunto questo traguardo, Rossi sa creare un’interessante empatia tra realtà esterna e il suo mondo interiore, ricercando la forma tramite la forza del colore, nel tripudio di un cromatismo squillante. Non alieno da una vis espressionistica, sa offrirci l’immagine di oggetti interiorizzati, rimandando a noi l’emozione che hanno saputo suscitare nel suo cuore.
Ogni artista di valore ha un suo intimo topos.
E quello di Rossi è il paesaggio, non certo fotografico, ma che da esteriore si fa luogo dell’anima e fiorisce e compare e ricompare, facendosi – in materici colori sfatti -, ora laguna in cui si specchiano barche e case d’inverno, ora tralci dell’immaginario, pronti ad ornare anche la bellissima figura femminile, icona della mostra.
Dolcezza di colline che si rincorrono in esiti corposi, di rara suggestione; nudi femminili di sensuale carnalità, sempre accolti dall’abbraccio paesistico, filtrato dal fascino insistito di luci che sanno rabbuiarsi in ombre per tornare a brillare un istante dopo, secondo la volubile grazia dell’ispirazione.
Pittura gioiosa, consolatoria – soprattutto se pensiamo al difficile momento sociale che il mondo sta vivendo -, ma non certo superficiale. Pittura di estati roventi, di pochi inverni ghiacciati, che sa giocare, soprattutto nell’ultima produzione, sull’ossimoro coinvolgente della variazione continua tra note ardenti e note fredde, atte a sottolineare l’estro visionario di un artista che non dipinge en plein air, ma sa regalarci una sua interiorizzata visione della realtà che lo circonda, facendola sua e quindi un poco nostra, da quando ci ha aperto la porta del suo mondo.
Nato a Grignano Polesine, frazione del comune di Rovigo, nel 1957, Loris Rossi si è diplomato presso l’Istituto d’Arte “Dosso Dossi” di Ferrara nel 1975 e successivamente presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1979. Ha al suo attivo una vasta produzione nel campo della pittura e varie sue opere hanno ottenuto premi e riconoscimenti partecipando a mostre e rassegne d’arte.
Da diversi anni, accanto alla produzione pittorica, è impegnato in un’intensa attività didattica, conducendo corsi di pittura in varie città. Risiede ed opera nel suo studio ad Arquà Polesine, in via Scolo Valdentro, 2.
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Grazia Giordani. “Cromatiche magie”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/cromatiche-magie/