Koando la stajon la se verzèa, dopo S. Valentin, e koalche siòn (vortice) de vento nunziava la vegnùa de Marzo, Dòacre l'anguriaro, el se metèa ala volta.
Era costui un tipo cicciottello, ben tapà, lontano dal contadino asciutto coi nervi in mostra. Eh già, perché nel dopoguerra si mangiava di magro, senza bisogno di tanti Comandamenti; nessun accumulo di calorie, valori bassissimi di colesterolo … Cipolle, aglio, radicchi amari, begigole e molesini (erbe selvatiche) cipollotti, carrube e cicoria provvedevano abbondantemente a depurare l'organismo. Sconosciuta la stitichezza, noioso fastidio moderno, si ricorreva invece sovente alla polpa di Tamarindo venduta sui banchi del botanico, perché era un astringente.
Dòacre prendeva in affitto una braja di terreno di mezzo ettaro per seminare le angurie. Sulle sue spalle gravavano i vecchi genitori e tante bocche mai sazie, i suoi figliuoli che la Sterina, buona donna, gli sfornava con cadenza biennale.
Deponeva con cura i semi neri delle angurie nelle pozze scavate con la zappa, poi ricopriva affidandosi alla buona sorte. Dòacre nol jera miga massa de Ciesa, tanto è vero che gli scappavano sovente koatro sarake con la rapidità di una sventagliata di mitra. Ma, per essere più sicuro, la domenica di Pentecoste portava a benedire le piccole croci ricavate coi rametti di salice nuovo, bianche come l'anima dei Santi, e le andava a piantare ai quattro canti del suo piccolo tesoro.
Cominciava la lunga snervante fatica, il dover far la guardia al campo: prima gli uccelli predatori, poi i tanti "bai neri" (parassiti) sterminatori delle tenere piantine, le lepri che brucavano come tante capre, e sempre sperando nella pioggia.
Cessati i pericoli della natura, non appena le angurie arrivavano a tre quarti di maturazione, ecco profilarsi il flagello dei soliti ragazzacci che quatti quatti tiravano a rubargliele.
Dòacre stava sempre all'erta, dormiva con un occhio solo, sbucava sacramentando dal fondo del fosso asciutto per rincorrere quei demoni con la cortelina (roncoletta) sguainata, luccicante al chiarore della luna. Ma costoro avevano gambe di gazzella e tecniche affinate, come quella di farsi inseguire in due o tre, mentre gli altri compari facevano man bassa in fondo al campo protetti dalle siepi d'acero.
Dopo la fiera d'agosto di Badia, pregando, tirando rasie, sospirando, scongiurata la grandine che avrebbe potuto fare poltiglia del raccolto, le nere e grosse angurie rotonde, le uniche allora esistenti, erano finalmente pronte per la raccolta.
Dòacre el tapava (costruiva) alora la anguriara su la riva de l'Adeseto. Una intelaiatura di pali conficcati nel nudo terreno battuto, sostenevano fasci di canne palustri che fungevano da pareti; anche la copertura era di canne e quel semplice materiale era efficacissimo nel proteggere i grossi frutti dal calore estivo nonché dai rari acquazzoni. Quattro assi di scarto, sostenute da altri paloni, costituivano la tavola, il cui arredamento era completato da lunghe panche a sedere; praticità, rusticità ed efficienza, erano le caratteristiche dell'agreste ricovero.
Sembra una favola, ma la gran ressa che oggi si nota nelle pizzerie e trattorie, per raggiungere le quali si fanno spesso tanti chilometri, è stata preceduta alla corsa all'anguriara, sfizio massimo per le povere tasche di allora.
Dòacre saltava come una cavalletta da un bancone all'altro, sollevava l'anguria in aria con teatralità e, al grido di battaglia Tajo, tajo rosso, affondava la punta della cortelina in quella polpa carnosa facendo notare il crepitio che ne seguiva, segno inequivocabile della fragranza zuccherina del frutto.
Se ciò non si verificava, con una piega amara della bocca, Dòacre sentenziava: “La xe ònta, bona da gnente”, e la scartava ammonticchiandola all’esterno, cibo per maiali, perché nulla doveva essere abbandonato.
I bambini erano tutt’occhi, bastava veramente poco per farli felici, la rarità dell’evento si sa acuisce il desiderio, e non possiamo oggi meravigliarci se essi non provano stupore per nulla: tanti dolci, tanti giocattoli che infine il godimento massimo consiste nel fracassarli.
L’anguriara di Dòacre era provvista anche di meloni dalla succosa polpa gialla, ma la gente comune li considerava roba da siori, ed infatti le signore di rispetto passavano il mattino ad acquistare meloni da consumare fra le mura domestiche, al riparo dalla gazzarra e dalla plebe senza creanza.
Gustate col cucchiaio, le angurie erano raschiate per bene fino ad arrivare al verde della scorza. I resti del pasto finivano poi nell’Adigetto, ma non era un gesto incivile perché file di anatre e oche, perennemente viventi lungo le rive del corso d’acqua, si tuffavano all’inseguimento. Quelle verdi scorze erano una leccornia che non si lasciavano sfuggire, e le inseguivano becchettando ed emettendo gridolini di giubilo.
Qualche baracca per il commercio delle angurie, oggigiorno per lo più costruita in prefabbricati, col rispetto di tante norme paradossali nel caso, si nota ancora nei nostri paraggi, ma i ragazzi che dovrebbero costituire la clientela più assidua, pur disponendo di quattrini, dimostrano sempre meno interesse. Così, una dopo l’altra, chiudono mestamente le gloriose anguriare, e con esse momenti irripetibili di grande socialità, di umanità, per tacere della fine di una tradizione millenaria.
Ad una osservazione superficiale parrebbe che quelle forme rustiche di aggregazione attorno al desco possano essere sostituite dalle tante birrerie, pub, ecc., ma francamente a me sembrano tanti buchi neri della spiritualità, efficienti strumenti (questo sì) di guadagno, razionalizzati al massimo per sbrigare in fretta gli avventori, perché altri attendono e non c'è più tempo da perdere, perché qualcuno ha sentenziato che il tempo è denaro e contano solo i schei.
Che tristezza per Dòacre se fosse ancora in vita! Lui che lasciava le allegre compagnie a tirar tardi e cantare a squarciagola con essi: "Ke bele tetine la gà … la campagnola, … xe fate per fare l'amooor". E per sommo di ingiuria, quando un locale viene mal tenuto, e peggio frequentato, si usa dire: "El xe pezo de on'anguriara".
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Come citare questo articolo
Graziano Beccari. “Doacre… l’anguriaro”. Ventaglio Novanta, n. 19, 1999. https://ventaglionovanta.it/archivio/doacre-languriaro/