Con l’occupazione del nord Africa attuata dall’esercito statunitense nel novembre 1942 e il successivo sbarco in Sicilia nell’estate 1943, il Terzo Reich e i suoi alleati Italia e Giappone compresero che l’arrivo in Europa della soverchiante potenza atlantica era imminente. Nonostante ciò, per Hitler e i suoi strateghi la sconfitta della Germania non era una questione scontata e si contava ancora in un capovolgimento della situazione, facendo affidamento sulla capacità delle truppe tedesche di contrastare quelle angloamericane nell’impervio suolo italiano, nonché sulle nuove armi di distruzione di massa in fase di sperimentazione.
La Germania non attese l’armistizio dell’8 settembre per un’occupazione preventiva del Paese, ma già poche ore dopo che il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo aveva votato contro il suo Primo Ministro, Mussolini, si affrettò a porre sotto controllo i cosiddetti centri nevralgici dello Stato costituiti dai ministeri, aeroporti e caserme della Capitale. Inoltre predispose l’arrivo in Italia di nuove Divisioni tedesche che sistemò tra il Trentino Alto Adige, Lazio, Emilia Romagna e Liguria. Poi predispose una fascia di difesa da Bolzano a Pola (Istria) che si sarebbe concretizzata pochi giorni dopo l’armistizio.
Maggior incertezza costituivano invece i luoghi in cui gli Alleati sarebbero sbarcati, poiché il territorio italiano offre una grandissima quantità di spiagge idonee (60 chilometri nella sola provincia di Rovigo) sia sul versante adriatico che su quello tirrenico.
Dopo uno sbarco in Calabria il 3 settembre, al fine di contrastare la ritirata dei tedeschi provenienti dalla Sicilia, il 9 settembre centinaia di navi alleate sbarcarono a Salerno (V° Armata statunitense) e Taranto (VIII° Armata britannica) decine di migliaia di soldati.
Nell’inverno 1943-44 il Comando Supremo Alleato approntò una serie di piani per sbarcare a nord degli Appennini, che però restarono lettera morta, forse per la necessità di trattenere le truppe in previsione dello sbarco in Normandia nel giugno 1944. Pertanto dopo Anzio (gennaio 1944), furono definitivamente abbandonati ulteriori progetti di sbarco in massa sulle coste italiane.
Le truppe alleate, risalendo la penisola via terra, iniziarono una lenta avanzata, nel corso della quale dovettero registrare grandi perdite. Frattanto le città italiane, dopo i primi attacchi aerei dell’aviazione atlantica, erano divenute ormai deserte, poiché rimaste senza luce, acqua ed ovviamente pochissimo cibo, che veniva razionalizzato e distribuito con tessere. Per ritirarlo e poi portarlo a casa in una pentola di alluminio, i cittadini spesso erano costretti a fare diversi chilometri a piedi.
I fortini tedeschi in Polesine e sui colli Euganei
La Wermacht convenne allora, precauzionalmente, che uno dei punti più vulnerabili utili per un attacco alleato fosse individuabile sulla costa adriatica (ovviamente oltrepassando gli Appennini, a nord di Rimini) e decise di predisporre una barriera difensiva in prossimità di una curva sulla vecchia strada Romea (tra Ravenna e Venezia) a breve distanza dal ramo inferiore del Po. Il suddetto fiume, per la sua grandezza e la fitta rete di corsi d’acqua e canneti, costituiva anch’esso un Fronte naturale, che avrebbe offerto loro un’altra possibilità di resistenza agli angloamericani.
Nell’urgenza di attuare una tale linea difensiva, Hitler dette ordine all’organizzazione TODT di predisporre un sistema di fortini in calcestruzzo (forse 50 edifici), in un’area compresa tra Mesola (Ferrara), Ariano Polesine e Contarina (Rovigo). Nel novembre 1943 fece pertanto costruire il principale sbarramento Tedesco sul territorio italiano, e, contemporaneamente, predisponeva la difesa dell’Adige e del Gorzone, mentre, sui Colli Euganei, centinaia di lavoratori giungevano con carri trainati da cavalli da Badia e Lendinara, per scavare gallerie e trincee che avrebbero dovuto costituire l’ultimo significativo baluardo di protezione nel Veneto verso la Germania.
Si trattava di un sistema di difesa tutt’altro che indifferente, che comprendeva un territorio vastissimo: dall’Adriatico al bolognese, dal Polesine al padovano fino al veneziano, con bunker anche a Sottomarina. Dunque una serie di fortini che, però, nell’evolversi della situazione bellica, nella maggior parte non vennero mai armati, probabilmente perché la Linea Gotica richiedeva una grande presenza di uomini. Un articolato piano di estremo contenimento dell’avanzata angloamericana che avrebbero dovuto costituire il principale complesso di fortificazione tedesca in Italia¹.
I rifugi antiaerei
Oltre alle costruzioni ad uso militare, però, la guerra impose anche la nascita di numerosi edifici per la difesa della popolazione, in modo particolare per fronteggiare i continui attacchi aerei con i quali le potenze alleate piegarono l’alleanza dell’Asse.
La pressione aerea esercitata dagli angloamericani sul territorio italiano vide un’intensa attività di bombardamento anche in provincia di Rovigo, che comportò 420 vittime.
Venivano colpite innanzitutto le stazioni ferroviarie ma non si risparmiarono impianti industriali, ospedali, chiese, borghi urbani e abitazioni rurali, traghetti, ponti, colonne e mezzi militari, senza escludere persone e animali da lavoro e le chiuse fluviali che assicuravano il trasporto, con barche, di materiale bellico verso il Fronte appenninico.
La guerra condizionò le abitudini della gente al punto che dovettero realizzarsi nuovi edifici fortificati per proteggere la popolazione civile, denominati rifugi, sparsi un po’ ovunque e facilmente raggiungibili da vecchi, donne e bambini.
A Rovigo, in alcuni di quei rifugi, vi potevano trovar accoglienza centinaia di persone; al loro interno vi erano cartelli con diciture quali Siate calmi oppure Qui siete al sicuro e persino una strana bicicletta senza ruote ma con i pedali che, girandoli più o meno velocemente, mettevano in moto un ingegnoso sistema di aerazione, mentre altri, destinati ai privati, potevano accogliere solo poche persone. Gli addetti al rifugio pubblico dovevano assicurarsi che all’interno non si fumasse e si tenesse un contegno educato e corretto, richiamando quelle persone che eventualmente si abbandonassero ad inopportuni lazzi, a turpiloquio od a sconcezze di ogni genere ed altre regole elementari di convivenza e sicurezza.
Si potevano trovare anche rari modelli di mini-rifugi trasportabili, come a Badia Polesine, tuttora ubicato in via XXVI Aprile (immagine a pag.81). Il Prefetto di Rovigo, invece, usufruiva di un bunker ad uso famigliare ed esclusivo (tuttora esistente), a due piani, con stanza da letto, dispensa, un’elegante scala a chiocciola in metallo e la toilette².
Diversi rifugi antiaerei sono ancora oggi esistenti a Rovigo ed almeno due a Badia Polesine, uno dei quali è costituito dall’esemplare mobile più sopra citato, mentre l’altro era la base del campanile della chiesa di San Giovanni Battista, ed anche ad Adria il campanile della chiesa della Tomba ospitava un rifugio antiaereo.
Di quei giorni drammatici i più anziani ricordano ancora bene la filastrocca: Pierino bombardiere l’è qua tutte le sere, quando l’è stufo de bombardare, el taca a mitragliare!
Nella nostra provincia, a ricordo di tali dolorosi eventi, troviamo anche alcune significative testimonianze quali una chiesetta votiva a Lendinara, alla cui sommità sono state posizionate alcune bombe aeree (vedi in Ventaglio n.49, pag. 36 La Madonna di Arzarello), la chiesetta del Colombano di Badia Polesine che riutilizza la campana di San Nicolò, il borgo millenario che sorgeva a ridosso del ponte sull’Adige bombardato il 23 aprile 1945, e la colonna annodata di Lusia che conserva, come incastonate a nostro ricordo, alcune piccole schegge del disastroso bombardamento aereo che il 20 aprile 1945 rase al suolo la Guernica del Polesine, lasciando eretta soltanto una torre dello storico palazzo Morosini presso l’Adige.
Molte furono nel corso della guerra le opere approntate per offrire riparo alle persone dagli attacchi aerei alleati. In provincia di Rovigo furono realizzate una notevole quantità di opere fortificate in cemento armato, fosse antischegge, trincee per cannoni e artiglieria contraerea ed un lungo fossato per impedire il passaggio dei carri armati nel verde campo sportivo dello stadio del Littorio a Badia Polesine.
A Polesella, a breve distanza dal ferrarese, fu invece realizzata l’Opera Dodici (così era genericamente conosciuta dagli Alleati, che vi inviarono propri agenti segreti ad ispezionarla) probabilmente la più imponente costruzione di difesa terrestre della provincia, estesa per tre chilometri di lunghezza e costituita di fossati alternati di 70 e 150 metri, profondi 3 metri e larghi 5, armati con cannoni e mitraglie.
I bunker del Delta
I bunker del Delta del Po, che ospitavano mediamente una decina di serventi, avevano sul soffitto un’apertura circolare per accogliere una mitraglia, ed erano generalmente collegati tra loro da cunicoli sotterranei.
A Rivà di Ariano Polesine sopravvivono ancora, seppur abbandonati all’incuria, 3 di quei significativi e rarissimi edifici (quelli in golena del Po di Gnocca furono interrati e forse demoliti) mentre quelli di Taglio di Po (che furono impropriamente abitati da miserabili anche nel dopoguerra³ e di Donada sono stati anch’essi demoliti per necessità idrauliche. Si tratta di casematte che appartenevano ad un complesso sistema difensivo denominato Linea Gengis Khan che, quantomeno finché la Linea appenninica tenne contro gli Alleati, dettero alla Germania l’impressione che il tempo e le sorti delle battaglie giocassero a suo favore⁴.
Edifici in calcestruzzo, verosimilmente riconducibili alla seconda guerra mondiale sono visibili anche a Bastimento e Batteria, in pieno Delta del Po; essi più che altri avrebbero infatti costituito le punte più estreme di una difesa antisbarco, ma per affermarlo con certezza sarebbe necessaria una verifica della cartografia e altra documentazione del sito, non sempre facilmente disponibile.
Oggi, la gran parte di questi singolari edifici di natura militare versa in stato di deplorevole abbandono, ma, per il messaggio storico che esprimono, si ritiene che dovrebbero essere completamente preservati e valorizzati, in un contesto completamente differente rispetto alla loro origine, anche a livello di semplice visitazione. Non a caso quelli di Mesola e quelli, numerosissimi, realizzati in Sicilia dall’Esercito italiano, in osservanza al loro indubbio interesse culturale, sono ormai tutelati e valorizzati.
Del tutto trascurati si presentano invece quelli in provincia di Rovigo, che dovrebbero essere quantomeno bonificati dalle immondizie, per progettare poi un itinerario utile alla visitazione e alla loro valorizzazione anche in chiave turistica.
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Come citare questo articolo
Giovanni Saretto, Claudio Vallarini. “Fortificazioni in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/fortificazioni-in-polesine/