Il dramma della seconda guerra mondiale ha toccato pesantemente anche Boara Pisani: prima perché ha visto partire i suoi giovani per il fronte e poi – in quanto collocata nei pressi di due ponti sull’Adige – perché è stata interessata da bombardamenti degli Alleati, effettuati per ostacolare i rifornimenti all’esercito tedesco che, nonostante fosse in ritirata, continuava ad occupare il territorio con determinazione e arroganza.
Dal settembre del 1944 inizia un’escalation delle operazioni belliche concentrate sul bombardamento del ponte ferroviario "Granzette – Boara Pisani" e stradale "Boara Polesine – Boara Pisani". Le bombe “non intelligenti”, oltre a colpire le strutture di comunicazione, danneggiarono pesantemente anche la chiesa e gli edifici della parrocchia relativamente vicini al ponte stradale.
Per la cronaca dettagliata del periodo bellico e per i testi completi dell’episodio che andrò a ricordare, rimando alle pagine 182 – 216 del volume di “Boara Pisani tra storia, cronaca cultura e fede…” reperibile presso l’Athesis Museo Veneto Fotografia di Boara Pisani.
Relativamente a quei giorni, in questo intervento vengono riportare le annotazioni di don Sebastiano Perin, parroco dell’epoca, che dopo il 20 aprile 1944 – a causa del bombardamento che colpì la Casa della Dottrina Cristiana e scoperchiò totalmente la chiesa parrocchiale – fu costretto ad abbandonare l’alloggio del clero e rifugiarsi presso i fratelli Migliorini. Uno di questi, Mosé, a distanza di trent’anni dai fatti, confermerà per iscritto le note del Perin e le testimonianze orali di alcuni protagonisti dell’episodio, nel corso del quale il sacerdote di Boara fu protagonista di un atto che non può che definirsi “eroico”.
La cronistoria di don Sebastiano Perin
Il 24-25-26 e 27 aprile sono contrassegnati da frequentissimi colpi di cannone e di laceranti esplosioni di granate. Classica la giornata del 27 aprile, ultima di dominio tedesco. Celebrai presso la famiglia dei fratelli Migliorini, poiché era assai pericoloso avventurarsi per le strade e più ancora recarsi alla chiesa.
Ma l’uragano di ferro e di fuoco non era ancora terminato per Boara. Giorni più tragici e crudeli ci erano riservati. L’artiglieria alleata così precisa e imparziale entrerà in scena e ci farà impallidire e tremare di spavento. La S.S. tedesca era infatti installata nel campanile prendendo alloggio nella Casa della Dottrina Cristiana, in canonica ecc. con l’evidente volontà di resistere al nemico che ormai travolgente e trionfalmente avanzava.
Stranezze della cocciuta mentalità tedesca! Non mi sentivo tranquillo, un malessere mi pungeva, temevo qualche sinistro per la mia chiesa. Verso le ore otto non potei resistere e tentai di andarvi. Volevo accertarmi degli eventuali danni notturni giacché i bombardamenti e i mitragliamenti si susseguirono ininterrottamente.
Il passo era incerto e il cuore pulsava forte, forte.
Sono ai “Forti” località che dista circa 500 metri dalla chiesa: una granata mi scoppia a breve distanza ed una scheggia mi sfiora con il suo sibilo tagliente.
Mi riparo nell’unica casetta della località, quando nuove e fortissime detonazioni mi feriscono l’orecchio; alzo l’occhio e lo dirigo verso la chiesa e vedo il campanile tutto avvolto in una nube nerastra di fumo denso… diverse granate avevano colpito il campanile all’altezza della cella campanaria; anche la facciata della chiesa fu colpita schiantandone il massiccio finestrone in ferro riducendolo in un cumulo di ferri contorti, che a loro volta furono proiettati con violenza nell’interno della chiesa stessa ove, assieme alle tante schegge, devastarono l’organo… sforacchiarono le pareti in mille punti e frantumarono una statua decorativa dell’altare di S. Giuseppe, non ebbi il coraggio di proseguire.
Aspettai che l’artiglieria sostasse per ritornare al mio rifugio. Non lo potei raggiungere poiché tre donne di corsa, ansimanti ed in preda ad un delirio di paura, e spavento insieme, mi invitarono a recarmi subito alla Selvadega ove durante la notte e nelle prime ore del mattino erano stati rastrellati tutti gli uomini della contrada e rinchiusi nella rustica chiesetta.
I tedeschi avendo subito nel luogo qualche rappresaglia e sospettando un’imboscata da parte dei partigiani giudicarono bene reprimere adottando le solite misure draconiane unite alla minaccia di Tutti uccidere e Tutto bruciare qualora sul luogo si fosse verificato il minimo incidente.
Non fiatai, non opposi nessuna difficoltà e, pur consapevole del grandissimo rischio a cui mi esponevo, quasi di corsa, sotto il tiro delle artiglierie in poco più di venti minuti raggiunsi la disgraziata contrada.
La scena era paurosa e raccapricciante. La truppa tedesca gremiva tutti i sentieri e le case; le granate scoppiavano frequenti e vicinissime.
Aerei sopra il capo; guai se dall’alto fosse stato individuato tanto movimento! Una strage, una ecatombe sarebbe stata inevitabile.
Avevo tanta paura, eppure mi sentivo in petto tanto ardimento da essere disposto ad affrontare anche la morte pur di portar soccorso e liberare quegli unici figli che attendevano da me, e solo da me, tanta grazia.
Eludendo la sentinella che faceva servizio alla porta, furtivamente entrai in chiesa; presi contatto con i prigionieri, in fretta chiesi sommaria relazione dell’incidente e poi, fiero e forte, eccomi al cospetto del comandante.
Sembrava una belva avvelenata.
Sostenni venti minuti di animatissimo e concitato interrogatorio durante il quale fui qualificato come un loro nemico peggiore degli inglesi stessi e, solo dopo essermi offerto come ostaggio e di aver dato le più ampie garanzie che sul luogo non si sarebbe più verificato il minimo incidente, mi disse: “Ora andate, parlate al vostro popolo, vi autorizzo di metterlo in libertà considerandovi l’unico responsabile di quanto potrà accadere contro di noi”.
Lascio immaginare con quale intima soddisfazione e gioia corsi alla chiesetta ed annunciai l’ottenuta liberazione. Ricordo la contrastante scena!
Quei giovani, quegli uomini, quei vecchi in altre circostanze così pieni di brio e di vita ora, sotto l’incubo della morte, eran angosciati, illividiti, senza parola… al primo contatto con loro mi sentii venir meno.
Mi parve di essere divenuto pallido, pallido come loro e che il sangue mi fosse scappato d’improvviso dal capo e poi con voce fioca e commossa dissi: “Siete liberi, ed ora fuggite nei vostri rifugi, non fatevi più vedere se prima non sarà passato il pericolo”.
Mi eclissai immediatamente, anche per evitare inutili dimostrazioni di riconoscenza pericolose in quel momento. Nel pomeriggio verso le ore diciotto volli ritentare di raggiungere la chiesa parrocchiale; questa volta ci riuscii.
Il cannone e gli aerei avevano diminuito d’intensità.
Accompagnato dal carissimo Mosè Migliorini, con il cuore sospeso e il respiro affannoso entrai in chiesa, osservai, rimasi contento… temevo una qualche profanazione… invece nulla.
Alcuni soldati avevano tentato di sfondare con un paracarro la porta maggiore della chiesa… non vi riuscirono e desistettero. Deo gratias!.
In fretta raccogliemmo quanto meritava ancora di essere messo in salvo e poi tranquilli ritornammo.
Alle ore 21 la SS. riceveva l’ordine di ritirarsi, alle ore 22 il paese era libero, completamente evacuato dai tedeschi. Il cannone continua tuttavia, e vomiterà granate e proiettili fino alle ore 2.30 del 28 aprile, poi… nulla più. Due ore di silenzio poi rumore di possenti motori raggiungono il nostro orecchio.
Erano i giganteschi carri armati degli alleati che, avendo già oltrepassato l’Adige, facevano assaggi nell’entroterra per individuare nuclei di resistenza. Non c’era nessuno, neppure quelli che poche ore dopo e nei giorni successivi si daranno l’aria di aver liberato il paese dai tedeschi.
Alle ore quattro ero sull’Adige e potei incolume assistere al passaggio delle prime avanguardie che in fila indiana, timide e circospette avanzavano e si dirigevano verso la strada nazionale Adriatica n° 16. Feci suonare l’unica campana rimasta incolume e in breve tempo il popolo di Boara sarà sul fiume a rendere omaggio ai liberatori.
Giungeranno, ma troppo tardi ormai, anche i sedicenti partigiani, armati di arrugginiti fucili da caccia e con la coccarda tricolore che fregia il loro petto, si fanno strada tra la folla quasi volessero dire: “Ricordatevi che ci siamo anche noi”. La storica giornata fu caratterizzata da un crescendo delirante di gioia sentita e vissuta, alimentata dalla visione meravigliosa di uno sbarco che avea del prodigioso.
Il giorno 29 aprile pieno di luce e di sole, di pace e di allegria, domenica, vedrà il popolo di Boara gremire la chiesa per ringraziare il Signore del privilegio concessogli, di aver cioè salva la vita pur fra tanti bombardamenti, fra tante macerie, fra tante distruzioni. Intanto nuovi ponti, con celerità incredibile, sono approntati e ricongiungono le due sponde del fiume ed una marea travolgente di carri armati, di automezzi di ogni tipo e di ogni grandezza trasportano le truppe con il materiale bellico e veloci si dirigono verso Monselice, verso Padova.
Il movimento è febbrile, concitato, assordante, così per tutto il mese di maggio, poi diminuisce ed alla fine di giugno siamo quasi alla normalità, mentre una nuova anormalità entra in scena e aumenta lo scatenarsi delle passioni umane che minaccia di toglierci la tanto agognata pace.
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Come citare questo articolo
Graziano Zanin. “Boara e la seconda guerra mondiale”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/boara-e-la-seconda-guerra-mondiale/