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NARRATIVA

Guerriero

di Loredana Capellazzo

Ventaglio Novanta n. 28 2004 pp. 105–110

Ho sognato infinite strade accanto a te per non perdere l’orizzonte ……………… Riaverti accanto è riaccendere i sogni dopo aver sbriciolato in mille pezzi l’antica mappa della vita. (“Riaverti”, da: “Non solo amore” di Roberta Fava)

N. pulì le dita nello straccio e immerse il pennello nell’acquaragia. Era stanca, gli occhi pizzicavano a causa del lungo sforzo sostenuto e dei vapori acri dei solventi. Non era ancora soddisfatta, ma la tela presentava dei progressi rispetto all’abbozzo iniziale. N. si versò un bicchier d’acqua, usando le parti delle dita non macchiate di colore e rovesciando qualche goccia nel bere. Sfilò il grembiule, dove sbaffi di colori diversi coprivano quasi del tutto il disegno originario della stoffa; si lasciò andare sulla poltrona con un profondo sospiro e chiuse gli occhi.

Erano passati minuti, pochi o tanti?

Il buio era già sceso ma le cose intorno, le luci e le ombre erano sempre uguali. Lui non era tornato, e non ci contava quasi più. Ci sono storie che proseguono dritte, lungo strade piane e illuminate, altre trovano sbarre o abissi a troncarle, altre ancora si perdono in meandri e labirinti, sempre più buie. Così era la sua storia con M, che durava da alcuni anni, ma sembrava essersi impantanata.

La tristezza era una compagna quieta e costante per lei da alcuni mesi, da quando M. aveva accettato quel lavoro in Messico. Era fotografo naturalista, ben quotato e ricercato dalle riviste del settore. Aveva viaggiato spesso da quando stavano insieme, ma mai così lontano e per tanto tempo.

N. andò alla finestra. Da lì, terzo piano, le luci posate sui fianchi dei colli formavano alberi di Natale in ogni stagione, destando nostalgie di tempi migliori.

Si riscosse: c’era il lavoro da finire, il progetto degli affreschi per la nuova chiesa di uno di quei paesi martoriati dalla guerra ma determinato a rinascere. Avrebbe lavorato quasi gratuitamente, e ne era felice.

L’altra opera incompiuta, la tela molto ampia, ambizione forse esagerata ma da tempo inseguita, su cui avrebbe rappresentato una scena della vita di Gesù era sul cavalletto. Aveva scelto un episodio marginale, uno dei tanti miracoli: il risanamento dell’emorroissa. La scelta, sofferta, era scaturita dalle lunghe discussioni che N. tanto amava dentro i gruppi delle associazioni di cui aveva fatto parte, quando stava in città. Fede, pace, giustizia, solidarietà, iniziative che la coinvolgevano sul piano concreto e le impegnavano tempo, energie ed emotività. Finché non aveva retto più ed era fuggita.

Un amico le aveva procurato quell’appartamento in prestito per tre mesi; aveva bisogno di solitudine e riposo. Non poteva più lavorare, non aveva più idee immagini o fantasie da regalare al mondo. Lì ad Asolo, paese incantato, aveva passato lunghe ore nell’antica chiesa di Santa Caterina, lasciandosi scivolare dentro la pace del luogo, la spiritualità che impregnava le mura e l’aria stessa, con il suo sentore di muffa e incenso. La figura di un Gesù dolce e pietoso, che usava misericordia verso gli infelici, che poneva le mani sul dolore di corpi e cuori devastati, toccava in lei corde profonde che avevano fatto nascere l’esigenza di palesarle e condividerle con altri.

Ne aveva parlato con M., laico mangiapreti dalla sensibilità mistica ma volta innanzitutto all’uomo, in lunghe dispute sull’orlo del litigio e della rottura.

Lui l’accusava di cieco bigottismo, lei gli rinfacciava un atteggiamento di comodo, valido a giustificare ogni comportamento al di fuori di regole e valori. Ricordava bene quella sera: M. se n’era andato sbattendo la porta e lei era rimasta a piangere per ore, sentendosi perduta e senza direzione. Non si erano rivisti per due giorni, durante i quali, si erano confessati poi avevano riconsiderato se stessi e il loro stare insieme, mettendo a nudo nervi e sangue.

La luna si era levata, bassa sull’orizzonte, rossa come una ferita del cielo, coprendo con il suo dolore il brillare delle stelle.

M. si era ripresentato due giorni più tardi, dritto sulla porta, con una scusa e un addio. Si erano chiesti perdono a vicenda, poi lui aveva detto che sarebbe partito. Messico. Dall’altra parte dell’Universo. Per un tempo infinito come l’eco del Big Bang.

Lei gli aveva stretto le braccia al collo, si erano baciati come la prima volta, con ansia e paura, con desiderio e tenerezza, con la volontà di non chiudersi il cuore e trovare una strada nuova per incontrarsi. L’amore di quella notte era stato bufera e miracolo, e pioggia di arcobaleno, fino a che la luce bianca e nebbiosa dell’alba aveva rivelato occhiaie e tracce di lacrime mescolate ai sorrisi.

“Ti porterò un sombrero.” M. cercava di farla ridere.

“E ti farai crescere i baffi alla Zapata?”

Erano usciti a camminare mano nella mano, quando ancora poche auto scivolavano silenziose accarezzando con i fari l’asfalto umido. Le statue della piazza si levavano con la testa avvolta in fiocchi di spuma d’aria e i colombi gorgogliavano rattrappiti e gonfi di freddo.

“Tornerai?”

“Sì. Ma non so quando. Se il mio lavoro sarà apprezzato, dovrò andare forse anche in Cile.”

“Devo aspettarti?”

“Lo vuoi fare?”

“Sì.”

“Allora aspettami. Io voglio tornare da te.”

I giorni si erano sbriciolati uno dopo l’altro, lasciando scie polverose e inutili. Fino a che N. aveva deciso di cambiare aria. Di riprovare a vivere.

Dipingere quella tela era indispensabile per lasciar rifiorire la sua anima e N. aveva trascurato tutto il resto. Schizzi e prospettive avevano riempito fogli e pezzi di carta, fino a trarre da tante parti distinte una composizione unitaria e armonica, una scena fitta di volti e tipi eterogenei, che avevano il fulcro nello sfiorare lieve della mano del Cristo sulle dita levate della donna. Gesù con le donne era stato buono, generoso, così diverso dagli uomini del suo tempo e di sempre. Anche quelle che il popolo considerava immonde peccatrici erano, ai suoi occhi, creature degne di onore e di salvezza. Erano esseri umani. Esseri. Anime e corpi. Spirito carne e cuore. Uguali.

Il consueto martellare da stress la colse alla tempia e N. decise di uscire. Non faceva troppo freddo e la notte era serena.

Si diresse alla piazza, dove i lampioni, le voci e le auto scintillanti di luci davano allegria. Pochi turisti in quella stagione, e facce ormai conosciute. N. camminava per sentire la spinta delle gambe pompare sangue al cuore, le vene riscaldarsi e dilatarsi, rilassando i nervi tesi; oltrepassò il palazzo della “Divina” e la “casa dei matti”, come la definiva, fino alla chiesetta. Era chiusa, ma lei rimase seduta sui gradini del pozzo a fissare la facciata in penombra; la sensazione di pace era palpabile e intima.

Passi leggeri si avvicinavano e N. si ritirò un po’ di più all’ombra del pozzo. La figura alta e veloce che passava sulla via di fronte le fece battere il cuore. Impossibile… M. si stava dirigendo verso casa sua, poco lontana. Un grosso zaino non sembrava rallentarlo e il profilo levato in alto, con l’onda dei capelli lunghi sul collo, era inconfondibile, unico.

N. si alzò in piedi, ma non riuscì a parlare. M. si fermò, come se una voce misteriosa lo trattenesse. Si voltò e la vide. Lentamente, fece scivolare lo zaino dalle spalle, mentre lei si avvicinava con gambe malferme. Si tesero la mano, ritti uno di fronte all’altro.

“Come hai fatto a…?” gli chiese.

“Ti ho cercata. Mi hanno detto dov’eri.”

“Quando sei tornato?”

“La notte scorsa.”

“E sei già qui?” sorrise N.

“Credevo che ti avrebbe fatto pia…” non finì la frase perché lei gli si gettò fra le braccia.

“Ti amo” gli disse, affondando il viso nel suo collo, tra la pelle e la camicia.

“Anch’io ti amo. Volevo tornare prima, ho avuto degli imprevisti…”

“Adesso sei qui. Va tutto bene.”

“Voglio ricominciare, N. Sono stato in posti incredibili e ho avuto esperienze che non so se riuscirò a raccontare. Ma avevi ragione tu, in molte cose. Ne parleremo, voglio che tu sappia che sono cambiato. Spero in meglio.”

“A me andavi bene anche com’eri.”

Il bacio che si scambiarono era nuovo e diverso, uno scambio d’amore e di pensieri, l’inizio di una ricerca.

“Cosa facevi qui sola, a quest’ora?”

“Una passeggiata. Non so, forse sapevo che ti avrei incontrato.”

“Sei un’indovina?” sorrise e le accarezzò la guancia con una tenerezza che lei non gli conosceva ancora. “Una strega?”

N. si voltò a guardare la facciata della Chiesa di Santa Caterina. Non si trattava di stregoneria.

Prima di aprire la porta, lo trattenne.

“C’è una cosa che non so se…” esitò.

“Hai un amante nascosto lì dentro?”

Lei scrollò le spalle e lo fece entrare. Al chiarore che veniva dalle finestre aperte lo guidò davanti al cavalletto, poi andò ad accendere la luce.

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Come citare questo articolo

Loredana Capellazzo. “Guerriero”. Ventaglio Novanta, n. 28, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/guerriero/

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