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STORIA - TRADIZIONI

Has Aaedes

Una lapide in purissimo latino, sul portale del vecchio “Ospitale civico”, invita l’ammalato ad entrare con fiducia

di Natalia Periotto Gennari

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 28–31

A Rovigo, in via Badaloni, murata nella facciata del vecchio ospedale civile, c’è un’iscrizione su calcare chiaro, non grande, la cui storia di certo meriterebbe di essere più conosciuta, ma che continua ad avere per me un interesse singolare. Per una serie di ragioni.

L’ultima è il fatto che la lapide è posta sulla facciata dell’Ospitale Civico, il primo edificio pubblico costruito con questa destinazione, eretto nelle sue strutture fondamentali, nella seconda metà del 19° secolo e nella prima metà del 20°, al limite dell’antica cinta muraria, proprio all’imbocco della strada che uscendo dalla città si dirige a sud/ovest verso Arquà Polesine: a ridosso di Porta Arquà, appunto, come si chiamava un tempo la porta di città inserita nei bastioni.

E qui si colloca quel ponte virtuale tra la città dove vivo e il luogo della mia nascita che mi ha persuaso a consegnare queste mie note alla pubblicazione ormai storica del “Premio Raise”, che si tiene ad Arquà Pol., per testimoniare, assieme a quelle di molti altri, anche le mie radici.

Poi, una seconda ragione di molto anteriore a questa e che devo proprio all’iscrizione; una ragione fatta di curiosità, ma soprattutto suggerita da una percezione di bellezza, e, insieme, di conforto, di solennità e di invito che si rinnova continuamente alla lettura e che non si può trascurare. Come se, in assenza di altre indicazioni, fosse l’ospedale stesso a ricordare, a chiunque passi, il suo essere stato – la sua primitiva destinazione, cioè – anche ora che, esaurita l’antica funzione pubblica, ospita al suo interno solo alcuni uffici comunali.

Infatti, non si tratta di una iscrizione celebrativa, a ricordo cioè di una persona – benemerito o benefattore -, tantomeno dell’anniversario di un fatto; se, casomai, è un atto di inaugurazione, si propone in modo molto dimesso e riservato: calcare chiaro di modeste dimensioni, inciso per cinque righe in lettere maiuscole, murato, senza cornice, senza borchie, a cui fa da singolare contrappunto la qualità della scrittura: un latino classico purissimo, con una preziosa eco arcaica, un esempio raffinato dello stile epigrafico, padrone della spaziatura e della scansione, sensibilissimo al rapporto tra l’incipit e la clausola finale. Come dire: in grado di controllare nello spazio di cinque righe la tensione tra l’oggetto dell’iscrizione e il suo destinatario.

Appare subito chiaro quello che è un dato di fatto per chi ha consuetudine con le lingue classiche: la posizione delle parole nella traduzione non può essere la stessa del latino. Anche se il numero dei termini è sostanzialmente equivalente, la lingua flessiva antica ha la possibilità di condensare in un unico termine verbo e preverbo con incremento di significato. In più, nel caso di specie, nello stile epigrafico, semantica è anche il posto delle parole, lo spazio che esse occupano nella riga, e perfino i vuoti che tra esse intercorrono costituiscono una rete di combinazioni fortemente evocativa che non è bene trascurare.

La traduzione, dunque, restituisce il significato, ma fatica ad esprimere tutta la carica emotiva delle connessioni che i termini hanno creato e che, a ben vedere, riguarda l’intenzione, anzi, meglio, l’animus di chi ha pensato e redatto l’iscrizione.

È meglio, allora, lavorare sul testo e ricorrere a un’indagine ermeneutica, cioè un’interpretazione che confronti il testo con il testo, e solo a questo punto arrivi al significato, rintracciando e svelando i rapporti tra i termini e la loro collocazione, e che, alla fine, non trascuri la coerenza tra l’iscrizione e il luogo in cui si trova infissa per vedere se la lapide accanto al portale sia espressione autentica dell’impegno e dello scopo dell’ospedale.

Non ci resta che cominciare: HAS AEDES “questo edificio” porta dentro il nome la maiestas del termine latino, il tempio, l’edificio sacro, eretto a spese pubbliche, ed è l’unico sintagma della prima riga, collocato al centro come se fosse il titolo dell’iscrizione: un’intenzione programmatica a richiamare su di sé l’attenzione di chi legge o, meglio, di chiunque si avvicina: QUISQUIS ADIS.

Infatti HAS AEDES è pur sempre un accusativo, cioè una struttura che necessita di una reggenza e la sua ragione di senso è data, dunque, da QUISQUIS ADIS: “tu che, chiunque tu sia, ti avvicini a questo edificio”. A nostro modo di vedere tuttavia, è significante la scelta di QUISQUIS: il pronome raddoppiato è capace di risolversi in idea di gruppo, di numero di persone, di gente: “tutti voi chiunque siate”, per non escludere o fare distinzioni e disuguaglianze, ma la sua forma, sempre al singolare, gli impedisce di scivolare, con un plurale generico, in un anonimato mortificante per la dignità della persona. Infatti QUISQUIS, inizio della seconda riga, soggetto di ADIS, è concordato con VALETUDINE AFFECTUS, cioè “indebolito nella salute”, “offeso nel corpo”, che è il predicato di ADIS, e l’intera seconda riga dell’iscrizione dichiara questa condizione di insufficienza, necessaria e unica per stabilire un rapporto tra l’edificio – HAS AEDES – e la persona che ad essa ricorre e che continua ad essere l’interlocutore primario dell’edificio, lo scopo per cui l’ospedale è stato eretto. Anche sintatticamente, infatti, è proprio ADIS che con il suo prefisso ad regge l’accusativo HAS AEDES.

Un rapporto necessario, dunque, e continuamente attivo: ADIS, indicativo presente di ad-eo, continua a mantenere vivo un movimento – sia esso tentativo o necessità, o soltanto speranza – di avvicinarsi. Ad-eo, infatti, non è in-eo, che indica entrare dentro; il prefisso ad contiene tante cose: avvicinamento, abbiamo detto, ma anche incertezza, perplessità, paura, vergogna, pena, che sono quei movimenti dell’anima spesso esitanti ma tanto più insistiti quanto più il corpo è avvilito. Ecco, allora dove si colloca l’invito: ANIMO FIDENTI INGREDITOR.

Alla debolezza di colui che è VALETUDINE AFFECTUS soccorre l’invito alla tranquillità dell’animo: ANIMO FIDENTI; all’esitazione espressa da ad di ADIS corrisponde la decisione che il preverbo in di INGREDITOR porta con sé. Assistiamo così ad una convergenza stupefacente: HAS AEDES è retto insieme da ad e da in che aiutano l’infermo ad entrare nell’ospedale indicandogli la strada e dandogli fiducia.

Stiamo leggendo la proposizione più importante dell’intera epigrafe, che noi chiamiamo “invito”, collocata nella riga centrale, la terza su cinque, e questo ha pure un suo significato.

Si tratta di una frase convergente in tutti i suoi termini. Non è irrilevante, per esempio, che sia scritto ANIMO FIDENTI e non “fidenti animo”; non si tratta, infatti, di un aggettivo attributivo ma di un morfema predicativo, cioè legato al verbo, adatto a precisarlo a espanderlo, a “predicarlo” appunto. Questa funzione viene sottolineata dalla valenza participiale di FIDENTI, da “fido”, che porta con sé un valore attivo e soprattutto ingressivo “che comincia a fidarsi”.

In sostanza, l’epigrafe qui sta chiedendo: “entra con piena fiducia”. O, meglio ancora: “fidati ed entra”.

Non è di poco momento che l’Istituzione chieda, anzi pretenda fiducia, perché proprio su una richiesta così imperativa essa pone la base della propria funzione. Appartiene alla logica di una struttura ospedaliera, infatti, adesso come allora, presentarsi come istituzione che garantisca fiducia.

Per ultimo, ciò che all’analisi ermeneutica appare veramente straordinario è l’immediato cambio di soggetto nel giro di tre righe, anzi proprio nella terza riga, quella appunto centrale: QUISQUIS… VALETUDINE AFFECTUS cessa di essere il protagonista e al suo posto, a strapparlo dalla sua condizione di dolore, interviene la voce, l’invito, l’ordine dell’ospedale: ANIMO FIDENTI INGREDITOR. Non si tratta di un cambio di soggetto grammaticale; QUISQUIS continua a rimanere il soggetto di ADIS e di INGREDITOR, ma tutti sappiamo come il soggetto di ogni imperativo, pur rimanendo colui che agisce, ovviamente agisce sotto un ordine esterno, indipendente dal suo arbitrio. Con il recupero dell’imperativo futuro, arcaico e ormai desueto, l’ospedale, infatti, facendo sua la formula del linguaggio sacrale degli Auguri e delle leggi delle Dodici Tavole, si impone di autorità e nello stesso tempo sostituisce alla precarietà di un presente come ADIS, fatto di sofferenza e di incertezza, la prospettiva di un soccorso. Come se dicesse non tanto “entra fiduciosamente” ma ordinasse “potrai/ dovrai sempre entrare fiduciosamente”.

Poi, nelle due righe finali la scrittura sembra placarsi.

Siamo all’interno dell’Istituzione. Ciò che prima era al di fuori – HAS AEDES – un accusativo oggetto di avvicinamento e di invito – ADIS/INGREDITOR – adesso, nella quarta riga, viene assorbito in un’espressione di stato: GREMIO HIC SUO. Con uno scarto morfologico l’autore dell’epigrafe ha richiamato il dimostrativo di partenza -HAS – con l’avverbio – HIC/QUI – e con una soluzione raffinata lo ha inserito tra GREMIO e SUO: “Qui, nel suo grembo” con un potenziamento di senso a garantire, tra le mura dell’ospedale, stabilità e attenzione, e forse qualcosa in più. GREMIO, infatti, è un sostantivo benefico: sinonimo di vita, da sempre la protegge, la nutre; in molte religioni è benedetto, nella nostra tradizione continua ad essere sacro. Nel caso in esame GREMIO, consolidato dal possessivo SUO “nel suo grembo” – giustamente in ablativo perché è il caso che più gli appartiene (caso dello stato, della quiete, appartato, anche protetto) – è metafora dell’ospedale, il centro del luogo di cura, da dove comincia la cura.

Da dove comincia la cura, si diceva:

…AEGROS EXCIPIT ET CURAT…

L’ospedale è un punto fermo ma non un luogo chiuso. I movimenti di chi dall’esterno si viene avvicinando vengono intercettati da un movimento all’incontrario – EXCIPIT- che parte dall’istituzione e va al di fuori – ex- della sua struttura, o, se esce direttamente, guarda al di fuori, per orientare, indirizzare, raccogliere. In ex insiste un doppio segno: l’ubicazione dell’ospedale a ridosso delle mura verso l’esterno e, nel contempo, l’obbligo di tener conto per statuto non solo dei cittadini infermi, ma anche di quelli che vivono nella periferia o arrivano da fuori quando sono malati. AEGROS, infatti, è il complemento oggetto su cui ricade direttamente l’azione di EXCIPIT ET CURAT, senza preposizioni, senza mediazioni, per ospitarli, per curarli. Tutta la funzione dell’ospedale è racchiusa in questi due verbi, uno alla fine della frase e l’altro all’inizio della riga seguente, potenziati dall’ET in un circuito essenziale espresso al tempo presente a rimarcare la perennità di un compito e l’osservanza del proprio statuto. CURAT è un verbo magico come il sostantivo che lo rappresenta: significa la fine dell’angoscia, il toccasana per la pena dell’anima e i dolori del corpo, in una parola, la speranza.

E alla fine, ecco il soggetto, il protagonista: PIA CARITAS, quello che ci si aspettava all’inizio dell’iscrizione e che HAS AEDES adombrava nelle mura del suo edificio. Se HAS AEDES era la struttura, la forma esteriore, PIA CARITAS è la volontà che ha pensato il ricovero, fatto innalzare le mura; è l’istituzione che stabilisce il contatto, invita ad entrare, garantisce il rapporto di fiducia, dispensa la cura. CARITAS in sostanza è la carità, l’amore, la misericordia di cui abbiamo avuto nella nostra cultura tante immagini, tante promesse e anche tanti riscontri, dalle parole di Dante, Purg. III, 120/121:

“ma la bontà infinita ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei” alla straordinaria tela di Caravaggio le “Sette opere della Misericordia” sull’altare maggiore della chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli completata all’alba del 1600.

E “Santa Maria della Misericordia” è il nome dell’ospedale di Rovigo a tutt’oggi.

Ci resta ancora un’ultima nota: PIA, l’attributo di CARITAS. Pius, da Pietas, è termine fondante nella tradizione latina. Non si tratta esattamente di un sentimento religioso, casomai di un rapporto con la religione finalizzato al buon esito delle iniziative dello Stato. Pietas significa obbligo, coerenza, rispetto, obbedienza. Solo un esempio: pius Aeneas rappresenta per l’Eneide di Virgilio, e per Augusto che la commissionò, l’emblema di civis Romanus, rispettoso degli dei, delle leggi, della tradizione: in una parola, l’uomo della ragione dei valori.

Nel nostro caso PIA CARITAS è amore istituzionalizzato, misericordia pattuita dai cittadini: un patto societario che ha in mente il benessere fisico e anche morale dei suoi membri e che è riuscita a realizzare per loro dentro le mura della città una struttura altamente civile.

Noi non sappiamo se le intenzioni incise sull’epigrafe siano state compiutamente esaudite. Crederlo sarebbe peccare di ingenuità storica, ignorando quanto anche nei nostri giorni un’iscrizione di questo tipo sarebbe sostanzialmente incredibile. Per quanto, in tutta franchezza, non mi riesce di pensare a un obiettivo migliore di questo per una struttura deputata alla salute.

Ad ogni buon conto, ciò che ci preme segnalare è la fede dell’autore, la convinzione con cui nella sua iscrizione definisce il senso dell’ospedale: umano, etico, civile.

E, forse, dietro le parole di questo fiducioso anonimo – di cui vorremmo scoprire l’identità che supponiamo di umanista colto e sensibile – c’era la partecipazione fiduciosa di un’intera città che sappiamo dai documenti con quanti ostacoli e con quante critiche è riuscita in tempi non lunghi a creare un luogo di ricovero e di cura per i suoi cittadini e, a considerare bene la confluenza di strade in cui l’edificio sorge, anche per quelli che si trovavano, passando, ad aver bisogno di misericordia.

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Natalia Periotto Gennari. “Has Aaedes”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/has-aaedes/

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