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NARRATIVA

Il collezionista

di Enzo Fuso

Ventaglio Novanta n. 43 2011 pp. 131–134

Si chiamava Sestiglio e lui non aveva mai capito perché suo padre Antonio gli avesse dato quel nome. La madre non la ricordava, era morta travolta da un’auto quando lui aveva appena due anni e pertanto il suo riferimento era soltanto il padre. Non aveva zie o altri parenti in paese, così Sestiglio viveva un po’ selvatico con poche cure, dato che il padre era sempre fuori di casa: o al lavoro nei campi o al bar a giocare a carte. E, a proposito delle carte, Sestiglio aveva un dubbio che si legava al suo strano nome di battesimo. Pensava che suo padre l’avesse chiamato così dal gioco del quartiglio che praticava quasi ogni giorno con passione. Sestiglio o Quartiglio per lui era evidentemente la stessa cosa.

Il quartiglio è un gioco misto tresette-briscola, il preferito da suo padre che vi si cimentava quasi sempre all’osteria della “Melia” (Amelia). Tanto bravo da essere considerato un ottimo giocatore. Il quartiglio è un gioco che ti costringe a cercare un partner o due per battere gli avversari. Di solito i giocatori sono cinque, ma ci sono zone del Polesine in cui si gioca anche in sette.

Per Antonio era una sorta di secondo mestiere, tanto che i sui proventi mensili derivavano più dal gioco del quartiglio che dal salario ricevuto per le sue prestazioni in campagna, dove lavorava come bracciante a giornata. Era rimasto fra i pochi italiani che ancora si guadagnavano da vivere come salariato agricolo, lavoro ormai per lo più praticato da extracomunitari o marocchini.

Nel paese in riva all’Adigetto la vita procedeva lenta e senza scossoni, e Sestiglio, che con difficoltà e qualche ripetenza aveva concluso dodicenne le scuole elementari, si mise ad aiutare il padre nei lavori campestri, senza preoccuparsi minimamente del futuro. Non aveva amicizie Sestiglio, ragazzo sui generis, un po’ misantropo e poco propenso a cercare la compagnia dei coetanei che tendevano a prenderlo in giro anche per una certa balbuzie che caratterizzava il suo modo di esprimersi.

La stagioni passavano e le incombenze legate all’agricoltura tornavano a ripresentarsi ogni anno con gli stessi intervalli. Lavori semplici di manovalanza quelli che vedevano impegnati Sestiglio e il padre, mentre anche in campagna le tecniche si evolvevano. Ma a loro erano riservati i lavori più semplici come quelli di pulizia e di potatura in autunno. Non sembravano accorgersi che il mondo attorno a loro cambiava mentre gli anni passavano inesorabilmente.

Tutto procedeva con regolarità per Sestiglio finché un brutto giorno, quando era ormai cinquantenne, rimase senza il padre. Improvvisamente si trovò solo nella grande casa di Ramedello che aveva condiviso col padre Antonio per oltre vent’anni, da quando l’avevano ereditata da uno zio che era emigrato in Australia. Una casa che sembrava abbandonata, in cattivo stato e che Antonio aveva riparato solo in parte.

Fu veramente un dramma per Sestiglio la scomparsa del genitore, un’evenienza a cui non si era mai preparato. Ovviamente sapeva che il padre, che aveva manifestato dei problemi di cuore, prima o poi sarebbe morto, ma egli tendeva a collocare il triste evento in un tempo indefinito, in un futuro sconosciuto che non lo toccava più di tanto. Perciò l’improvvisa assenza del genitore fu per Sestiglio un trauma insuperabile.

Si sentì tanto solo da star male. In preda all’angoscia cominciò a girovagare per le strade, senza una meta precisa. Tutti lo salutavano, perché nessuno voleva male a quell’uomo dal fare di un ragazzo timido e rispettoso. Sestiglio ricambiava, quasi fossero amici, anche se non sempre conosceva chi gli rivolgeva la parola.

Senza la presenza paterna smise anche di recarsi in campagna, rintanandosi sempre più nella sua grande casa, dove rimaneva per ore ad osservare dalla finestra aperta la gente che transitava sulla pubblica via. Per mangiare non c’era problema e un po’ l’amministrazione e un po’ il parroco don Mario, lo avevano sollevato da questa incombenza.

Un giorno, camminando furtivo per le vie del paese come soleva fare per passare le lunghe ore della giornata, notò un’epigrafe che annunciava l’avvenuta morte di Antonietta, una sua vicina di casa di 75 anni. Una donna affabile, sorridente; una delle poche che Sestiglio salutava con vero piacere, riuscendo a volte a scambiare anche qualche parola. Era morta e quindi non l’avrebbe più rivista. Sentì una gran stretta al cuore. Poi gli venne un’idea: con cura strappò la sua immagine dal manifesto funerario e se la portò a casa, fissandola poi sulla parete della cucina. Non davanti alla stufa, ma a lato vicino alla finestra che dava sulla campagna.

Una settimana dopo morì anche Mario, un buontempone che era solito dire la sua su ogni cosa. Anche in questa epigrafe c’era l’immagine del defunto. Nonostante Mario non si fosse mai manifestato come vero amico, nel vedere quella foto sorridente, a Sestiglio sembrò che tra di loro fosse maturato un forte legame. Lo assicuravano quegli occhi che lo guardavano in modo così intenso.

Anche quest’immagine doveva essere preservata, così Sestiglio la ritagliò con cura, attaccandola poi alla parete della cucina. E anche successivamente si sentì interessato a ritagliare dai manifesti funebri le foto di conoscenti. I mesi frattanto passavano e la parete cominciava ad essere piena delle immagine ricavate dalle epigrafi.

In paese, l’assenza delle foto dai manifesti funebri cominciò a non passare inosservata e qualcuno si premurò di fare una segnalazione ai carabinieri che cominciarono ad indagare. C’era da preoccuparsi, anche perché si stavano diffondendo strane voci di sette misteriose o macabri rituali. Per un paese di campagna, ce n’era a sufficienza per stare all’erta.

Quando morì Alfonso, i carabinieri chiesero ai famigliari di mettere la foto del defunto bene in evidenza sull’epigrafe. Così da attirare i possibili malintenzionati. Tutto il paese era all’erta e ogni manifesto veniva controllato a vista. Fu l’Amelia, quella del bar di via Ramedello, a scoprire che era Sestiglio ad operare i ritagli delle foto.

Avvertiti, i carabinieri si recarono a casa sua, e grande fu la loro sorpresa nell’osservare la parete della cucina tutta ricoperta dalle immagini strappate dai manifesti funebri.

Nel vedere i militi varcare la porta della sua abitazione, Sestiglio non fu preso dalla paura e quando gli chiesero il perché di quella strana collezione, rispose semplicemente che era gente che lo salutava sempre e che lui non voleva dimenticare.

I carabinieri non fecero altre domande, non dissero niente. Lo salutarono e se ne andarono. Il fatto fu trasmesso agli organi competenti e tutto finì.

Sestiglio ora non abita più in quella casa grande, che è rimasta vuota, ma ancora nella vecchia cucina annerita ci sono le immagini di quelli che Sestiglio considerava i suoi amici. Amici da ricordare.

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Come citare questo articolo

Enzo Fuso. “Il collezionista”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-collezionista/

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