Il 1852 era un anno bisestile e nel mondo succedevano fatti memorabili.
In Francia, il Presidente della Repubblica diventava Imperatore col nome di Napoleone III, a Parigi moriva Louis Braille e in Italia Cavour ricopriva la carica di Presidente del Consiglio. Intanto dall'altra parte del mondo il commodoro Matthew Calbraith Perry salpava da Norfolk in Virginia verso il Giappone, deciso a forzare l’isolamento del paese del Sol Levante per ottenere un trattato commerciale.
Fu così che, nell'arco di pochi anni, il paese nipponico si aprì ai mercati internazionali manifestando la sua cultura millenaria e svelandosi in tutta la sua bellezza. L’Europa ed il mondo intero ne furono profondamente colpiti.
Occorre però ricordare che dal 1603 l'ultimo governo feudale del Giappone fu condotto da un comandante dell'esercito, un dittatore militare nominato shōgun dall'imperatore e appartenente al potente clan Tokugawa. Il Giappone approdava così ad un lungo periodo di pace e unificazione, creando le condizioni per una felice rinascita. La nuova capitale dello shogunato è la città di Edo (l'odierna Tokyo) bella, potente ed aperta a un destino di crescita e gloria. Il Periodo Edo (1603-1868) si caratterizzò come un'epoca di grande splendore: una stagione culturalmente ricca, ma isolazionista, caratterizzata da una stretta chiusura commerciale ad opera dei Tokugawa, a partire dal 1641 con il cosiddetto Sakoku che letteralmente significa “Paese blindato”, caratterizzato da poche eccezioni di apertura come per la Compagnia olandese delle Indie orientali.
Nonostante l’atteggiamento sfavorevole ai rapporti internazionali, va detto che questa eccezionale contingenza durata più di due secoli produsse un "ripiegamento" del Giappone nella tradizione, generando artisti di talento e opere d'arte così memorabili da diventare vere icone del Paese riconoscibili ancora oggi.
A mettere fine alla situazione di chiusura fu dunque a metà dell’Ottocento una fregata a vapore con lo scafo nero (black-hulled) con a bordo Matthew Perry deciso a violare “la politica di isolamento del Giappone” a beneficio di nuove e produttive rotte commerciali.
L'arrivo minaccioso dei moderni piroscafi americani nel porto di Uraga (l'attuale Baya di Tokyio) creò, nell'immaginario di un Giappone ancora arretrato, una visione distorta e romanzata di spaventose navi nere gettanti fumo. Ma in realtà l'impresa del commodoro americano sarà destinata a produrre effetti interessanti nello sviluppo del Giappone, in particolare per la quantità di opere d'arte e manufatti che dal paese del Sol Levante giunsero in Europa, affascinando gli artisti soprattutto francesi.
Di questo grande innamoramento – che vede l'Occidentale indossare un kimono, organizzare la cerimonia del tè, visitare con genuina curiosità le esposizioni universali e acquistare stampe ukiyo-e – resta la consapevolezza di un duplice scambio, in cui anche il Giappone esteticamente proteso alla bidimensionalità resta ammaliato dalla prospettiva occidentale più intransigente, dalla tecnologia, dalla fotografia, tanto da restituirla con orgoglio nella Scuola di Yokohama (fotografie all’albumina colorate a mano).
Di tutto questo ha raccontato, in una forma straordinariamente bella e completa, la mostra “Giapponismo, Venti d’Oriente nell'Arte Europea 1860/1915” curata da Francesco Parisi ed ampiamente apprezzata facendo registrare un notevole riscontro di critica e pubblico. Opere d'arte pittorica, mobili, kimono, lacche, litografie a colori, porcellane, maioliche, kakemono, un percorso ricchissimo di suggestioni partendo da un primo approccio alla cultura nipponica attraverso il fenomeno della giapponeseria, imitazione. Poi – seguendo le varie sezioni in cui si dispiega la mostra – si coglie il senso del Giapponismo che si palesa nella vera presa di coscienza di stili e tecniche orientali.
La descrizione fitomorfa giapponese, onnipresente sia nelle stampe ukiyo-e (=mondo fluttuante e di piaceri tipico del Perido Edo) sia nel piccoli oggetti, si manifesta in forme dolci e aggraziate che si inseriscono perfettamente nelle istanze dell'estetica Art Nouveau, a riprova che "Il Giapponismo funse da elemento catalizzatore per una rivoluzione in parte già in atto".
L’Impressionismo e più ancora il Post Impressionismo – come I Nabis, desiderosi di sperimentare il nuovo – trovarono nella bidimensionalità rispettosa di una Natura cosmica nuove e audaci suggestioni. La mostra pertanto si è contraddistinta non come un luogo, ma come un viaggio piacevolissimo tra autorevoli testimonianze giapponesi e raffinatissime risposte europee.
Grazie all’originale rassegna, per alcuni mesi (dal settembre 2019 al gennaio 2020) Palazzo Roverella si è qualificato come un importante polo culturale, oggetto di numerose iniziative di approfondimento tematico su materie collaterali all'esposizione rivolte a fruitori di tutte le età. Ed anche l’autrice del presente articolo ha organizzato presso Arci sezione di Rovigo un ciclo di sei incontri propedeutici alla fruizione della mostra, a beneficio della collettività, trattando l'arte e la cultura Gaipponese moderna e contemporanea e i più importanti passaggi del Giapponismo Europeo e Internazionale.
La mostra è stata un autentico successo, e l’utenza rodigina deve essere fiera di aver accolto un’esposizione di così profondo impegno, davvero unica nel suo genere. Ed il numero davvero eccezionale di visitatori costituisce una conferma di come Rovigo sia ormai entrata, in modo forte, nel ristretto novero delle “città delle grandi mostre” in Italia.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Il Giapponismo”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-giapponismo/