Topolo, il parassita scroccone del "Thesoro" di Luigi Groto, popolano adriese dalla scarpa grossa e dal cervello fino, sempre alla ricerca di una tavola ove appendere i suoi capestri, per una volta che riceve l'incarico di apparecchiare la mensa di Zelotipo, cornuto in pectore, vecchio ricco e taccagno che al massimo ti porta mezza scodella di brodo con quindici fagiuoli, cerca per tutta Adria il necessario per la cena, ma nulla trova:
"In beccaria non è carne, non vogliono i pescatori pesce a minuto vendere. Dicon che gli hanno in nulla, onde più inopia, han quei di Adria i pesci, ove si pigliano che l’altre parti ove si conducono. Ma s'io fossi rettor (come merito) vorrei che il venerdì, vorrei che ’l sabbato, e tutte le vigilie e la quaresima i pescator ne portassero a vendere in piazza de' migliori, che vi fossero. E come son tratti dall'acqua muoiono, a le rive vorrei che li portassero. S'io fossi Podestà, saprei ben esservi" 1.
Lamentava adunque il Cieco d'Hadria il costume deprecabile da parte dei pescivendoli di rivender fuori città il pesce fresco di miglior qualità, mentre ai poveri adriesi, per usare una espressione del canonico Alfonso Bocca, in tempi di gelo o di magra, non restava che lenire i morsi della fame con il pane nero: " … in questo anno [1608] era carestia del macinare per causa del fredo, per il gielo… erano gielati i fiumi non si poteva transitar con le barche, ne meno con i carri… che anco a me mi convenne mangiar del pan di Melega un giorno con la mia famiglia" 2 . Fatto disdicevole ed increscioso se si considera che il pane di melica e miglio, il pan mòro di mistura cioè, il pane vecciato o ancora quello saraceno, non si confacevano a la sua condizione di ecclesiastico cui spettava il ben più saporito pan bianco di frumento.
Ma non è una novità questa del pesce che se ne andava in luoghi forestieri senza pagar bolletta, o che finiva in mano a speculatori che lo rivendevano a prezzo maggiorato quando la domanda quaresimale saliva, tanto da costringere il marchese di Ferrara ad intervenire con l'ordine perentorio rivolto agli sprochani, i pescivendoli, di mozzare la coda ai pesci destinati alla vendita al minuto, quale patente documento della transazione ed evitare intermediazioni od ulteriori passaggi di mano con conseguenti fenomeni inflativi:
" … aliqua persona non possit nec debeat vendere vel emere aliquam tencham, lucium, broellum, anguillam, doratam, scardevam vel caveanum. .. nisi prius habeat caudam taiatam, quam eis taiare teneatur incontinente cum ponuntur in concha … aliter vendi non permittat" 3 .
Non solo, ma sino al cader della dominazione estense, il pesce di taglia consistente, insieme a polli, galline, capponi, oche, anatre, uova, prosciutti, spalle di maiale e bondole e focacce, rientrava fra i canoni in natura che i coloni dovevano ai proprietari nelle scadenze fissate: San Michele, Ognissanti, San Martino, Natale, Carnevale, Pasqua, Ascensione, San Pietro … E tutte le occasioni erano buone per omaggiare il visconte di Adria, il comandante della piazza, i capitani delle bastie di Piantamelon e di Corbola, i custodi dei passi della Bettola e di Pungilupo, i rettori nelle feste patronali. Si doveva dunque provvedere che non mancassero nelle tavole di tutti costoro lucci, raine, anguille cavedagne, varioli e botonzelle, e pure di cheppie, gamberi ed ostriche. Non solo, ma con omaggi di pesce si dovevano presentare gli ambasciatori quando giungevano in Adria; e ancora, chepe, luzi, tenche reine e bisatti, con capponi ben pasciutti ed anatre, dovevano essere condotti alla delizia di Bell'Ombra, all'arrivo dei rampolli della nobiltà estense per causa di caccia, accompagnati dallo scalco con tutto l'apparecchio generale per la cavalcata in villa. E gli storioni, infine, che periodicamente si portavano a Ferrara, alla mensa ducale, quando non erano interamente requisiti come nell'occasione delle nozze del principe Alfonso con Lucrezia la bella, come risulta dalla missiva recapitata a Gian Francesco Groto, fidelis vassallus contra omnem personam de mundo:
"Mandemote Nicolò Marchesin exibitore, per aver tute le spiadre 4 picole et grosse che si possono havere le quali volemo per queste noze, come avemo scripto al nostro visconte. Vedi de fare che habbia tutte per prectio conveniente et non fare la bolletta ad alcuno né lassare andare fora alcuna, come havemo dicto le volemo tutte per le noze, et il simile dicemo di tutto il pesce che si pigli in questa iurisdictione … " 5.
E tale costume continuò nel trascorrere sub umbram alarum del leone marchesco. Loreo, ad esempio, terra d'anguille e di cinghiali, di storioni e d'ottimo caviale, colei che più si piccava d'esser una Venezia in minore, tanto da suscitare gli sberleffi degli adriesi, "Roma caput mundi, Venessia secundi, Loreo m … " (ma all'offesa stercoraria i loredani replicavano con sussiego ed impettiti, "Ma sa ne ghe fusse Venessia, Loreo sarìa 'na Venessiòla" 6 ), doveva concordare col doge Giovanni II Corner, un prezzo calmierato per tutti gli storioni caduti nelle reti nei giorni precedenti S. Marco, la Sensa, S. Bartolomeo e S. Girolamo, quando Sua Serenità celebrava con pubblici banchetti le date di fondazione della Dominante:
" … per il prossimo giorno di san Girolamo abbiate a rilasciar gl'ordini più efficaci in conformità del praticato acciocché nel corso di giorni quindeci dopo la pubblicazioni delle presenti non possa da chiunque comprarsi o vendersi sturioni, copesi o porcelle, ma che tutto quello delli sudeti generi che venirà in detto fratempo preso dalli pescatori abia a esser consegnato all’agente nostro al prezzo che fu sempre praticato e ciò per esser abbondantemente proveduti di sturioni et altro genere predetto per i prossimo pubblico Banchetto … " 7.
I documenti d'archivio ci fanno intendere che per tutto il Medio Evo, e sin oltre la metà del XIX secolo, la pesca ebbe un'importanza tutta particolare, ed il pesce conobbe livelli di consumo neppure lontanamente paragonabili con le età precedenti. Il motivo era semplice. Il pesce era assai abbondante e si moltiplicava mirabilmente in un territorio per sua natura adatto e favorevole: si pescava nelle valli e nei laghi interni, nelle lagune e nelle fosse, nelle peschiere e nei nassari, negli scursuri e nelle gradarie, nelle paludi, nei fiumi e nei canali. "A sera, dopo una giornata nei campi, riferiscono molti informatori, se non v'era nulla da cena, andavamo alla fossa o al màsaro più vicino, con la mano facevamo da parte la pavarina e poi con il tamiso raccoglievamo un bel po' di gamberi che poi mangiavamo fritti. Oppure usavamo il corgo dei pulcini nel quale, state sicuri, qualche bel rinato o una tenca ci rimanevano dentro" 8.
E a questo labirintico reticolo, viscido e cretoso, paradiso perduto delle lontre, avevano libero accesso i nullatenenti, i poveri, le plebi rustiche ed urbane, pur con le necessarie regolamentazioni, relative a giorni e periodi di divieto, circa le dimensioni e la destinazione alimentare del pescato.
Negli Statuti di Adria, si fa cenno con dovizia di particolari sia ai giorni interdetti, sia alle dimensioni dei pesci che, se impiegati per la salatura, non dovevano essere inferiori al sazum, un anello infisso alle colonne del Comune in Castello; sazum che, d'altra parte, pescatori e sprochani dovevano avere sempre con loro per non sbagliare misura, o fingere d'errare, e incorrere nelle ire della giustizia:
"Pisces vivi chavedagni, scilicet tenchae quae dantur ad salamen tempore salaminis non debeant dari minores sazo Communis et quod aliquis sprochanus non debeat maiorem sazum tenere praedicto Communis sazo, nec ad alium sazum pisces accipere … Item iurati justitiae teneantur dare mercatoribus Adriae illam mensuram, ad pisces salandos omni tempore, quo salantur, sazum, et mensuram, quae est posita in columnis Domus Communis Castris" 9.
Dal 1600, nonostante la massiccia conversione a mais e la progressiva opera di bonificazione delle aree incolte, il pesce continuò ad essere risorsa primaria, come puntualizza Carlo Bisinotto, estensore della Monografia per l'Inchiesta Agraria, che enumera la lunga filza delle specie ittiche delle valli salse, delle fasce litoranee e delle acque dolci. Nelle valli salse: bisatto femenale, bisatto marino, branzino, mècia, bosega, caustello, otregan, verzellata, orada, anguella, passera, marsion, masenetta, gamberone, schifa, cappa tonda, peoccio. Nelle fasce litoranee: sturione, rombo, tutte le varietà di scievali, mugili, sfogio, go, crostacei conchiferi, capa lunga, caparozzolo dallo scorzo grosso, caporozzolo dallo scorzo sottile. In acqua dolce: storione, bisatto, tinca, raina, ceppa, scardola, brussolo, barbio, caviàn, soetta, trota, pesce-pèrsego, gamberello 10.
Attività fondamentale, dunque, la pesca era praticata da tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, anche se in quegli stessi anni Francesco Antonio Bocchi già doveva registrare la verticale caduta di immagine del pesce indigeno a favore di quello di mare e la progressiva decadenza del fiorente mercato ittico di Adria perché "da qualche anno, dopo cioè la diffusione delle ferrovie, l'esportazione del nostro pesce è diminuita, potendo le vicine città acquistare più facilmente il pesce di mare tradotto a grande distanza da Chioggia e Venezia" 11 . E mentre un tempo era fiorente l'industria della salatura di tinche, cefali ed anguille, "oggidì s'introducono bensì parecchi quintali di pesce marinato, seccato e salato (anguille, merluzzi, sardelle) provenienti specialmente dalla Dalmazia, ma affatto manca nel nostro territorio quel'industria, laonde il pesce preso, che non è venduto o mangiato da chi lo prende, viene gettato" 12.
Il pesce, quindi, pur con alcune forti valenze calendariali e rituali (si ricordino: la vigilia di Natale, il Giovedì Santo, il Sabato Santo, le cheppie della Sensa arrostite all'aperto sugli argini dei fiumi, il sapore di sardelle, sogliole o sgombri il dì di S. Pietro ad Adria o in tutte le sagre estive di giugno), è sempre stato cibo che ha connotato, almeno per le classi popolari, la parcitas e l’extremitas della mensa, che ha sancito una grifagna, adunca ed arruffata quotidianità, un eterno ritorno, ad una necessaria astinenza quresimale, alla ciclica recrudescenza del maggio pellagroso, eco dolente e malabiante della largitas, della pantagruelica abbondanza del banchetto aristocratico o dell'apoteosi trionfale del Carnevale. Così, ad esempio, si deve leggere l'usanza polesana di chiamare rénga la campana che alla mezzanotte del Martedì Grasso decretava la morte di Brasolìn, il re degli gnocchi e della carne, rex macaroneus, rex unius diei, e l'ascesa al trono di Ravanèlo, l'astinente re della rapa, il principe dell'erba algida ed ascetica, il signore di un lungo anno, di tanti giorni a venire, che solo fatti portentosi potevano spodestare, come avvenne nel '29 con il giasson, l'anno dei pessòchi, quando a malincuore i vallicoltori furono costretti al molacan 13 e consentire ai paesani di Rosolina e dintorni, armati di asce e scuri, di precipitarsi famelici fra ghiaccio e canne per raccogliere branzini, cefali, orate ed ogni altro ben di Dio.
Racconta con tono fiabesco, odoroso del profumo dell'assenza, Arturo Avanzi: "Chi trenta, chi quaranta chili, chi anche due sacchi ne portò a casa e certe contrade di Rosolina apparvero come tanti villaggi della Norvegia … Si eliminavano le interiora, si salava il pesce e poi lo si affumicava … [con] "la brula" di valle che era il solo combustibile della povera gente e che in fatto di fumo poteva rifornire tutti i diavoli dell'universo perché obbligava a tener porte e finestre spalancate tutte le volte che entrava in servizio il paiolo per la polenta, sempre maculata di faville e tizzoni per il continuo soffiare. C'era anche chi s'ingegnava con le ramaglie verdi delle pinete demaniali ma, in quanto al fumo, siamo lì: cambiava solo l'odore che sapeva di resina e di furto. Quei poveri pesci, declassati a "pessochi", venivano appesi sotto la cappa e poi, bene allineati in linea di fianco ed in linea di fronte, sistemati su tante pertiche appese al soffitto della cucina, appaiati come tanti salami. Le graticole non stavano mai in ozio; ragazzini alti così si pappavano a scottadito pesci da mezzo chilo” 14. Come tanti salami…, appunto. Salsamentati, incensati, soppressati, transustanziati. Sibillino, enigmatico ed untuoso vessillo di un mondo capovolto, a cao culo, secondo l’ottica carnevalesca, sotto il segno della carne…
NOTE
1 Il Thesoro, Comedia nova di Luigi Groto Cieco d’Hadria, Appresso Fabio et Agostin Zoppini, In Venetia, 1583, Atto III, Scena II.
3 Statuta Ferrariae 1287, a cura di W. MONTORSI, Tip.Ed. Modenese, Modena, 1955, L. VI – De piscibus forensibus consignandis superstitibus, p. 376.
4 Spiadre o spiarde sono storioni da latte. Cfr. Archivio Antico del Comune di Adria, F. A. BOCCHI, Annali Pollicinensi, Busta 401, f. 1030.
5 IVI, ff. 1030, 1031.
6 Documentabile sin dal secolo scorso, regnava un acceso campanilismo tra i quattro maggiori centri del Polesine, Adria, Badia, Lendinara e Rovigo, in quanto ognuno rivendicava per sè la palma della venezianità. Così, se valeva il proverbio adriese, “Nobili de Lendinara e conti de Rovigo, dièse par un figo!”, Lendinara e Rovigo a loro volta si rifacevano atrocemente con “Adria, vetusta città, di quattro cose ben fornita: di case di canne, di rane, di … e …”, con pesante allusione, rimata con rane, alla dubbia moralità delle donne e alle conseguenti escrescenze che spuntavano sulla fronte dei mariti.
7 Archivio Antico cit., Ducale 1760.
8 Archivio del Centro Etnografico Adriese.
9 Ius Municipale Adriae, Apud Jacobum Valvasensem, In Venetiis, 1707, T. IX – Quod nullus debeat dare pisces minoribus sazo vel mensura, p. 62. Il sazo, esagio, è la sesta parte dell’oncia che indica pittosto misura, F.A. BOCCHI, Lo statuto di Adria nel Veneto, estr. da Archivio Veneto, 1880, p. 90.
10 Cfr. G. BISINOTTO, Monografia Agraria dei Distretti di Adria e Ariano in Polesine, estr. dagli Atti della Giunta per l’Inchiesta Agraria, Vol. V, Fasc. II, Forzani e C. Tipografi del Senato. Roma, 1882, pp. 31, 32.
11 BOCCHI, Lo statuto cit., p. 94.
12 IVI, pp. 94, 95.
13 “Molacan”, termine d’uso popolare che indicava il momento in cui la gente poteva entrare nelle corti per raccogliere quanto rimasto dopo la raccolta effettuata dai proprietari. Valeva per la spigolatura di grano, mais, patate, arachidi, uva, fagioli, frutta e pure di pesce.
14 A. AVANZI, Vecchio mondo polesano, Ipag, Rovigo, s.d. p. 47.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Il pesce nella storia bassopolesana”. Ventaglio Novanta, n. 20, 2000. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-pesce-nella-storia-bassopolesana/